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venerdì 20 novembre 2015

L'anima della riscoperta (4): la terribile vendetta di Seneca!

Ciao e benvenuti tutti quanti a un nuovo spirito della riscrittura, la serie con cui sistemo e riscrivo i vecchi articoli! Mi scuso subito per il font poco felice ma, per problemi di formattazione, questo c'è per i prossimi articoli della collana (maledetto Libre Office!).  Oggi vi parlerò di una delle opere più particolari dell’età imperiale romana e che, a volte, non viene trattata a scuola. Sto parlando dell' "Apokolokyntosis" di Seneca (sì, proprio lui) anche conosciuta, in Italiano, come "la zucchificazione del divo Claudio".
Claudio (come non è mai stato)
Roma, 41 d.C. Dopo la congiura contro l'imperatore Caligola, sale al potere lo zio Claudio (10 a.C.-54 d.C.). Seppur non giovanissimo, decise di tenere le redini di un impero ormai vastissimo e molto eterogeneo, varcando le porte del palazzo imperiale, pieno di tranelli e trabocchetti orditi da un folto stuolo di adulatori, spie, concubine e altre figure dalla dubbia morale. E Claudio era proprio l’uomo che faceva per loro: ingenuo e anche, pare, leggermente ritardato, tutti si approfittavano di lui. Campionessa di inganni la moglie Messalina, famosa per la sua insaziabile ninfomania, almeno a quanto dice il poco affidabile Giovenale nella satira sesta. L'autore, certamente, ci è andato giù pesante con le ingiurie ma, di fronte a molteplici testimonianze, forse non si è inventato proprio tutto. Pare infatti che Claudio, completamente assoggettato ai capricci della consorte, le abbia procurato un giovane schiavo ballerino affinché ne potesse disporre come voleva. Ma a un certo punto decise di ribellarsi a Messalina con incredibile sadismo: quando gli comunicarono a cena che la moglie era morta avvelenata (sotto suo ordine, ovviamente) non se ne curò più di tanto e continuò ad assaporare il suo vino come se nulla fosse. Questo solo uno dei numerosissimi omicidi politici e delle nefandezze che commise a corte sfruttando il suo potere. Tanti i motivi per odiarlo, numerosissime le persone che ce l’avevano a morte con lui e, tra questi, vi era pure il nostro Seneca!
Ma quando Claudio salì al potere il filosofo non si trovava più a Roma. Da un paio d'anni, infatti, era stato esiliato da Caligola per aver difeso in modo troppo brillante una causa in tribunale e, pertanto, era da ritenersi un uomo pericoloso. In seguito, con la morte del suo persecutore, sperava finalmente di poter tornare in patria ma Claudio, invece, rimase insensibile ad ogni sua supplica.
Seneca
Molte le lettere che Seneca aveva cercato di fargli arrivare ma nulla si muoveva
: infatti Polibio, un liberto agli ordini dell’imperatore, incaricato di vagliare la posta diretta al regnante, le stracciava tutte in automatico! Seneca, l'integerrimo, disperato, arrivò addirittura a comporre un testo consolatorio a Polibio per la morte del fratello: nemmeno questa gran leccata, però, gli porto qualcosa. Diciamo che è una buona macchia sul curriculum, che si va ad aggiungere a diverse altre, per un uomo che predicava il disinteresse totale per la sorte terrena! Alla fine riuscì, finalmente, a tornare in patria solo nel 50 d.C. per intercessione di Agrippina, seconda moglie di Claudio nonché madre di Nerone, il futuro imperatore. In ogni caso a Seneca, decisamente, non era andato giù il comportamento del regnante e, quando quattro anni dopo il vecchio Claudio morì, poté finalmente sfogare tutto il suo odio, condiviso da molti, con un’opera molto particolare: l’ ”Apokolokyntosis”, appunto. Il termine viene da un'oscura parola greca
 e non è ben chiaro il perché di questa "zucchificazione".
Volendo riassumere il tutto in poche parole, l'opera inizia con la morte di Claudio che "emette" l'anima in bagno (la diarrea l’ha sempre accompagnato, fedele, per tutta la vita ma potrebbe anche esser stato avvelenato) che ascende all’Olimpo, come tutti gli spiriti degli ex imperatori, con l’intento di diventare una divinità. Lì fanno fatica a capire chi sia perché balbuziente ma, una volta riconosciuto, Augusto, schifato, lo manda nell'Ade (il nostro inferno) dove è condannato a giocare a dadi con un bussolotto bucato per l’eternità, isolato e odiato da tutti.
La trama sarà anche semplice ma le battute al suo interno, posso assicurare, sono pensate per divertire anche il lettore medio! Salta subito all’occhio la forza con cui Seneca si scaglia contro la figura dell’imperatore: si tratta di un genere letterario molto particolare: la satira menippea.

La satira, ci dice Quintiliano, è “un genere tutto latino” che affonda le sue radici in Lucilio, maestro del famoso Orazio. L’origine della parola satira è ancora oggi dubbia: c’è chi dice che derivi dal satiro, famoso per i suoi scherzi e l’aspetto buffo, oppure da "vassoio pieno di primizie", come simbolo dei diversi temi trattati all’interno della composizione. Le caratteristiche principali sono i brani di prosa e poesia mischiati, la diversità dei temi e il carattere comico e spietato delle composizioni. Quella di Seneca, particolarmente violenta, merita, però, l’appellativo di “menippea”.
Questa prende il nome da Menippo di Gadara, un filosofo cinico che amava insultare e prendere in giro tutti in maniera molto violenta e caustica, non curandosi dell'opinione pubblica. Addirittura il fondatore di questa scuola, Diogene di Sinope,detto il “Socrate pazzo”, viveva nudo in una botte che si portava sempre in giro e pare arrivasse addirittura a compiere atti osceni in pubblico per dimostrare la sua libertà dal mondo. Il personaggio, utilizzato da diversi autori come protagonista di opere satiriche, è rimasto un simbolo fortissimo e molto scomodo nella storia della cultura occidentale.

Vi consiglio caldamente di leggervi questo bel libretto, non rimarrete delusi! L'edizione Mondadori, l’unica che conosco ma so che di recente La VIta Felice ne ha proposta una nuova versione, presenta un’ottima traduzione, moltissime note e una ricca introduzione con, oltretutto, un prezzo molto basso! Se volete rimanere aggiornati sui prossimi articoli venitemi a trovare sulla pagina Facebook!


venerdì 31 ottobre 2014

Speciale Halloween: gli Zombie di Flegonte di Tralle (feat. All You Need Is Dead)

Buonasera a tutti quanti e benvenuti allo speciale di Halloween meno spaventoso del web (wiiii....)! Oggi non avrete UN articolo ma ben DUE: che culo, eh? Infatti ho fatto una piccola collaborazione con l'admin della pagina facebook "All You Need Is Dead" (in cui vi invito a mettere mi piace subbbbito!), che ha scritto un pezzo per la rivista online "I Love Zombie". E dunque, che cosa trovate di qui e di là? Entrambi ci siamo occupati dello stesso autore, Flegonte di Tralle (mai sentito? tranquilli, ad aver letto le sue opere saremo in 24 in Italia), ma io lo contestualizzo nell'epoca e nel periodo in cui è vissuto parlandovi di alcuni racconti mentre, dall'altra parte, troverete interessanti collegamenti con il grande cinema horror di Romero e quello contemporaneo facendo riferimento alla più famosa delle storie di zombie dell'antichità: la "sposa cadavere" di Anfipoli. Quindi, decidete voi l'approccio da seguire: io vi lascio qui il link dell'articolo, vedete voi se leggervelo ora o più tardi!

Flegonte come non è mai stato


Di Flegonte di Tralle non è che proprio si sappia quanti peli del naso avesse: l'unica cosa certa, oltre al nome, è che fu un liberto (ex schiavo liberato) al servizio dell'imperatore romano Adriano (76-138). 

Piacere, Adriano!
Non abbiamo neppure una sua opera intera; anzi, non siamo nemmeno sicuri che le opere siano le SUE! Infatti capitava che l'imperatore scrivesse delle opere pubblicandole col nome dei suoi liberti (così se erano brutte poteva dare la colpa ad altri) e, anche in questo caso, sembra che ci sia una possibilità che questo sia successo. Quello su cui ci concentreremo oggi è il testo che più ci è arrivato integro (sebbene MOLTO lacunoso): "Il Libro delle Meraviglie". Fin da qualche centinaio di anni prima di Cristo andavano di moda libretti in cui gli autori facevano a gara per raccontare i fatti più assurdi: si tratta della paradossografia ("paradosso" lo sapete che è e "grafia" indica tutte le opere con cui si tratta l'argomento detto prima, il "paradosso" in questo caso). Ma senza iniziare, come solito, a parlare di Adamo e Eva arriviamo subito all'epoca della Roma imperiale (diciamo circa dall'anno 0 in poi per semplificarci le cose). In questo periodo l'oziosa corte dell'imperatore è sempre più smaniosa di innovazioni e novità in ogni ambito, ricercando le più lussuose stramberie solo per impiegare il proprio tempo libero dal momento che, probabilmente, si annoiavano tantissimo (tanto facevano tutto gli schiavi, che fregava a loro?). In particolare, in ambito letterario, si insinua la moda del macabro: da Seneca a Lucano passando per Petronio, tutti volevano sorprendere il pubblico con violente scene di sangue e dettagli macabri. E così fa pure Flegonte ma in maniera molto cruda rispetto agli altri!

Di questo "Libro delle Meraviglie" sono 3 (TRAE) i racconti che hanno influenzato maggiormente gli autori di racconti e romanzi horror fin dal 1800. In realtà la sua opera più famosa era "Le Olimpiadi", un elenco pallosissimo (così dicono i critici dell'epoca, pensate voi!) di persone (tutte rigorosamente inventate) che avevano vinto le gare nei secoli indietro. Ma, appunto, come dicevo, non siamo qui a parlarne oggi (grazie a Dio). A me spetta raccontarvi del secondo e del terzo: il primo, il più famoserrimo, è stato analizzato, come già detto (se non lo avete capito siete delle persone male), dall'admin della pagina All You Need Is Dead su "I Love Zombie" qui: andate a leggere! Ma torniamo a noi e al nostro Flegonte...

Abbiamo a che fare, entrambe le volte, con storie di morti tornati in vita ma con caratteri particolari: da una parte troviamo teste parlanti che profetizzano guerre e massacri mentre, dall'altra, una sorta di episodio di licantropismo. Ma andiamo con calma. Il secondo racconto parla di uno che, dopo essersi sposato e aver lasciato incinta la moglie, muore dopo pochi giorni. E fin qui tutto ok se non fosse per il fatto che il bambino è, in realtà, un androgino, una creatura mostruosa che presenta entrambi i genitali (questo era simbolo di grande sventura nell'antichità). Gli anziani del villaggio una sera tengono una riunione per decidere se eliminare o meno il neonato quando, dal nulla, spunta un uomo vestito di nero: è il padre defunto del bambino tornato indietro dall'Inferno a chiedere che il piccolo venga risparmiato! Tutti rimangono attoniti e non sanno se attaccarlo o essere accondiscendenti verso lo zombie ma, alla fine, decidono di tirargli contro delle pietre (la cosa più logica quando accadono cose del genere, no?). Il morto non più tanto morto si stufa, afferra suo figlio e, di fronte agli astanti, lo divora vivo e scompare lasciando, per terra, la testa del bambino. E immaginatevi lo stupore della folla quando questa comincia a parlare predicendo morte e distruzione per tutti! Il tema delle teste mozzate vaticinanti è molto caro non solo alla tradizione greco-romana ma poi si è preservata, se vogliamo, fino ai giorni nostri: pensate alla testa di maiale ne "Il Signore delle Mosche" o anche al gruppo "Talking heads" (anche se non penso proprio che abbiano mai sentito parlare di Flegonte di Tralle...)

Una moderna testa parlante


Nell'altro racconto la situazione è abbastanza simile. Per farla breve un generale dell'esercito romano muore e poi risorge predicendo a tutti incredibili sventure. La cosa particolare è che, dopo che ha finito di vaticinare, viene aggredito e sbranato da un gigantesco lupo demoniaco spuntato dalla foresta: una sorta di lupo mannaro! E non pensate che questi esseri fantastici siano nati solo nel 1800! Infatti il resoconto più famoso che ci è giunto di casi del genere è di Petronio nel "Satyricon" ma anche Ovidio ne "Le Metamorfosi" ce ne parla. Non serve, direi, ricordare quanto questa leggenda sia stata importante per secoli e viva ancora adesso nei nostri cuori.
A passare in generale più che il concetto di uomo-lupo è quello di uomo-coscienza interna. Dal più famoso "Dottor Jeckill e Mister Hyde" di Stevenson fino al Doppleganger di Edgar Allan Poe passando per "Frankenstein" e altri, i doppi hanno continuato a presentarsi nella nostra cultura in maniera sempre più impressionante. Capolavoro indiscusso di questa tematica è poi il fenomeno del vampirismo i cui di solito si conosce solo il celebre "Dracula" quando, in realtà, erano tantissime le storie, dal "Vampiro" di Polidori in poi, che hanno avuto a che fare con uomini pipistrello e paletti di legno.

Questo NON è un vampiro

Questo è un Vampiro!








Sarebbe bello continuare a parlare dei racconti di Flegonte... SE NE AVESSIMO!

Sfortunatamente questo è tutto quello che c'è e, forse, proprio perchè il materiale è così poco quest'opera rimane una sorta di perla unica nel panorama della letteratura classica. Il problema e la gioia di parlarvi di questo autore è proprio questo: ho ben poco da dirvi ma quel poco è estremamente curioso e interessante! In Italia Flegonte ha solo una traduzione disponibile al grande pubblico: quella dell'Einaudi da 25€. Un consiglio? Se la trovate (e già non è facile) leggetevi di nascosto i primi tre racconti (tanto ci mettete meno di 5 minuti) e basta. Se invece vorrete approfondire tutte le opere dell'autore leggendo tutte le note possibili all'opera e diventare i #massimiesperti di Flegonte allora questo è il libro che fa per voi!
Il libro solo per #massimiesperti 



E allora, che altro? Andatevi a recuperare, oltre all'articolo legato a questo qui anche la mia iniziativa per il 13 novembre che troverete invece di qua. Noi ci si vede settimana prossima e, anche se banale come la merda, BUON HALLOWEEN!

sabato 18 gennaio 2014

Risate a corte: quando l'autore diventa cattivo.

!!ATTENZIONE!!
QUEST'ARTICOLO NON è 
RAPPRESENTATIVO DEL BLOG
LO TROVATE RISCRITTO E MIGLIORATO
QUI!!!



<<Un carissimo saluto a tutti quanti! Oggi vi parlerò di uno delle opere più particolari dell’età imperiale romana e che, spesso, non viene affrontata nelle scuole perché troppo particolare o per mancanza di tempo. Ma non perdiamoci in chiacchere inutili e iniziamo subito!

Roma, 41 d.C. .Con la morte dell’imperatore Caligola (12 d.C.-41 d.C.), famoso per la sua folle crudeltà (dopo aver fatto erigere un gigantesco ponte che collegava due tratti di costa fece annegare tutti i civili che facevano parte del pubblico dell’inaugurazione. Perché? Così, perché gli andava, tanto lui era l’imperatore) e per questo ucciso prontamente con una congiura che ponesse fine a un governo fondato sul terrore, ecco salire al potere suo zio Claudio (10 a.C.-54 d.C.). Seppur non giovanissimo per l’epoca, decise di tenere le redini di un impero ormai vastissimo e molto eterogeneo varcando le porte del palazzo imperiale, pieno di tranelli e trabocchetti orditi da un folto stuolo di adulatori, spie, concubine e altre figure dalla dubbia morale. E Claudio era proprio l’uomo che faceva per loro. Egli era molto ingenuo e anche, almeno così pare, leggermente ritardato, per cui tutti si approfittavano di lui. L’esempio più famoso? Possibile che abbiate già sentito parlare della sua prima moglie, Messalina, famosa per la sua insaziabile ninfomania (voglia di cazzo): sono in molti a descrivercela come una predatrice affamata, ma il più famoso è sicuramente Giovenale (60 d.C.-127 d.C. circa) nella celebre satira sesta contro le donne: qui Messalina la notte, camuffatasi grazie a una parrucca ,si reca in un bordello a Roma tutte le sere e fa una gara con le colleghe: avrebbe vinto chi sarebbe riuscita a far venire più uomini nella stessa sera. Un’esagerazione dell’autore? Sicuramente, ma gli aneddoti non si fermano certo qua. Pare infatti che l’imperatore Claudio, completamente assoggettato ai capricci della consorte, le abbia procurato un giovane schiavo ballerino (ma non sarà stata questa la dote da lei notata con molta probabilità) affinché ne potesse disporre come voleva. Ma tutto ha un limite, e Claudio iniziò a intuire di essere utilizzato (meglio tardi che mai). Così nel 48 d.C., quando gli comunicarono a cena che la moglie era morta avvelenata, ovviamente per ordine suo anche se non palese, non se ne curò più di tanto e continuò ad assaporare il suo vino come se nulla fosse: e come dargli torto, con una moglie così troia? Però questo fu solo uno dei numerosissimi omicidi politici e delle nefandezze che commise nell’ambito della corte sfruttando il suo potere illimitato. Tanti i motivi per odiarlo, numerosissime le persone che ce l’avevano a morte con lui e tra questi vi era una figura che negli anni a venire sarebbe stata potentissima all’interno della corte. Un uomo non solo considerato puro e integerrimo, sempre leale alla sua dottrina filosofica, lo stoicismo, ma anche un abilissimo retore e autore di numerosi trattati: era Seneca, l’imperturbabile.

Ma quando Claudio salì al potere non si trovava a Roma. Dal 39 d.C. infatti era stato esiliato da Caligola (e gli è andata pure bene che, se per lui non avesse interceduto una “amica” dell’imperatore, sarebbe stato condannato a morte senza troppi giri di parole). Il capo d’accusa? Aveva difeso in modo fin troppo brillante una causa in tribunale e pertanto era da ritenersi un uomo pericoloso. E poi insomma, era completamente fuori di testa quell’imperatore, ci si poteva aspettare di tutto da lui! In seguito con la morte del suo persecutore nel 41 sperava finalmente di poter tornare in patria. Ma Claudio, invece, rimase insensibile ad ogni supplica del filosofo. Molte le lettere che Seneca aveva cercato di fargli arrivare ma nulla si muoveva. E come sarebbe potuto cambiare qualcosa finché Polibio, un liberto agli ordini dell’imperatore, incaricato di vagliare la posta diretta al regnante, le bloccava tutte? Ma Seneca era veramente disperato e fece qualcosa di inaspettato e poco coerente con la sua figura: arrivò addirittura a comporre una “consolazione”, ovvero un testo consolatorio per un lutto, a Polibio per la morte del fratello come pretesto per supplicarlo con leccaculate varie, senza un briciolo di dignità, di far arrivare le sue lettere all’imperatore. Uno dei capisaldi infatti della dottrina stoica era la così detta “atarassia”, ovvero l’imperturbabilità di fronte a ogni turbamento dell’anima o gioia terrena. Diciamo pure che, sotto questo punto di vista, Seneca predicava bene ma razzolava male, molto male: scrive a favore dell’abolizione della schiavitù al fratello ma non per questo si priva degli schiavetti personali che lo aiutino in OGNI faccenda della casa (che questo fosse o meno il caso del filosofo, resta il fatto che secondo il diritto chi era sottomesso al padrone doveva servirlo anche dal punto di vista sessuale e i giovinetti, in quel periodo, erano di gran voga. Seneca birbone…), ci dice che non bisogna farsi tentare da beni materiali di alcun tipo ma aveva molte ville a cui teneva molto e, infine, ci vuol far credere che la morte sia da affrontare con serenità ma, quando fu ucciso Afranio Burro, collega precettore di Nerone, capendo l’andazzo delle cose, si ritirò prontamente a vita privata: anche lui ci teneva alla pelle in un modo o nell’altro, insomma! Alla fine riuscì finalmente a tornare in patria solo nel 50 d.C. per intercessione di Agrippina, seconda moglie di Claudio nonché madre di Nerone, il futuro imperatore. In ogni caso a Seneca decisamente non era andato giù il comportamento del regnante e, quando quattro anni dopo il vecchio Claudio morì, poté finalmente sfogare tutto il suo odio, condiviso da molti, con un’opera sconvolgente per quei tempi e che nessuno si aspetterebbe dal saggio e imperturbabile Seneca:  l’ ”Apokolokyntosis”, ovvero la “Zucchificazione del Divo Claudio”. Ma perché “zucchificazione”?  Il motivo non è a dire il vero ancora chiarissimo e la parola che viene dal greco è molto poco usata ma i critici hanno pensato ci si potesse riferire al fatto che Claudio fosse considerato un vero e proprio zuccone (no, non sto scherzando)!

LA TRAMA IN BREVE BREVISSIMO

Riassumo il tutto in poche, pochissime parole, per non spoilerarvi tutte le bellissime battute e scenette divertenti che abbondano tra le pagine.

 Claudio muore “emettendo” l’anima al cesso (la diarrea l’ha sempre accompagnato fedele per tutta la sua vita ma potrebbe anche essere stato avvelenato) e questa ascende all’Olimpo come tutti gli spiriti degli ex imperatori con l’intento di diventare una divinità. Lì fanno pure fatica a capire chi sia perché, oltre ad essere brutto gobbo e zoppicante, non sa nemmeno parlare bene e continua balbettare. Sarà il divino Augusto a riconoscerlo e, con disprezzo, a mandarlo nell’Ade (il nostro inferno) dove è condannato a giocare a dadi con un bussolotto bucato per l’eternità perché nessuno gli vuole stare vicino.

FINE DELLA BREVE BREVISSIMA TRAMA

  Sì, la trama non è molto complessa, e nemmeno aspettatevi un finale particolare con sorprendenti colpi di scena ma, vi posso assicurare, le molte battute all’interno, raccontate con l’umorismo mordace e caustico di Seneca, fanno veramente spanciare dal ridere. Salta subito all’occhio però la forza con cui il nostro filosofo si scaglia contro la figura dell’imperatore da poco deceduto prendendo in giro qualunque sua abitudine o difetto. Si tratta infatti di un genere molto particolare: la satira menippea.

La satira, come ci dice Quintiliano (35 d.C.-90 d.C.) nella sua “Formazione dell’Oratore”, è “un genere tutto latino” che affonda le sue radici in Lucilio (180 a.C.-102 a.C.), maestro di uno dei più arguti scrittori del mondo latino: Orazio (65 a.C.-8 a.C.). L’origine della parola satira è per noi ancora un mistero: c’è chi dice che derivi dal satiro, una figura mitologica classica famosa per i suoi scherzi e l’aspetto buffo, oppure che venga da “satura lanx”, ovvero il vassoio pieno di primizie, come simbolo dei diversi temi trattati all’interno della stessa composizione. Ma in ogni caso abbiamo delle caratteristiche sempre ricorrenti: brani di prosa e poesia mischiati, la diversità dei temi trattati e il carattere comico e spietato delle sue composizioni. Però quella di Seneca è particolarmente violenta, molto più di quelle dei predecessori, e si dirige contro una figura importantissima: infatti merita solo per sé l’appellativo di “menippea”.

Questa prende il nome da Menippo di Gadara (310 a.C-250 a.C.), un filosofo appartenente alla scuola cinica che insultava e prendeva in giro tutti in maniera molto violenta e caustica, sostanzialmente fottendosene di quello che gli altri potessero pensare di lui (“solo dio mi può giudicare, cioè…”). Addirittura il fondatore di questa scuola cinica, Diogene di Sinope (412 a.C.- 323 a.C.),detto il “Socrate pazzo”, viveva nudo in una botte che si portava sempre in giro e pare arrivasse addirittura a masturbarsi in pubblico per dimostrare il suo menefreghismo e la sua libertà di fronte a tutti. Il personaggio è stato in seguito utilizzato da diversi autori come protagonista di opere satiriche e, in particolare, da Luciano di Samosata (120 d.C.-180 d.C.),autore di cui vi parlerò davvero tantissimo, che tra i suoi capolavori annovera per l’appunto il “Menippo” e il “Dialogo dei Morti” che lo vedono protagonista di numerose scene comiche.

Seneca ha di sicuro preso spunto anche dalle “fabulae milesiae”, una serie di racconti di origini popolari di cui però ormai è troppo tardi per occuparsene qui ma che di sicuro riprenderò tra qualche numero per parlarvi di un altro argomento.

E quindi, anche per oggi abbiamo finito! <<Ma come? Di già? Perché così poco? Cioè, non hai detto quasi nulla!>> Effettivamente mi rendo conto che questo pezzo è un po’ più snello degli altri ma è anche vero che come genere è molto molto immediato e va letto per essere apprezzato appieno. Poi i temi sì, sono diversi e vari, ma tutti legati alla figura di Claudio, nulla di filosofico o complesso come le altre volte. Anche di Seneca, non è che riguardo a  questo argomento ci sia da dire molto altro, e la vita del personaggio richiederebbe molto più tempo e cura.

Quindi, vi consiglio caldamente di leggervi questo meraviglioso libro perché risulterà essere un acquisto particolarmente valido. Vi posso rimandare al momento solo all’edizione Mondadori perché è l’unica che onestamente conosco ma non sono sicuro che ce ne siano altre facilmente reperibili come questa. In ogni caso questa presenta un’ottima traduzione, moltissime note esplicative e una ricca introduzione che per motivi di tempo io non ho avuto modo di leggere ma che sicuramente chiarirà le idee anche ai meno pratici di voi. Il prezzo dovrebbe essere più che accessibile e non superare i 12 euro trattandosi della collana “Oscar” ma con sicurezza non vi so dire trattandosi di un regalo.

Poi ovviamente non posso non ringraziarvi tutti quanti per le visualizzazioni che, come potete notare, hanno superato il bordo del 500 in meno di un mese! È vero, non contano nulla di per sé, ma per me questo è già un grandissimo risultato che non mi sarei mai aspettato sinceramente. Mi raccomando: commentate, condividete e soprattutto leggete! Dedico questo pezzo alla mia professoressa di greco e latino che, vedendo questo volumetto appoggiato sul banco, mi chiese chi me lo facesse fare di leggermi certe cose.

Il prossimo pezzo non sarà incentrato su un autore o su un opera ma su un tema che, possiamo dire, attraversa le epoche. Un indizio? È un animale!>>