Avete
mai sentito parlare de "Il Fardello dell'Uomo Bianco"? È
una poesia del 1899 composta da Rudyard Kipling, il celebre scrittore
inglese autore, tra le tante opere, di "Cuore di Tenebra" e
"Il Libro della Giungla".
Fiero cittadino dell'impero britannico, invitava l'uomo bianco
europeo, forte della sua cultura millenaria, a colonizzare i selvaggi
che popolavano il resto del mondo e a imporre loro i propri usi e
costumi, superiori moralmente alle barbarie dei popoli più esotici.
Figlio del suo tempo, di certo non possiamo né
condannarlo né giustificarlo
con i nostri occhi moderni ma, ciononostante, i tempi sono cambiati,
siamo nel 2016 e di colonialismo non si dovrebbe, almeno
teoricamente, più parlare.
Tuttavia, quando sono stato in Myanmar, uno dei paesi più poveri al
mondo, per 3 settimane una decina di giorni fa, non ho potuto fare a
meno di sentire qualcosa dentro di me crescere, pesante e fastidioso.
Incredibile a dirsi, avevo sviluppato un Nuovo
fardello dell'uomo bianco!
| Il Vecchio Fardello dell'Uomo Bianco (illsutrazione di Gillam, tra 1800 e 1900) |
Prima
di passare alla riflessione vera e propria, qualche piccola
informazione su questo stato, per muoverci poi più agevolmente. Ex
colonia britannica, la Birmania conquista l'indipendenza,
al termine della seconda guerra mondiale,
grazie al generale Aung San, padre della famosa San Suu Kyi, e che
ancora oggi viene riconosciuto come il più importante eroe
nazionale. Sfortunatamente
non fece in tempo a salire al potere perché eliminato da un nemico
politico. Da quel momento la Birmania non ha più avuto pace: molti
giri politici e governi dispotici sono culminati in una crudele
dittatura militare (quella che ha cambiato il nome dello stato in Myanmar, spostando la capitale a Naipidaw da Yangon) che, recentemente, ha assunto la forma solo
apparentemente democratica del partito: i nomi delle istituzioni cambiano, ma la gente
rimane sempre la stessa. Ovviamente non c'è spazio per i diritti
umani fondamentali che, come succede in molti stati di quella zona,
non vengono garantiti alla popolazione. Giusto per tirare le fila
della situazione: stato finto democratico, vera dittatura militare,
con un'economia messa in ginocchio da deleterie scelte autarchiche,
niente diritti umani per una popolazione che, spesso, non ha nemmeno
l'acqua corrente in casa.
Detto
ciò, arriviamo alla questione: il tipico occidentale bianco, ricco e
grassoccio, come deve reagire di fronte a questo mondo? Deve o non
deve aiutare? A molti la prima risposta suonerà automatica, ma è
proprio così? Un popolo, una nazione, non ha diritto a stabilizzarsi
per proprio conto? Questo è successo a moltissimi paesi occidentali,
politicamente e economicamente, piano Marshall a parte.
I
cambiamenti avvengono sempre, ci volessero anche secoli, e sempre con
processi naturali. Inoltre molti interventi recenti (Vietnam, Corea,
Medio Oriente),
portati avanti dalle grandi potenze "dispensatrici di
democrazia" e benessere,
non hanno portato a situazioni troppo piacevoli. Quindi: aiutare, un
dovere o una possibilità?
![]() |
| il Nuovo Fardello dell'Uomo Bianco |
Ma
facciamo finta che aiutare un paese in pesanti ristrettezze
economiche sia un dovere e che, quindi, si debba considerare di dare
una mano a questi paesi in via di sviluppo. La domanda che mi sorge
immediata è: aiutare tutti o solo alcuni? E attenzione, non lo dico
perché ci son paesi di serie A e B! Prendete, appunto, il Myanmar.
Un paese che, dal punto di vista dei diritti umani, presenta una
situazione a dir poco immonda. Inoltre alcune zone del paese sono
ancora off limit, con territori a nord dove viene prodotto l'oppio o
le cave di giada
in cui
i minatori lavorano in situazioni indecenti (a dicembre ci sono stati
100 morti, schiacciati da cumuli di detriti di scarto).
Aiutare questo stato non significherebbe, dunque, scendere a patti
con un governo dittatoriale, antidemocartico, violento e repressivo?
Non sarebbe una presa di posizione compromettente? Un
po'
come accettare, tacitamente, l'esistenza di certe leggi e la negazione di
determinati diritti pur di tenersi buona una determinata zona, come
fanno Giappone, Cina, Corea del Sud e molti altri. Però, d'altro
canto, si può distogliere lo sguardo da un effettivo stato di
necessità e povertà? La gente sta male, vive in capanne senza i
servizi minimi, schiavi di
una moneta svalutatissima. Azioni mirate possono, certo, essere utili
a ridurre molti problemi ma, allo stesso tempo, a che costo?
E
qua arriva l'ultima questione. La gente del luogo, da quanto ho
visto, è sì povera ma estremamente dignitosa. Quella che noi
definiamo "povertà" per loro è "normalità".
Non hanno idea di come sia realmente il mondo al di là, a volte, del
proprio villaggio di 20 case. Vivono tranquillamente la loro vita con
quello che hanno, come noi viviamo la nostra, senza troppi affanni o
preoccupazioni. Concetti come "carriera", "leasing" o "PIL" e altre
diavolerie del XX secolo non sono noti o, comunque, rimangono su un
piano secondario rispetto alla centralità della "Vita",
concetto che da noi si sta piano piano perdendo.
Una realtà che ha perso il valore di "umanità", che ha
paura, nevrotica e ipertesa. Veramente vogliamo "regalare"
quest'inferno a chi, alla fine, vive felice per conto suo? Chi siamo
noi per decretare cos'è "meglio" o "peggio",
"giusto" o "sbagliato", "bene" o
"male"? E no, non sto parlando di diritti fondamentali
riconosciuti, almeno teoricamente, dalla totalità degli stati del
mondo e che costituiscono uno dei pochi, pochissimi, punti fissi del
diritto internazionale.
Ecco,
di fronte a queste domande viene il bello: "Che si fa?". Io
ho una mia personale opinione che vi espongo di seguito ma,
ovviamente, l'invito è di farmi sapere la vostra, anche senza
leggere la parte dopo che è, quasi, un piccolo extra irrilevante per
l'articolo. Vi ricordo che potete commentare qui sotto oppure sulla
pagina Facebook! Se non continuate vi do, ovviamente, appuntamento al
prossimo articolo che cerco di far uscire tra giovedì e venerdì!
Quindi,
cosa ne penso
io?
Sono
dell'idea che meno si interviene in un paese straniero meglio è, ma
che il rispetto di alcuni diritti fondamentali sia assoluto e
necessario. Quindi direi sì a entrare in contatto con regimi
repressivi affinché questi si democratizzino, in un certo senso,
magari favorendo gli scambi economici ma senza intervenire in prima
persona. E non parlo di piccoli grandi passi ma di vere e proprie
azioni decisive, atti che necessitano di grandi cambiamenti. Non si
aiutano regimi dittatoriali, mai in nessun caso, e un popolo deve
avere il diritto più assoluto di autodeterminazione, scegliendo lui
se e come crescere. Non
puntare sull'economia ma sul benessere interiore della popolazione,
donando loro la possibilità di vivere liberamente, esprimendo senza
problemi la propria opinione e facendo sì che la storia segua il suo corso!
