Visualizzazione post con etichetta Omero. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Omero. Mostra tutti i post

sabato 17 gennaio 2015

Piccolo Viaggio nella Storia della Letteratura (1); i Greci e i Romani (pt.1)

Ciao e bentrovati anche questo sabato! Quello di oggi non è un vero e proprio articolo su uno specifico argomento ma una "spiegazione" di qualcosa: in questo caso vi propongo una semplice cronologia, abbastanza scarna, di alcuni dei movimenti culturali più importanti nella storia del pensiero (una cosetta da nulla, insomma). Ma non spaventatevi, che già vi vedo trascinare stancamente il cursore del mouse sulla X! Quello che vi voglio offrire è un semplice quadro MOLTO generale e SOLO introduttivo per permettervi di orientare più o meno nel tempo e nello spazio quando parlo di qualcosa. Quel che vi dico sono cose Molto scontate, banali e ovvie che un qualunque ragazzino del liceo potrebbe riproporvi in maniera anche più approfondita: qui cerco volutamente l'accenno superficiale, giusto per dare un quadro generale. Perché? In futuro mi piacerebbe parlarvi di Tante cose, di argomenti anche molto diversi tra di loro e, in alcuni casi, mi piacerebbe prendere un autore come può essere Aristofane o Luciano e sviscerarli completamente, proponendovi TUTTO quello che so dei loro scritti. Ma per fare questo dovrete pur sapere in che periodo sono più o meno vissuti e a quale corrente appartengono almeno in modo generale: nessuno vive isolato ma ci sono continue influenze e ispirazioni. E per dare a tutti questa possibilità in modo agevole ho pensato a questo sistema: una piccola serie di tre articoli per una consultazione rapida! Se leggerete tutto buon divertimento (e fortuna) altrimenti l'articolo non scappa, potrete recuperarlo quando vorrete! Per motivi di spazio l'ho diviso, a sua volta, in due: la prima parte sui Greci esce oggi mentre per quella su Roma cliccate QUA!


Tutto cominciò tanto tempo fa, tra il 900 e l'800 a.C, nell'antica Grecia e in Medio oriente dove vi erano dei sovrani con le loro corti. Vari cantastorie, meglio noti come aedi, giravano in questi posti raccontando una serie di leggende riguardanti eroi antichi: fra questi vi era, forse, un uomo di nome Omero. "Forse" perché non si sa nemmeno se sia mai effettivamente esistito
Per vari motivi si pensava che fosse cieco
ma fatto sta che, sotto suo nome, ci sono stati tramandati due scritti, l' "Iliade" e l' "Odissea", le opere più famose della storia della letteratura. Che sia esistito o meno un uomo solo con questo nome, che siano opere "uniche" o che si siano generate dall'unione di più racconti, è un dato di fatto che servirono come base per TUTTE le opere successive, da lì fino ai tempi moderni, accavallandosi in una serie infinita di influenze su influenze (giusto per chiarire la loro importanza). L'atro poeta Greco antichissimo di cui si sa poco è Esiodo che scrisse la celebre "Teogonia", un poema in cui canta l'origine delle divinità e alcuni miti che li vedono protagonisti: un'opera che sta alla base della religione politeista Greca che aveva ricevuto influssi dall'Egitto e
Viene raccontato lo scontro  tra Zeus e il mostro Tifone
dall'oriente. Da questo punto in avanti la letteratura Greca si divide in 3 branche principali che ora distinguo per comodità ma ricordatevi che convivono nello stesso sfondo culturale e si intrecciano l'una con l'altra: Storiografia, Commedia e Tragedia, Pensiero Filosofico e Retorica.

La storiografia nasce, sostanzialmente, nel 484 a.C. con Erodoto, il primo a fondare nelle sue "Storie" un metodo storiografico più o meno rigoroso: si basa, infatti, solo su quello che ha "visto" e "sentito" selezionando le informazioni credibili e quelle che lo sono decisamente meno. Infatti prima spopolavano i racconti di viaggio dei famosi logografi (una sorta di avventurieri) che, spesso, si inventavano storie piene di assurdità per sorprendere il pubblico. Dovete sapere, infatti, che la Grecia ha, da sempre, avuto uno strano rapporto con la scrittura: Omero ha tramandato tutto oralmente e così fa Erodoto il quale trascrive queste "Storie" solo successivamente, in un secondo tempo, dopo
Erodoto ci parla della battaglia delle Termopoli d "300" (mio articolo)
averle raccontate a voce. Scopo principale della storiografia Greca è quello di voler raccontare dei rapporti con i loro nemici per eccellenza: i Persiani. E di questo si occupa anche il suo successore spirituale, ovvero Tucidide (460 a.C- 404 a.C.) che scrisse "La Guerra del Peloponneso", una vera pietra miliare della "storia della storiografia" e che però fu pensata, fin da subito, come opera scritta. A seguire quest'ultimo storico fu Senofonte (430 a.C.- 355 a.C.) che raccontò della spedizione militare segreta da lui compiuta in territorio Persiano e che finì in tragedia: a metà tra un racconto d'avventura e una cronaca storica. Detto l'Essenziale su questo argomento passiamo al teatro!

Tracciare le Vere origini della tragedia e della commedia Greca penso sia una delle cose più difficili e confuse al mondo e vi sono TANTE teorie al riguardo tenuto conto che, oltretutto, si conoscono anche pochi nomi per entrambe le discipline: ciò che gli Alessandrini prima e gli Arabi poi hanno deciso di trascrivere e non cestinare, insomma. La commedia, in particolare, è molto misteriosa: Aristotele, il famoso filosofo che più tardi avremo modo di conoscere, avrebbe dovuto parlarne approfonditamente nel secondo libro della "Poetica" che, però, è andato completamente perduto (chi ha visto "Il Nome della Rosa" ne sa qualcosa). Possiamo però dividere la produzione in tre periodi: la commedia "antica" di Aristofane, la commedia "di mezzo" di cui non sappiamo nulla, e la commedia "nuova" di Menandro di cui parlerò dopo perché di epoca Alessandrina e va analizzata a parte. Di Aristofane (450 a.C. - 385 a.C.) ci sono giunte diverse opere spesso in buone condizioni: la mia preferita è la "Lisistrata" (di cui spero di potervi parlare
un giorno) ma abbiamo anche capolavori come le "Rane" e le "Nuvole" in cui il protagonista è il celebre Socrate che viene, però, ridicolizzato. la comicità di queste opere è apparentemente molto rozza (tipo cinepanettone di Boldi e de Sica) ma serve a nascondere grandi temi di attualità politica e sociale: guerra, costumi e metatragedia (il parlare del significato che sta dietro alla rappresentazione scenica) sono solo alcuni degli aspetti toccati da quest'arguto comico che, forse, aveva da dire molto di più di quello che pensiamo. Parallelamente si sviluppa anche la tragedia e i tre grandi nomi che tutti conoscono sono Eschilo, Sofocle e Euripide. Se i primi due sono simili come stile, il terzo si differenzia completamente: vissuto nel 400 come Sofocle riesce, al contrario di questi che trae molto spunto dal suo maestro,
Parte fissa di questi spettacoli era il coro
a rivoluzionare Completamente gli elementi della tragedia classica e a portare dei temi incredibilmente ricchi e complessi che venivano offerti a un pubblico spesso inconsapevole della propria cultura con un linguaggio leggero e comprensibile ai più. E chi mette in evidenza questa cosa se non Aristofane nelle "Rane"? Ci avevano visto entrambi molto lungo, credetemi! Fatto sta,
La grandezza del teatro di Epidauro ci fa capire quanto fosse importante il teatro
però, non fu compreso dai suoi contemporanei perché troppo moderno e vinse poche volte una gara di tragedie. Durante questi agoni, così erano chiamate le competizioni, si doveva presentare un ciclo di tre tragedie, più o meno legate tra di loro (l'unico che ci è arrivato integro è quello dell' "Orestea" di Eschilo) più un "dramma satiresco", una composizione finale comica che doveva sollevare l'umore del pubblico afflitto dopo lo spettacolo triste di violenze e passioni tormentose che venivano proposte durante questi spettacoli. Sfortunatamente ce ne sono arrivati molto pochi e in pessime condizioni: rassegnamoci ormai al fatto che abbiamo perso gran parte del patrimonio culturale di un popolo che, ancora oggi, risulta misterioso. Ma passiamo al pensiero filosofico e alla retorica prima di parlare del periodo Alessandrino.


Il punto cardine della storia della filosofia Greca fu Socrate (470 a.C. - 399 a.C.). Chi venne prima d lui, i Presocratici, appunto, avevano tutti ricercato quali potessero essere le origini del mondo: tra i nomi più importanti vi sono Talete, membro dei "Sette Sapienti", Eraclito, Pitagora e Democrito.
Le fonti dicono che Socrate era molto brutto!
Di Socrate, primo indagatore della psiche umana, non abbiamo nulla perché non scrisse mai un'opera: egli, come Erodoto e il suo allievo Platone, erano diffidenti verso la scrittura perché era vista come un mezzo per diffondere alle masse una cultura che volevano tenere privata ed elitaria. All'opposto si collocano i Sofisti, un gruppo di filosofi ribelli ed eccentrici, che si divertivano a dire tutto e il contrario di tutto, che per denaro accettavano di insegnare ad altri le loro conoscenze, spesso fin troppo a buon mercato (questo veniva contestato loro, principalmente). Tuttavia Platone (428 a.C. - 348 a.C.) scrisse numerosi dialoghi filosofici in cui il maestro fa da protagonista, dei quali il più famoso è "Il Simposio" sul tema dell'amore. Socrate venne condannato a morte e il suo allievo fondò il Ginnasio, una scuola dove insegnava la sua dottrina. Si rifiutò, tuttavia, di trascrivere i contenuti più importanti sempre per il concetto visto prima: meno male che il suo successore, Aristotele (384 a.C. - 322 a.C.), ci
La mappa dell'universo di Aristotele rimarrà invariata fino a Galileo
ha spifferato tutto quello che non ha scritto (così impari, Platone). Questi, infatti, aveva idee completamente diverse dal suo predecessore: se Platone era tutto preso dal pensare a un mondo superiore perfetto di cui questo, quello in cui viviamo tutti i giorni, non è che le brutta copia, Aristotele sta più con i piedi per terra e pensa, oltre che alla filosofia, anche alla biologia e cosmografia.
La retorica è strettamente collegata con la filosofia in quanto ha origine con i sofisti (tra i quali Gorgia spunta come nome sopra tutti gli altri), così bravi a dimostrare qualunque cosa: i nomi più importanti e celebri sono Isocrate e Demostene che vede, inesorabile, la salita di quello che fu il personaggio più importante dell'antichità: Alessandro Magno (356 a.C. - 323 a.C.).


Allievo del già citato Aristotele, questo principe Macedone riuscì ad assoggettare ed unire sotto di sé non solo tutta la Grecia, da sempre abituata ad avere diverse città indipendenti in guerra tra di loro, ma anche buona parte dell'impero Persiano spingendosi, con le sue conquiste, fino alle porte dell'India e assumendo tutti quei tratti da imperatore che saranno poi riproposti a Roma e da lì portati avanti fino alla rivoluzione Francese come,
L'impero di Alessandro Magno
ad esempio, il concetto di "predestinazione divina". Alla sua morte il vastissimo regno, che aveva pure adottato una sorta di lingua greca comune adattata in base ai vari popoli, si divide in tanti regni di cui il più famoso è quello ch
e aveva sede ad Alessandria d'Egitto che divenne, sotto la dinastia dei Tolomei, capitale della cultura per tutto il 300 a.C. : era il periodo Alessandrino. Dei tanti personaggi che popolarono la famosa biblioteca i più famosi furono il poeta lirico Callimaco (310 a.C - 240 a.C.) e Apollonio Rodio, (295 a.C. - 215 a.C.) famoso per il poema "Le Argonautiche" (di cui parlerò in futuro): si tratta di un tipo di letteratura ormai soltanto scritta da fruire in privato, leggendo nella mente, qualcosa di totalmente diverso rispetto a Erodoto o Socrate. Anche la commedia cambiò molto e assunse toni più leggeri e pacati, borghesi quasi, con Menandro di cui, però, si sa poco e nulla. Cosa certa è, invece, l'influenza che ebbe sulla letteratura romana che intanto era nata e si era andata sviluppandosi.


La parte Greca è venuta po' lunghina e ho deciso, quindi, di staccarla fisicamente da quella romana anche se pensate per essere pubblicate assieme! Lunedì 19 arrivano i Romani, troverete il link qui poi oppure per rimanere in contatto venite a trovarmi su Facebook!

sabato 17 maggio 2014

Breve piccola storia sommaria della musica: dai poemi omerici alle biografie musicali!

E quindi, rieccomi qua dopo essere stato latitante per un mesetto circa! I miei impegni li sapete, ve li ho detti qui, ma è anche vero che vi avevo promesso un nuovo articolo per sabato scorso! Perchè non è uscito finendo per essere spostato a oggi? Bhè, diciamo che fino all'altro giorno ero più o meno in questa situazione che imprecavo contro tutti i santi dell'olimpo Pastafariano perchè LibreOffice, il mio magnifico programma di scrittura, mi scombinava tutto il numero delle pagine nella mia relazione per l'università mandando a puttane un po' del mio lavoro di mesi (per fortuna recuperato tutto). Comunque, a parte questo, eccomi qua sano e salvo pronto a ricominciare (non con troppo slancio, mi raccomando)! Questo stramaledetto lavoro ve lo metto sul sito appena posso (e capisco come fare) come vi avevo già detto tempo addietro che avrei fatto. Inoltre indovinate un po'? questa è l'ultima settimana di lezione all'università (urla di gaudio e giubilio evidentemente finte dato il periodo che mi aspetta)!! E questo che vuol dire? Che sarò più regolare nello scrivere articoli e, a parte un paio di settimane quest'estate, ogni sabato avrete il vostro articolo! Contenti? No? Vi capisco!

Ma veniamo al tema di questa settimana! Musica e letteratura, due arti che spesso hanno avuto a che fare l'una con l'altra fin dall'origine di qualunque forma di cultura scritta (e non). Ora, dato che parlare dell'importanza della musica non si può fare in un articolo o due (ci vorrebbe tipo un'enciclopedia divisa in voluminosi volumi volumetrici) per stavolta diciamo che vi disegnerò (e pregate che non lo faccia nel senso letterale del termine, lo dico per voi, anche se ne sarei capace) un quadro generale di come la musica abbia accompagnato fin dagli antichi tutta la letteratura per giungere fino ai giorni nostri dove vi lascerò con un piccolo libro che vi consiglio ma, senza perderci in chiacchere, iniziamo sul serio!

La letteratura nasce, all'origine dei tempi, in poesia e non in prosa. Questa cosa, che può apparire strana a molti (a me all'inizio sembrava incomprensibile data la mia incapacità di comporre rime anche solo lontanamente decenti), in realtà è comprensibile se si pensa a come fossero le prime forme di cultura letteraria: orali e non scritte. Agli inizi (e si sta parlando anche prima dei Greci e quindi, andando all'indietro senza nemmeno troppo esagerare, almeno a 700 anni prima che nascesse Gesù) nessuno scriveva nulla di letterario, al massimo si contava quanti buoi c'erano nella stalla con dei segni, nulla di più. Però qualcuno, presso i sovrani o tra il popolo, sapeva suonare qualche strumento rudimentale (stiamo parlando di strumenti con una corda sola che, penso, anche uno scimpanzè saprebbe suonare col sedere) e cominciò, piano piano, ad accompagnare alla "musica" delle parole. E, dato che all'inizio alla gente non gliene fregava del verso che facevano le volpi (ogni riferimento è puramente casuale), iniziarono a narrare le gesta di eroi grandiosi del passato e di dei arrapatissimi tramandandosi il testo di generazione in generazione a memoria. Effettivamente imparare qualcosa ritmandolo cantando e suonando è più semplice e aiuta molto di più a ricordarsi le cose. Fu così che nacquero, nella Grecia del 600 a.C. circa, delle figure chiamate aedi che andavano di corte in corte a cantare di antiche battaglie e scontri mitici. Tra questi vi era anche un vecchio ceco di nome Omero, personaggio praticamente mitico e probabilmente inventato, che si dice abbia cantato per primo tutta l' Iliade e l'Odissea, solo successivamente messe per iscritto. Ora, non entriamo nel merito se il signor Omero sia o non sia esistito, se i due poemi li abbia effettivamente composti lui e sul loro valore, facciamo che ne parlo a parte un'altra volta, che è meglio (come sempre, del resto). Comunque, sta di fatto che fecero un vero scalpore all'epoca e la gente cominciò a studiare sempre di più gli strumenti musicali e i testi da cantare. Non starò qui a dilungarmi con una serie infinita di nomi casuali a mo di elenco del telefono perchè sia io che voi, penso, troviate tutto molto pallosissimo (o almeno io l'ho trovato così al liceo, non mi sono mai piaciuti gli elenchi del telefono. e faccio giurisprudenza, per intenderci.). Vi basti sapere che mentre c'è gente che aggiunge corde alle arpe, fa buchi ai flauti e comincia a cantare dei propri cazzi (come sempre, in Grecia, in ogni senso: vi basti leggere qui) e non più di grandi eroi c'è qualcuno che inizia a intuire che dietro alla musica vi possa essere un ordine, un'armonia quasi matematica che può regolare non solo le leggi della metrica ma anche dell'universo intero. Infatti si racconta che una volta qualcuno (non mi ricordo se fosse una persona specifica ma non importa), vedendo il grande (non nel senso di grasso) filosofo Pitagora (che comunque era mezzo pazzo, quindi se lo trovate strano non siete i soli) che, seduto da solo a occhi sembrava essere rilassatissimo, gli chiese che stesse facendo ed egli rispose che stava ascoltando la musica celeste dei pianeti che si muovevano (sì, era completamente pazzo, ve l'ho detto!). Però, poi, in seguito (non sono riuscito a trovare altri avverbi da metterci in mezzo se no avrei continuato), anche persone del calibro di Platone la introdussero tra le "manie", ovvero quelle arti provenienti dagli dei. Il discorso rimane più o meno invariato anche per l'epoca dei romani ma occorre fare delle precisazioni: noi della musica degli antichi non sappiamo nulla di nulla. Cioè, sappiamo più o meno come fossero gli strumenti, nemmeno troppo bene, ma di certo non sappiamo suonarli come loro, non sappiamo il ritmo che avevano, non sapiamo leggere correttamente i testi di poesia, nulla di nulla insomma (come sempre del resto)! Certo, si può cercare di riprodurre il tutto, ma non sapremo mai se ciò corrisponda a quello che era anche per loro!

Durante l'impero romano, come tutti non possiamo non sapere, inizia a svilupparsi il cristianesimo e, piano piano nei secoli, questo inizia ad avere sempre più discepoli prima tra i nobili e in seguito anche tra le classi meno agiate. Ora, questa nuova religione che riconosceva un solo Dio era molto diversa da quella precedente che ne adorava diversi e aveva riti completamente differenti (anche se inizialmente tutte queste differenze non è che ci fossero). Allora, che cosa fare per abituare i nuovi fedeli a tante novità rivoluzionarie tutte insieme? Inizialmente assorbirono molte feste e riti pagani e poi iniziarono a cantare e mettere in musica quell'insieme di valori che dovevano scolpirsi nella mente della gente: era la nascita delle preghiere (wiii!!)! Queste venivano, come ancora oggi, recitate sia dal singolo sia dalla comunità radunata che, per memorizzare le parole meglio e renderle più ridondanti, iniziò a cantarle accompagnandole con musica (anche nella religione buddista orientale succede la stessa cosa con i mantra ripetuti e cantati continuamente come questo, giusto per intenderci, di cui mi sono innamorato in Cina). I canti dei gregoriani e di tutti gli ordini monastici nelle chiese, nei conventi e per strada risuonarono per tutto il medioevo (la musica rientrava in quell'insieme di arti che, insieme alla matematica, erano insegnate nei blocchi del trivio e quadrivio) finchè non furono, sempre di più, accompagnati dai canti popolari e volgari che la gente comune componeva. Questi, anche se non so se ce ne siano arrivati da tempi molto antichi (sono sinceramente ignorante su tutto ciò), erano da sempre esistiti (e li abbiamo tutt'oggi) ma, con l'arrivo del cristianesimo, diciamo che si erano ridotti (a nessuno piace essere picchiato per strada, a nessuno) ma senza mai scomparire. Con la cultura del popolo in piazza che festeggia alle fiere iniziano a svilupparsi di nuovo e vengono riproposti soprattutto da quegli studenti che, stufi di star tutto il giorno sui libri, nei momenti liberi, uscivano dalle loro cellette e inventavao canzoncine (quando i siti porno ancora non esistevano era dura passare le giornate), via via sempre più articolate, che sfociarono poi in vere e proprie grandi opere come i celebri "Carmina Burana" di cui avrete sicuramente sentito questo brano. Piano piano però la tematica di questi canti da religiosa divenne o epica, con i poemi cavallereschi cantati già da tempo alle corte dei sovrani, o amorosa, con le canzoni dei menestrelli provenzali (una regione del sud della Francia). Questi, in particolar modo, da cantori di piazza e buffoni (come Cielo d'Alcamo in Sicilia) divennero sempre più professionali e furono a volte pure invitati dai vari sovrani a cantare per loro pur riscuotendo un certo successo anche tra il popolo. E così ci si avvicinò piano piano alla poesia di Dante, Petrarca e gli altri della compagnia che, col passare del tempo, abbandonarono gli strumenti e i canti ed iniziarono a recitare le loro composizioni come siamo abituati noi.

Ma, in ogni caso, la musica non scomparve mai. Infatti non ne ho parlato fin'ora (che bullo che sono) ma si continuava a cantare a teatro da sempre: cantavano i Greci con le tragedie, cantavano i Romani con le commedie, cantavano i Medievali con le rappresentazioni di episodi sacri, cantavano i Rinascimentali nei loro drammi pieni di morti e sangue. E tutto questo cantare ai teatri, anche se all'inizio era osteggiato dai sovrani, cominciò piano piano ad essere apprezzato (una delle prime a farlo fu la famosa Elisabetta I d'Inghilterra) e elevato di forma. Nacquero in questo modo le mascherate, terribili drammi interpretati dalla nobiltà che non sapeva minimamente recitare e che, dunque, passato il momento di entusiasmo iniziale, iniziò a capire che forse era il caso di lasciar fare a gente che se ne intendesse di più e iniziarono, di nuovo, a far fare il lavoro ad altri. Questi professionisti, vedendo che ai nobili annoiavano le recite classiche e che preferivano sentir cantar la gente, inventarono delle forme di teatro in cui la gente non faceva che cantare (scusate le mille ripetizioni di cantare ma non è facile trovare sinonimi), dall'inizio alla fine, spesso dimenticandosi di come si scrivesse decentemente: era il melodramma che, in Italia, ebbe piena realizzazione con quell'animale da circo che era Pietro Trapassi in arte Metastasio. Il libretto del melodramma, poi opera lirica, divenne sempre più popolare e venne affiancato anche da grandi nomi nella storia della musica del calibro di Mozart, Beethoven e altri che qualcuno di più bravo di me vi potrebbe snocciolare senza problemi i quali (gli artisti, non gli esperti) però iniziarono anche a far musica per i cazzi loro.

Quindi abbiamo, per ricapitolare, allo stesso tempo: musica lirica, musica da teatro normale, compositori per conto loro che però smettono di usare la musica molto in linea di massima per accompagnarla a testi di poesia. Bene, tutto questo ormai non c'è più. O meglio, la suddivisione non è più così distinta. Infatti dagli anni '50 c'è stato un vero e proprio boom musicale legato, in parte, alla più facile accessibilità di tutti alla musica con i vinili prima e le cassette e i cd dopo ma anche grazie a un periodo di pace abbastanza lungo in Europa e a una certa prosperità che ha avvicinato le grandi masse al panorama musicale (l'imbarazzo di non saper bene dove mettere le virgole ma vabbè, a noi piace così). Ora, non mi metterò qui a parlare di 60 anni di musica in un articoletto, sarebbe noioso ed inutile (e quantomai stupido), ma vi voglio portare 2 esempi di come la musica, col tempo, non sia più rimasta un qualcosa di fine a sè stesso ma come si sia mescolata sempre di più con altre arti tra cui la letteratura. Iniziamo da un esempio musicale che ha tratto buona parte della sua realizzazione dalla cultura letteraria: Battiato e, in particolare, la canzone "Il Sentimento Nuevo".


Come potete sentire (a meno che non siate sordi, e allora mi dispiace), l'autore, che piaccia o meno, prende spunto da un panorama culturale complessissimo e lo trasporta sul piano musicale fondendo musica e non solo lettere. Il mio non vuole essere un elogio, sia chiaro, nè voglio dire che le canzoni se non sono così acculturate facciano schifo, solo questo autore e i suoi testi mi sembra rappresentino in pieno il concetto di mescolanza di modi diversi di vedere una cultura fusi attraverso la musica.
 L'altro esempio che volevo portarvi è invece più letterario: si tratta di "Transmission. Vita morte e visioni di Ian Curtis, Joy Division" di Alessandro Angeli. Questo libro che racconta con precisione la vita romanzata di Ian Curtis mette bene in luce come si possa parlare di musica e di personalità legate ad essa con esattezza scientifica legandola però al piacere di una lettura gradevole e non pesante. E io, nota bene, dico questo da non amante dei Joy Division (più per ignoranza devo ammettere) e tuttavia l'ho molto apprezzato: se amate la band sarete al settimo cielo per il vostro acquisto, ve l'assicuro! Il libretto è edito da Grande Sconcerto, una piccola casa editrice che fa riferimento al gruppo di Stampa Alternativa, per soli 13€: per questo motivo, dato che potrebbe essere difficilmente reperibile, vi do, a fine articolo, il link della pagina facebook e della casa editrice ma dovreste trovarlo senza problemi su Amazon. A questo punto potreste chiedermi: <<Ma perchè, di tanti libri che parlano di musica, proprio quello ci devi consigliare? Non c'è niente di meglio?>>. Diciamo che il discorso è molto complesso ed andrebbe affrontato a parte, però si tratta principalmente di un motivo ideologico legato alle piccole case editrici e di cui preferisco parlarvi a parte, vi basti sapere che tutto quello che pubblicizzo è perchè lo ritengo valido (se non ineccepibile) e che, quindi, dietro non ci sono strani maneggi e magheggi.


Poi appunto, della musica ne potrei parlare per giorni e giorni e, per questo motivo, preferisco scrivere dei singoli articoli senza fretta, aspettando di avere la giusta ispirazione! Prima di lasciarvi e darvi appuntamento alla prossima volta in giro per il mondo con un noto viaggiatore italiano volevo dedicare quest'articolo a Bianca che ha percorso con me buona parte del percorso di formazione musicale (e tanti auguri, a proposito!)!

sabato 1 marzo 2014

Collana "A Bordo di Libro" (titolo provvisorio), ep 1: il Viaggio Come Esperienza Fantastica: la "Storia Vera" di Luciano (parte 1: trama)


Salve e benvenuti a tutti quanti! Oggi, come promesso, vi parlerò di una delle mie opere preferite di cui già vi avevo promesso avrei parlato (visto che rimando ma poi faccio?): la “Storia Vera” di Luciano di Samosata. Dell’autore ho già parlato in questo articolo, dove troverete tutte le informazioni necessarie per conoscere l’autore e la sua formazione. Ma, prima di iniziare, qualche breve parola sulla collana “A Bordo di Libro”, titolo ancora provvisorio in attesa di trovarne uno migliore (se ne avete suggeritemi con un commento). Come avrete capito tratterò dei viaggi più disparati e particolari della storia della letteratura ma non necessariamente in ordine cronologico. Quindi, per dire, se per il momento non mi vedete parlare di opere precedenti a questa, come l’ “Odissea” di Omero o le “Argonautiche” di Apollonio Rodio, non è che me ne sono dimenticato o non ne voglio parlare ma, come in un viaggio “on the road” all’avventura, preferisco proseguire dove mi porta l’intuito e l’ispirazione del momento, privo di vincoli e imposizioni di alcun tipo (la verità è che non ho avuto ancora modo di leggerli con calma)
Questo articolo ho deciso di dividervelo in due parti, a causa della sua lunghezza, così da renderlo più agevole: nella prima troverete la trama riassunta episodio per episodio con varie annotazioni che poi non riprenderò nella seconda, tutta incentrata sui modelli e le fonti di ispirazione. Inoltre, alla fine di entrambi i brani troverete il link del blog “I Don’t Know” con cui collaborerò per gli articoli su One Piece (ve ne parlo dopo) di cui in ogni caso pubblicherò il link volta per volta.

L'ultima volta abbiamo visitato la fredda Thule di Antonio Diogene, arrivando ad intravedere le lontane e misteriose coste della Luna mentre oggi ci spingeremo ancora più in là, nel territorio dell’ignoto.

La trama è qua riassunta in tutti i suoi  numerosissimi e fantasiosi episodi e, quindi, se proprio non volete rovinarvi nessuna sorpresa, evitate di leggere questi due articoli e correte in libreria a comprare il romanzo: ne rimarrete estasiati!

Il protagonista, come si viene a sapere più avanti nell’opera, è Luciano stesso che, dopo un breve prologo (che analizzerò dopo), ci racconta, come se si trattasse di un diario di bordo, della sua avventura al di là delle colonne d’Ercole, poste tra il Mediterraneo e l’oceano, verso un nuovo e misterioso continente. Infatti non dovete pensare, come invece vuole la leggenda popolare, che gli antichi ritenessero che la terra fosse piatta: la sfericità della terra era un dato assodato per motivi sia scientifici sia filosofici e non aveva bisogno di particolari spiegazioni (sono semmai gli americani che ancora oggi pensano che l’Europa sia uno stato). Non ci vengono fornite indicazioni circa la composizione della ciurma: i suoi membri non sono che figure prive di importanza, come pezzetti di carta sballottati dalla corrente degli eventi. I veri protagonisti sono i posti straordinari e fantastici visitati dal protagonista, figura anch’essa assente dall’azione, come un semplice spettatore mai partecipe attivamente nelle vicende.

 La prima isola incontrata dai nostri eroi è l’isola del vino, tema centrale attorno cui ogni cosa qua si modella: i fiumi sono di vino e i pesci alcolici tanto per fare un esempio. Mentre tutti si ubriacano in un’ allegra orgia alcolica, due membri della ciurma si allontanano e incontrano degli strani esseridonne dalla testa alle gambe (passera inclusa nel prezzo) e poi ancorate come viticci al suolo. I due marinai, ingrifati come dei bisonti del Mar Morto per il vino e la lontananza, dovuta alla mancanza durante il viaggio di qualunque essere che avesse una fessura femminile (se escludiamo i compagni, possibili buchi di sfogo), iniziano a montarsi con estremo piacere le due donne viticcio (anche loro, non potendosi muovere, non ricevevano tutti i giorni la visita di qualche bastone interessante). E quindi si stanno dando da fare quando le loro gambe si attorcigliano, diventano nodose e legnose e, trasformate completamente in viticci, si ancorano fermamente al suolo. I compagni, quando li ritrovano, non posso più far nulla e decidono di lasciarli là, contenti tra le braccia delle due conne vegetali. Quest’isola vuole essere probabilmente una parodia delle stranezze che si raccontava si trovassero in India: infatti, su una stele trovata dal protagonista, si legge: “Fin qui giunsero Eracle e Dioniso”. Nell’antichità si credeva che queste due figure mitologiche avessero intrapreso una campagna di conquista in queste terre esplorandole per primi (ed erano così comparati con Alessandro Magno, il primo generale greco ad arrivare in queste terre nel 326 a.C.). Inoltre, in seguito, Nonno di Panopoli, ultimo poeta alessandrino, compose un lunghissimo poema epico, le “Dionisiache”, in cui racconta proprio di questa spedizione del dio del vino anche se i riferimenti a queste due spedizioni sono anche precedenti (nelle “Rane” di Aristofane e su numerosi mosaici).

La ciurma fa appena in tempo ad allontanarsi dalla costa quando un gigantesco tornado butta in aria la nave e lì, navigando sulle ali del vento, raggiunge la Luna, come prima era successo nel romanzo di Antonio Diogene (elemento che ci fa pensare che “Le Avventure al di là di Thule” siano anteriori al lavoro di Luciano). Il re Endimione, anch’egli umano di origine, li accoglie e li invita a unirsi a lui nella guerra contro Fetonte, il re del Sole, e il suo popolo. E così scoppia una vera e propria battaglia spaziale in cui i combattenti sono a cavallo di avvoltoi-cavalli, pulci giganti e altri strani animali che si conclude con la sconfitta dei guerrieri lunari a causa dell’arrivo tempestivo di un gruppo di centauri giganti che danno man forte ai soldati solari. Ma per fortuna Fetonte è un re buono e generoso, pronto a riconoscere il valore dei Greci e dei lunari e a lasciarli vivi anche se soggetti a qualche restrizione. Segue la curiosa descrizione del popolo spaziale della Luna: mezzi uomini e mezzi vegetali si riproducono tutti senza l’aiuto di donne. Infatti o seminano un testicolo nel terreno oppure si accoppiano tra uomini nonostante l’assenza di ani (non chiedete come facessero a fare la cacca però): un pratico buco nel ginocchio farà in modo che lo sperma arrivi fino alla coscia che rimarrà gravida ( questa parte in greco è anche detta ventre della gamba e, come vuole la tradizione mitica  riportataci da Ovidio, anche il dio Dioniso nacque così da Zeus che riuscì a mettere in salvo il feto estraendolo da Semele, l’amante con cui si era accoppiato sotto forma di pioggia dorata, prima che sua moglie Era gelosa la incenerisse con un fulmine. Sì, sotto forma di pioggia dorata. Sì, non siete i soli ad aver pensato a questo). Inoltre questi buffi abitanti presentano qualcosa come un cavolo sulla schiena ( mancava giusto il colore verde per essere dei perfetti esemplari di bulbasaur) e hanno la pancia vuota foderata di pelo, tipo marsupio dei canguri, per metterci dentro i bambini in modo che non prendano freddo (in alternativa i panini si conservano belli tiepidi fino alla pausa pranzo).

Dopo un po’ i nostri eroi cominciano lentamente a scendere verso la terra. Ma, prima di raggiungere la superficie, planano sull’isola delle lanterne (in cui si fermerà pure Pantagruele nel libro quinto del “Gargatua e Pantagruele” di Rabelais). Qui le lanterne di tutti i tipi e misure devono presentarsi all’appello fatto di continuo dal patriarca pena lo spegnimento (e dunque la morte, giustamente). Su quest’isola Luciano incontra pure quella di casa sua e ne approfitta per chiedergli notizie sulla moglie. Infatti le lanterne hanno un forte doppio senso sessuale: esse vegliano, come osservatrici silenziose, sulle donne che, lasciate (finalmente) sole dal marito, ne approfittano per farsi riempire come tacchini il giorno del ringraziamento dai vari amanti (questo è un motivo ricorrente nella tradizione arcaica, si veda il lamento di Fedra nell’ ”Ippolito” di Euripide, per dire).

Finalmente Luciano e la sua ciurma riescono a toccare l’acqua dell’oceano, ma c’è ben poco da star tranquilli. Infatti ecco spuntare all’orizzonte un banco di balene gigantesche di cui la più grande di tutte li inghiotte in un sol boccone (sulla tradizione delle balene nella cultura mitica parlerò più avanti). Tutti ormai pensano di dover morire tra atroci dolori sciolti (opzione ritenuta molto comoda dai mafiosi, a detta loro almeno) nei succhi gastrici dell’animale o schiacciati dalle sue fauci ma, fortunatamente, i denti del cetaceo (ai tempi pensavano che questi mammiferi marini avessero la dentiera) non polverizzano né loro né la nave e, invece di finir digeriti, fanno naufragio su un’isola che riposa nello stomaco della bestia (ma avete idea di quanto non sia difficile trovare tre sinonimi di balena da mettere nella stessa frase evitando ripetizioni? Non osate lamentarvi della complessità dei periodi, sia chiaro!). E, come se la situazione non fosse abbastanza paradossale, qui un vecchio, Scintaro, con un giovane di nome Cinira, entrambi naufraghi,  conduce una vita tranquilla coltivando un piccolo pezzo di terra e sopravvivendo grazie ai relitti che scampano all’enorme dentatura della balena. Ma la vita non è di certo rose e fiori per i due umani: infatti sono circondati da bellicose popolazioni di uomini-pesce (il kebab Luciano non lo mangiava, se lo fumava direttamente) che mal sopportano i due malcapitati. Allora la ciurma del protagonista, che intuisce che dovrà sopravvivere a lungo, in un modo o nell’altro, su quel lembo di terra, decide di sterminare la razza nemica (che strano, una popolazione meravigliosa e misteriosa vive su un’isola dentro a una balena in mezzo all’oceano, sterminiamola!) e, a liscate di pesce (sì, combattono usando la colonna vertebrale dei loro simili. Forse se decidono di sterminarli un motivo c’è), riescono a sterminare i nemici perdendo soltanto il timoniere, colpito alla schiena a tradimento, che verrà poi rimpiazzato in seguito dal vecchio Scintaro accompagnato da Cinira.

Il tempo comincia a passare e i nostri eroi si adeguano alla vita nel ventre del mostro. Un giorno che la balena tiene aperta la bocca per respirare un po’ più del solito (l’unico modo con cui potesse arrivare luce là dentro) assistono a una battaglia navale di dimensioni epiche! Dei giganti dalla chioma di fuoco, usando intere isole come navi, si scontrano ferocemente all’ultimo sangue proprio di fronte all’animale. Alla fine di questo sorprendente scontro i vincitori raccolgono le isole-navi avversarie e le appendono, come un trofeo commemorativo, sulla fronte dell’animale. La nostalgia della libertà fa fremere i nostri eroi che, da troppo tempo reclusi nell’animale, desiderano sempre di più uscire dalla prigionia della balena: l’ unico problema è cogliere l’ occasione giusta. E così si chiude la prima parte del romanzo. Dopo l’intervallo il secondo tempo!


Avevamo lasciato i nostri eroi insoddisfatti della loro vita nel corpo del mostro dopo aver assistito alla battaglia dei giganti con la chioma di fuoco. La ciurma decide dunque di scappare uccidendo la balena con un incendio che sarebbe dovuto scoppiare nell’isola all’interno dello stomaco. Riescono nell’intento e si allontanano dalla bocca del mostro, aperta per via delle volute di fumo asfissianti con Scintaro come nuovo timoniere e Cinira.

 Dopo una breve capatina su un isola deserta in cui vivono dei tori con gli occhi sulla punta delle corna (come avrebbe voluto Momo, il dio criticone, a cui non andavano bene come Zeus li aveva fatti), cercano di prendere il largo ma vengono prontamente bloccati da un vento così terribile da ghiacciare l’intero oceano (i riferimenti alla fredda Thule sono abbastanza evidenti). Dopo aver scavato nel ghiaccio per estrarne dei pesci di cui cibarsi riescono a liberare la nave e a farla pattinare sulla lastra scivolosa fino a tornare in acqua normalmente.

Dopo non troppo però il colore dell’oceano cambia, diventa bianco, e la consistenza si fa più densa (non pensate male, per favore, non si tratta di “Amore Liquido”). Si tratta infatti del mare di latte che circonda Galatea (Bianca in greco), una forma di formaggio così grande da sembrare un’isola! Sopra, come nell’isola del vino, tutto è collegato con ciò che riguarda il magico e interessantissimo mondo dei latticini, dai fiumi agli alberi.

Sulla via per l’isola successiva notano in mare degli uomini che passeggiano sulla superficie dell’oceano. Si tratta di una curiosa popolazione con dei pezzi di sughero al posto dei piedi, proveniente dalla vicina Sugheria, che saluta la ciurma allegramente. Ma Luciano e i suoi non hanno tempo di fermarsi troppo, sono invece attratti da una nuvola di profumo che li porta sulla terra dei Campi Elisi (l’equivalente del nostro Paradiso), in cui incontrano tantissimi eroi dei poemi omerici (Menelao, Elena e Ulisse) accanto a filosofi (Pitagora e Platone) e uomini di cultura vissuti nei secoli passati (questi citati sono solo alcuni, ovviamente, però del loro ruolo e della loro caratterizzazione parlerò più avanti nel testo). Mentre tutti si rilassano e hanno modo di incontrare e intervistare varie figure di spicco del passato (celebre il dialogo tra Luciano e Omero) il giovane Cinira, preso da un’ erezione incontenibile in mezzo a tante belle donne (e come dargli torto dopo aver passato anni da solo con il vecchio Scintaro) è fuggito con la bella Elena (proprio quella strafigona che aveva scatenato la guerra di Troia dell’ “Iliade”), sulla formaggiosa Galatea con un giocoso rimando ai poemi omerici (e al liquido bianco, sì, come volete). Mentre Elena viene perdonata, come nell’antichità (il discorso su cosa si pensasse del personaggio è molto interessante e dovrei approfondirlo), piante poche lacrime da coccodrillo, Cinira, ritenuto colpevole di tutto, viene portato sull’isola dei dannati dove sarà appeso per le palle (che comunque lo tenevano tutto attaccato). I nostri eroi, però, a causa della bravata del giovane, sono esiliati dall’isola e, prima di andar via, Omero ( che ci vede benissimo in contrasto con la tradizione che lo voleva cieco), incide una lapide per il protagonista che recita:

Luciano tutto di qui, amico agli dei beati,

vide, e di nuovo tornò al paese natio.

Questi pochi versi sono per noi importantissimi: è infatti l’unica volta che ci viene detto il nome del protagonista, nonché dell’autore dell’opera, non lasciando alcun dubbio sulla paternità dell’opera (almeno per una volta, ecchecazzo!).

Una volta partiti sono costretti a passare per la terra dei dannati: oltre a Cinira sono torturati altri personaggi di cui parlerò dopo. I nostri protagonisti, dopo una breve sosta nell’ evanescente paese dei sogni, sbarcano sull’isola dell’ immortale ninfa Calipso, l’amante di Ulisse per un annetto prima che questi facesse con calma ritorno ad Itaca (come ci racconta Omero nell’ “Odissea”) per consegnarle un bigliettino da parte dell’eroe omerico da cui era stata tanto piacevolmente incaprettata. Nella lettera Ulisse si lamenta di come si stesse bene su quell’ isola lontano dalla moglie, dai problemi di politica e da altre gravose questioni, passando una dolce immortalità a strombazzare come se non ci fosse un domani e le promette che un giorno l’avrebbe raggiunta per farle risentire che sapore avesse il bastone di Itaca.

La navigazione si fa sempre più irta di pericoli pericolosamente pericolosi: Luciano e il suo equipaggio, miracolosamente sfuggiti agli zuccopirati e ai nocenauti, banditi a bordo rispettivamente di zucche e noci giganti, e a briganti che, cavalcando delfini grandi come cavalli, li bombardano con occhi di granchio e seppie secche, giungono infine a un enorme nido di gabbiano che galleggia sull’ acqua. Dopo essere sfuggiti al gigantesco animale che, con la potenza delle sue ali, rischiava di farli naufragare, si ritrovano di fronte a una intricatissima foresta di alberi galleggianti privi di radici. Per superarla sono costretti a issare la nave sul tetto di foglie e a farla scorrere sopra (questo episodio, insieme a quello del ghiaccio, potrebbe essere un riferimento alle “Argonautiche” di Apollonio Rodio in cui una nave è traportata in modo simile nel deserto del nord Africa).

Giunti dall’altra parte, passati sopra un ponte d’acqua che si estendeva sopra un enorme baratro le cui pareti erano formate da cascate che cadevano a precipizio, si trovano sull’isola dei Testadibue, una popolazione barbara cornuta simile ai minotauri. I mezzi animali, dopo aver attaccato l’equipaggio uccidendone ben tre membri, vengono a loro volta sconfitti dai nostri. In seguito la navigazione si fa più tranquilla: si accostano alla nave, durante la traversata, popolazioni pacifiche come quella degli uomini barca, che usano il proprio grosso (come ci dice anche il nostro sorpreso autore) pene in erezione come albero maestro per navigare nell’oceano.

Infine i nostri stanchi eroi giungono su un’isola piena di donne bellissime e vogliosissime (l’isola di Red Tube) che vogliono essere trapanate come dei mobili dell’Ikea. In realtà si trattata di streghe per metà asino che si cibano di carne umana dopo aver calmato la fagiana in fiamme. Ma il massacro viene evitato grazie al geniale intuito di Luciano (teschi spolpati e resti di carne umana sparsi per terra avrebbero insospettito pure me ammetto) che riesce ad avvertire i compagni in tempo.

Una volta partiti i nostri eroi riescono ad approdare finalmente nel nuovo continente dove si conclude la pazza “Storia Vera” di Luciano con la falsa promessa di un seguito.

E questo era tutto per quanto riguarda la trama. Come già detto nell’articolo dopo trovate il commento completo di fonti e influenze dell’opera e in cui approfondisco diversi aspetti tutti comunque molto interessanti a mio avviso. Intanto grazie mille per aver letto fin qui e per il supporto! Oltre a raccomandarvi di mettere mi piace, condividere e spargere il verbo non posso evitare di farvi notare che i commenti sono aperti a TUTTI, iscritti o meno a Google Plus, e che sono sempre molto graditi! Anzi, se andate a vedere indietro, spesso rispondo ampliando ulteriormente alcuni punti, quindi sotto a scrivere!
 
 
 
Pagina Google Plus:Qui
Pagina Twitter:Quo
“I Don’t Know”:Qua