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domenica 29 giugno 2014

Collana "Piccole Opere di Grandi Autori" (1): "L' Odalisca" e "Il Cavaliere di Aigremont" (ovvero "Storia dell'Anello che fa Indurire e Allungare il C....") di Voltaire

Ed eccoci al solito, abituale, appuntamento anche se in ritardo di un giorno! L'ultimo, oltretutto, di questo scoppiettante (???) giugno. Fra poco arriveranno le prime vere e proprie vacanze e, quindi, la pubblicazione degli articoli avrà qualche sbalzo ma di questo ve ne parlerò un'altra volta con più calma. Intanto, siete passati a trovarmi su Facebook? No? Male, malissimo! Infatti è da una settimana circa che ho aperto la mia pagina ufficiale in cui vi invito a passare per dare un'occhiata (ma poi chiudete subito, eh, che se no mi diventate ciechi). La dicitura, in alto, sotto il nome, recita "comunità" e, vi posso assicurare, non è un caso. Quello che voglio infatti creare è una vera e propria comunità di discussione e dibattito di argomenti vari perché, come sempre vi dico e MAI vi stancherò di ripetere, io non sono qua per indottrinarvi ma per crescere INSIEME: voi con gli articoli e io coi commenti, con il feedback, positivo o negativo che sia, non ha importanza. Quindi, se avete voglia o tempo passate e, magari dopo aver lasciato un molto simbolico "mi piace" (odio questa procedura, sul serio, e non mi premerebbe nemmeno ricordarvela se non fosse per il fatto che così la pagina acquista più visibilità da parte di un pubblico sempre maggiore aumentando, di conseguenza, interattività), commentate, esprimete il vostro parere e fatevi sentire senza esitazione! Quindi appunto, vi aspetto numerosi!

 E oggi iniziamo pure una nuova rubrica! Come potete capire anche voi dal titolo si tratta di piccole opere minori di grandi autori che, spesso e volentieri, vengono trascurate e disdegnate. Se vogliamo già l'"Apokolokyntosis" di Seneca può essere considerata tale così come la "Matilda" di Mary Shelley (per fortuna in questo caso). Quindi capirete anche voi perché questi articoli potrebbero essere un po' più brevi del solito ma, non per questo, meno affascinanti.

Oggi si inizia con due opere di Voltaire (tutto quel che avete bisogno per conoscere l'autore qualora vi fosse nuovo lo trovate qui) che spesso vengono quasi volutamente ignorate (e presto capirete il perché). Ma partiamo subito con la più importante, ovvero "L'Odalisca" del 1779, anno in cui appare ancora anonima e in forma semi-clandestina. Il nome di Voltaire apparirà solo nel 1796 dopo la sua morte e i critici hanno spesso considerato l'opera spuria (ovvero non scritta dalla persona da cui è firmata). Effettivamente, può sembrare strano a prima vista che un vecchio filosofo di 81 anni (Voltaire è del 1894 quindi fate un po' voi i conti) scriva un'operetta erotica di scarso valore morale e contenutistico ma, se si analizza un attimo il contesto, non ci sarà difficile convincerci del contrario. Come sappiamo la produzione del filosofo è ampia e quasi sterminata toccando più o meno tutti i generi e, quindi, è plausibile che a maggior ragione si sia cimentato anche con questo genere "basso" di moda al tempo. Infatti, come già ho avuto modo di dire se non sbaglio, molte grandi menti hanno composto operette erotiche come anche il famoso Diderot che, da giovane, scrisse i "Gioielli Indiscreti", un romanzetto composto, come vuole la molto poco credibile leggenda, in soli 15 giorni (e di cui vi potrei parlare un giorno non appena avrò modo di approfondire l'autore). Storiella stupida questa, vero, ma ci fa capire come questi testi fossero composti quasi per scherzo e non volessero altro intento se non rappresentare in modo satirico la società dei nobili che se ne stava tra agi e lussi chiusa a Versailles. Infatti sia la corte del re del Congo in Diderot che l'harem del sultano di Voltaire sono una rappresentazione satirica di un ambiente odiato e disprezzato da una nuova borghesia illuminata che discuteva nei caffè (su tutte queste cose belle andate a rileggervi il mio primo articolo su Voltaire che trovate sempre qui). Quindi, insomma, non deve stupirci che lo stesso autore del "Candido" e di "Micromegas" abbia potuto comporre un testo così spinto considerando anche che, come critica alla religione cristiana, qualche anno prima aveva composto "La Vergine di Orleans", una parodia dei poemi cavallereschi (che sto cercando di procurarmi in ogni modo) in cui Giovanna d'Arco perde la verginità con un asino. Ovviamente Voltaire cercò di aggiustare il tiro diffondendo una versione censurata ma, ormai, l'originale era diventato virale e si diffondeva a macchia d'olio in tutta Francia. Quindi, traendo le nostre conclusioni, l'"Odalisca" potrebbe averla benissimo scritta lui, ci sarebbero tutte le premesse e motivazioni. Anche lo stile, seppur abbastanza comune in tutto il '700, pare essere il suo ma, in ogni caso, di prove certe non se ne ha.
"L'Odalisca" ha pure delle sue stampe ma, pare, su Google queste non sono ancora state importate e dunque ciccia, non le vedrete nemmeno per l'opera dopo.
MAI UNA GIOIA


Ah, e la trama dite? In realtà non è quel granchè, parla di questa ragazza che, tra un intrigo amoroso con qualche eunuco e simili e l'altro, entra a far parte dell' harem del sultano in persona che la inizia alle arti erotiche. Già, nulla di che, però è un FOTTUTO RACCONTO EROTICO SCRITTO DA VOLTAIRE, solo per questo è un "must have" della vostra libreria! Senza contare che, comunque, è scritto molto bene.

L'altra opera di cui vi voglio parlare si intitola "Il Cavaliere di Aigremont" ovvero "Storia Dell'Anello che fa Indurire e Allungare il C..." (e la censura non è mia ma è proprio il titolo così). Sì, avete capito bene, ci troviamo di fronte a una di quelle opere fini e dagli alti contenuti morali tipiche del 1700 proprio. Questo breve e divertentissimo CAPOLAVORO non è mai stato pubblicato mentre Voltaire era in vita ma fu, solo successivamente, ritrovato tra le carte dell'autore con la firma di Abbè Bazin, uno pseudonimo da lui già usato (come, del resto, era lo stesso "Voltaire"). Per vostra fortuna il racconto rientra in uno di quei rari casi di "opera talmente bella e divertente che, se raccontata, non vale la pena di leggere" e, quindi, non mi starò a dilungare troppo sulla trama che, del resto, è molto simile a quella di un qualunque gioco di Super Mario: un eroe prende, va, salva la principessa e fine. Ovviamente tutte le avventure/disavventure comiche del personaggio ruotano intorno a questo anello magico che, se indossato, ogni volta che vien fatto il segno della croce aggiunge un tot di centimetri al cazzo (tanto per usare la stessa espressione di Voltaire così se è volgare lui non vi potete lamentare): immaginatevi che succede quando l'oggetto magico capita tra le mani di un prete che, passando per un villaggio, benedice i passanti! Quindi, appunto, LEGGETE questo racconto che, nella mia edizione, dura solo 19 pagine compresi i disegni vari: il vostro cervello potrà reggere mai a cotanto sforzo?
La copertina dell'edizione italiana che ho letto io ma non per questo, l'unica


Sia l' "Odalisca" sia "Il Cavaliere di Aigremont" li potete trovare in una simpatica (perché sorride sempre ciao) edizione della Coniglio Editore a soli 12€ che, vi posso assicurare, sono spesi benissimo! Come accennato, quest'articolo è venuto un po' corto anche perché, come già vi ho detto, sono opere da leggere e non da raccontare e la loro contestualizzazione l'ho già fatta anche altre volte. So anche che come articolo è un po' "mhe" ma, insomma, di appigli non è che ce ne fossero tantissimi e, quindi, niente per questa travagliata settimana è andata così!


Quindi, dato che ci avanza tempo, vi pongo una piccola questione. Non settimana prossima ma quella ancora dopo avrò un esame (il 10 per la precisione) e, quindi, in quel periodo sarò un po' stanco/impegnato e non mi potrò dedicare a chissà quali profondi progetti. Pertanto non sabato prossimo ma quello dopo pensavo di pubblicare un articolo su un film, primo di una trilogia che voglio affrontare, di cui ho già pronta una scaletta generale e che, pertanto, non mi richiede troppo sforzo. Quindi, che fare invece questo sabato? Come sempre, di cose da dirvi ce ne sono e pure tante ma voglio sentire la vostra opinione: voi proponetemi QUALUNQUE COSA e, se fattibile e soprattutto se mi stuzzicherà, avrete il vostro articolo! Quindi, per chiudere, aspetto i vostri commenti sia qua sotto (dove CHIUNQUE può scrivere, lo ricordo) oppure sulla mia pagina Facebook dove, vi ricordo, vi invito a mettere mi piace così da avere continui aggiornamenti e materiale extra che pubblico quotidianamente! Per il resto, per chi di voi parte, buone vacanze!

sabato 14 giugno 2014

Il senso della vita per Voltaire e gli illuministi: le risate dei giganti di "Micromegas"

E rieccoci, ancora una volta, a un altro appuntamento settimanale! Ho seguito, come promesso, i vostri suggerimenti e ho deciso di parlarvi di un autore a me molto caro per varie ragioni: Françoise-Marie Arouet conosciuto, più comunemente, come Voltaire (che in effetti è molto più semplice e comodo da pronunciare).
Mi fa troppo morire come, in ogni quadro, l'abbiano ritratto sempre sorridente!
Ho letto diverse sue opere e mi sono in particolar modo innamorato del suo "Candido" che, ancora oggi, considero uno dei migliori libri che io abbia mai letto (e chi mi conosce sa del valore di questo mio giudizio). Ma non è solo questo il motivo per cui sono particolarmente legato a quest'autore e alle sue opere. Presi infatti in mano il volume (all'epoca ingenuamente acquistato della Newton-Compton, mi mangio ancora le mani! Mi tocca ricomprarmelo in un'edizione più cazzuta!) che conteneva i suoi romanzi filosofici (che alla fine sono le opere che trovate ovunque senza problemi anche nelle peggiori Feltrinelli di paese) nell'estate tra la terza e la quarta liceo che fu, per me, veramente illuminante: infatti fu in quei mesi estivi che, veramente, iniziò la mia formazione letteraria piena e cosciente. Mi ricordo che, dopo aver approfondito in modo autonomo la titanomachia nella "Teogonia" di Esiodo (avevo disperatamente bisogno di un voto alto in Greco e mi divertivo pure) ed aver conosciuto "L'Asino d'Oro" di Apuleio mi ero dato alla lettura di Ovidio ("Metamorfosi"), Goethe ("I Dolori del Giovane Werther"), Brecht ("Galileo"), Milton ("Paradiso Perduto"), Lewis ("Il Monaco") e, appunto, Voltaire con "Candido", "Micromegas" e "L'Ingenuo". Era un mondo, quello delle lettere e dei classici, che avevo appena sfiorato con il "Faust" di Goethe che, a Pasqua, avevo spazzolato in un paio di settimane: avevo inteso la potenza dei libri e dei classici che, per luogo comune e ignoranza principalmente, sono considerati noiosi dai più. Ed è questo che io voglio cercare di portarvi: il mio amore, la mia passione e sì, ILLUMINAZIONE, nei confronti di certe opere. E non vi sorprenda il fatto che sia avvenuto tutto così poco tempo fa (in fondo sono passate sole tre-quattro estati, nulla di più): sacrificando tempo alla scuola e allo studio ufficiale (scelta questa che, però, sappiate che se decidete di intraprendere richiederà dei sacrifici in termini di risultati ma non di soddisfazioni personali che saranno sempre grandissime) mi sono fiondato su opere accennate o solo parzialmente (e comprensibilmente data la mole di argomenti che i prof devono affrontare) incontrate con la morbosa voglia di saperne di più, con una forte e vivida sete di conoscenza che ancora è ben lontana dallo spegnersi! Infatti, per quanto vi possa sembrare che abbia letto tanto, questo non è NULLA in confronto a quello che ancora mi aspetta tra gli scaffali di librerie e biblioteche! Quindi scusate questa lunga premessa ma era per farvi capire il mio valore affettivo con l'opera di cui parliamo oggi che non è, però, il "Candido" perchè meriterebbe un discorso a parte nella rubrica di viaggio ma, bensì, "Micromegas", un'operetta se vogliamo minore ma, non di meno, pregnante e importantissima nel quadro della cultura illuminista che prima vi introdurrò!

Dunque, che cos'è l'illuminismo (che non ha nulla a che fare con gli illuminati della ka$ta anche se è in quel periodo che nasce in effetti), quando nasce ma, soprattutto, perchè? Siamo circa all'inizio del 1700 che, come ben potete immaginare, è quel secolo che viene dopo il 1600. Questo periodo è stato, con il Barocco (che è un movimento artistico-letterario), un vero tripudio di cattivo gusto eccessivo (anche senza PSY e Snoop Dog, pensate un po' !). Andava di moda, infatti, accumulare in modo esagerato elementi già di per sè eccessivi per stupire, fino alla nausea, i ricchi ospiti nelle corti dei sovrani che regnavano tra lussi e agi mentre fuori, sui campi di battaglia, gli eserciti si ammazzavano tranquillamente in alcune delle guerre più sanguinose che l'Europa abbia mai conosciuto.
ci sarebbe stata bene qualche statuetta in più ancora, così è tutto troppo spoglio!
Nascevano così stramberie in ogni ambito, da quello musicale (esisteva un organo che funzionava a gattini) a quello figurativo (cascate d'oro nelle chiese come se non ci fosse un domani) e letterario (Giambattista Marino, uno dei più grandi autori dell'epoca, compose poesie su tutto, perfino sui pidocchi!).
ne voglio troppo uno pure io!
Era il cuore a condurre le persone, non la ragione, e le portava a fare le cose più esagerate ed eccessive per questo gusto del sovrabbondante e dell'esagerato che regnava sovrano su tutti (che poi, non è che il barocco faccia tutto schifo, anzi, ha un suo perchè legato all'epoca di cui poi vi parlerò, ma quando il troppo stroppia...). Però, ad un certo punto, come succede ogni volta, la gente iniziò a rompersi i coglioni di tutti questi eccessi (sì, l'espressione non è proprio fine, ma, vedendo dove poi portò questa corrente di pensiero, diciamo che è pienamente giustificata). Ma attenzione, a rompersi i coglioni non è che furono proprio tutti tutti: i regnanti, infatti, si trovavano benissimo e con loro tutti quei nobili che, in Francia, si trasferirono piano piano nel nuovo palazzo di Versailles fatto ampliare da Luigi XIV (che di certo non alzò neppure mezzo mattone ma di sicuro ebbe l'idea. Forse. Non ne sono nemmeno certo).

Chi si era VERAMENTE rotto i coglioni era una classe di cittadini: i borghesi (i poveri contadini non contano, loro erano stufi di tutto a priori e pure giustamente) che, in quanto ceto ricco, erano anche quelli più acculturati perchè potevano permettersi un'educazione della madonna (la poesia in queste righe). Si erano inizialmente arrabbiati perchè, anche se ricchissimi, i nobili non se li cagavano minimamente e non erano molto considerati in politica. Iniziarono quindi, allontanandosi sempre di più dalla corte, a pensare con la loro testa e a riunirsi tra di loro... al bar. Sì, proprio al bar, perchè un tempo non era esattamente il posto in cui si trovavano gli anziani del paese per bere il loro bianchino ma delle case da thé o caffè che servivano queste bevande importate da paesi lontani a prezzi anche non proprio modici. E così i borghesi e filosofi del tempo trascorrevano lì le loro giornate a drogarsi di bevande eccitanti (si dice che Voltaire sia arrivato a farsi 50 caffe in un giorno, se non è droga questa!) e parlando delle loro teorie che, presto, in questi contesti liberi e privi di uomini di chiesa, divennero a dir poco rivoluzionarie per l'epoca (chi vuole intendere intenda).
dovevi solo stare attento che il parruccone non ti finisse nella tazzina del vicino
Infatti se fino a quel momento si era ascoltato solo il cuore si iniziò, da quel momento, a dar ascolto al cervellino (cosa che anche voi, se vi sforzate, potete fare) in maniera quasi fin troppo eccessiva: la razionalità aveva preso il controllo totale sui sentimenti, il cervello aveva vinto il cuore. Gli uomini iniziarono a guardare ai tempi passati, e in particolare al medioevo, come epoche buie, oscure e barbare in cui vigeva come unica legge sopra le altre la superstizione e il fanatismo religioso. Ed è proprio contro qualunque forma di religiosità specifica che si scagliarono con tanta forza: la pretesa che tutto fosse modellato a figura e immagine dell'uomo da un Dio supremo e che l'essere umano fosse la creatura suprema in natura venne totalmente rigettata e irrisa da tutti i filosofi di quel periodo (e questa, che a noi può sembrare una banalità, era una novità pazzesca perchè anche lo stesso re pensava di essere stato scelto da Dio). Preferita era, invece, una nuova forma di culto: il teismo (che non cambia se lo volete alla pesca o al limone). In pratica il ragionamento era che sì, c'era un essere divino che stava sopra gli altri e tutto quanto, però era una follia pretendere di cercare di capire se fosse quello di Gesù, della Bibbia, di Maometto, di Budda, di Cthulu o di chiunque altro. Anzi, le differenze religiose portavano solo a morte e guerre ed erano inutili dato che tutti, teoricamente, avremmo potuto unirci insieme in un'unica grande preghiera universale per adorare un Dio comune.

Per esprimere le loro idee rivoluzionarie e anticonvenzionali, critiche nei confronti della religione e dell'ipocrisia degli uomini, molti (ma non tutti) decisero di adottare un metodo nuovo: non composero più lunghi e interminabili mattoni noiosissimi ma si dedicarono, al contrario, a opere leggere e divertenti che, sotto un alone di giocosità solo apparente, nascondevano feroci e pesanti critiche alla società e all'insieme di valori poco etici dei loro contemporanei: era la satira filosofica tipica del 1700. Le forme in cui questi scritti si presentano sono tante e varie: racconti filosofici, romanzi erotici, commedie di teatro, satire e addirittura poemi cavallereschi. Ma ci fu un solo uomo che, nell'arco della sua lunga vita, riuscì a comporre almeno un'opera mirabile in ciascuno di questi stili: Voltaire (1694-1778). Egli, dato il periodo di attività, si può considerare quasi come il primo degli illuministi e viene, infatti, considerato di una generazione più vecchia ma, non per questo, o forse proprio per questo, molti pensatori successivi come, ad esempio Diderot e Swift, lo consideravano uno dei più grandi autori mai esistiti sulla faccia della terra (e parliamoci chiaro, di certo lo è). Qualunque cosa egli scrivesse, romanzo saggio o poema che fosse, affrontava le cose con una lucidità e un senso dello humour disarmante in grado di intimidire chiunque, anche ai giorni nostri. Ricordo ancora come, leggendo le prime pagine del "Candido", rimasi letteralmente a bocca aperta: mi immaginavo una roba pallosissima e piena di cose filosofiche difficilissime che non avrei capito e, invece, MERAVIGLIA! Mi si palesava un universo di ironia mista a temi profondi che mi fece impallidire e amare, fin dal primo momento, quest'autore. Attenzione però, non è che intendo fare un elogio totale dell'autore anche perchè certe opere come "L'Uomo dai Tre Scudi" sono dei veri e propri merdalavori ma, in linea di massima, mi sono sempre trovato benissimo con i suoi libri. <<Sì, ma questo "Micromegas" arriva o no?>> C'avete ragione pure voi, vediamo subito (si fa per dire) insieme quest'opera!

Il raccontino è veramente breve (tipo 20 pagine nella mia edizione) ma, allo stesso tempo, è tra i migliori e più famosi mai prodotti dall'autore e, una volta conosciuti i nostri protagonisti, capirete il perchè. Nello spazio più profondo (sì, avete capito bene) un giorno un abitante di Sirio che aveva viaggiato per millenni incontrò un abitante di Saturno (giuro è sul serio così!). Dopo un breve dialogo in cui discorrono di quanti sensi abbiano, di quante migliaia di anni abbiano passato alla ricerca improduttiva del senso della vita (e qua non pensare a "Il Senso della Vita" di Moty Python è impossibile e, per questo, l'ho voluto mettere come "sigla" all'opera) e di quanti posti, ai confini dell'universo, abbiano visitato decidono di recarsi sulla Terra. Una volta arrivati i due giganteschi alieni pensano che il pianeta sia deserto perchè le loro dimensioni colossali non permettono loro di vedere nessuno degli esseri che vi abitano. Stanno dunque per andarsene delusi quando, per caso, vedono qualcosa agitarsi nelle acque del nord: si tratta di una piccola nave con a bordo un'equipe di studiosi e ricercatori che i due giganti riescono a scorgere solo grazie a un microscopio. Iniziano quindi una serie di dialoghi in cui vengono messe a confronto le ideologie di alcuni grandi filosofi (che però non è necessario conoscere fin da prima, io stesso quando leggevo non sapevo a chi si stessero riferendo) messe a confronto con l'ideologia illuminista dei giganti. Questi ridono di qualunque filosofia ideata dall'uomo dall'alto della loro sapienza ed esperienza che, seppur enormemente superiore rispetto a quella degli esseri umani, non li ha portati da nessuna parte. L'apice poi viene raggiunta quando un religioso esprime le idee di quel simpaticone medievale di S. Tommaso d'Aquino secondo cui tutto è stato fatto da Dio per, e solo per, l'uomo in quanto creature perfetta. Dopo aver abbondantemente riso di questa pretesa umana i due alieni lasciano ai filosofi un libro contenente il "Senso della Vita". Tale volume non venne aperto per anni finchè qualcuno si decise e, fattosi coraggio, lo sfogliò per la prima volta. Curiosi anche voi di sapere cosa vi fosse dentro? No eh? Vabbè, ve lo dico lo stesso: le sue pagine erano tutte, dalla prima all'ultima, bianche e immacolate!
Guarda che bravo che vi faccio pure i meme apposta!

Quindi, vediamo di capire che cosa voleva dirci l'autore (anche se, sinceramente, mi sembra abbastanza chiaro di per sè). Niente è fisso e conoscibile alla perfezione nè da essere superiori nè, tantomeno, dall'uomo, piccolo e limitato com'è: tutte le varie teorie filosofiche sono confutabili e nessuna, per quanto si sforzi, creerà mai un modello di come va il mondo perfetto e inconfutabile. Stesso discorso vale per le varie teorie religiose e soprattutto per quelle che, come il cristianesimo, pensano che tutto sia stato fatto da un Dio ben definito nei confronti dell'uomo, creatura suprema universale. Ogni nostra pretesa di essere arrivati a una verità suprema, a un valore fisso dal punto di vista morale o pratico, è non solo sbagliata ma anche pericolosa perchè blocca qualunque tipo di ricerca ulteriore della verità. Questo senso di scoperta filosofica e scientifica è tipico di tutti gli illuministi che sono riusciti in tutti i settori a dare un grandissimo contributo al nostro sapere attuale.

E quindi, questo era "Micromegas"! Sì, so che la parte riguardante l'opera in sè è molto corta ma, alla fine, non è che ci fosse molto da dire, è un libretto che va letto per essere gustato appieno e posso confermare che anche chi non si intende per nulla di filosofia lo può apprezzare tranquillamente perchè è scritto talmente bene che nemmeno vi accorgerete di averlo finito (anche perchè sono circa 20 pagine). Se proprio avete paura di non capirci nulla prendete una bella edizione che, o nelle note o nell'introduzione, vi spiegherà tutto quel che vi serve!


Inoltre, come ho detto, Voltaire ha scritto di tutto e anche opere minori che nessuno si caga. Questo mi dà lo spunto per iniziare una nuova collana in cui vi parlo di lavori minori di grandi autori e che nessuno, in linea di massima, conosce! Ma, prima di tornare a parlare del nostro Voltaire, volevo la prossima volta parlare di cinema e letteratura analizzando un film e la sua controparte storico-letteraria: il "300" di Miller! Per il momento, però, vi lascio con una piccola canzoncina (che, anche se non in qualità perfetta, ho trovato anche con i sottotili in italiano per i non anglofoni) tratta dal film "Il Senso della Vita" dei Monty Python (lo stesso di cui vi ho messo la sigla iniziale prima) e a cui, prima o poi, non posso non dedicare un articolo! In quest'articolo per parlarvi del mio vissuto la forma scritta mi è stata sinceramente stretta per l'impossibilità di non potervi rendere partecipi delle mie emozioni ma diciamo che, in tal senso (non quello delle emozioni ma quello della multimedialità) ci sto lavorando, piano piano. Buon weekend!


lunedì 6 gennaio 2014

La "Justine" di De Sade: un vero modello?

ATTENZIONE!!!!
QUEST'ARTICOLO è VECCHIO E NON PIU' RAPPRESENTATIVO DEL BLOG. NE è USCITA UNA VERSIONE RIVISTA E CORRETTA CHE TROVATE QUI!
BUONA LETTURA

<<Salve, e benvenuti a tutti quanti! Dopo esserci occupati la scorsa volta delle favole, ecco che stavolta ci addentriamo in un argomento decisamente più spinto: il romanzo erotico per eccellenza di tutto il 1700 francese, la “Justine”(1791) del divin marchese De Sade (1740-1818). Ma, prima di iniziare, occorre una piccola precisazione: in questo mio pezzo analizzerò prima la trama e l’opera in sé e, in seguito, il contesto generale di quegli anni, di cui molto brevemente avevo già parlato la scorsa volta, per capire perché il nostro autore abbia voluto scrivere una tale opera in questo periodo. Va da sé che, parlando della trama, io debba per forza accennare al finale che in questo caso è fondamentale per capire alcuni aspetti dell’opera. Non è che vi sia chissà qual intreccio narrativo dietro al romanzo, per carità: sarebbe come guardarsi il film porno della Tommasi per gustarsi la trama, anche se posso capire che ad alcuni(?) possa interessare. Quindi, io ve la metto sotto evidenti segnali rossi che anche il più sfacciatamente ritardato di voi potrà riconoscere: non dite che non vi avevo avvisati! Spero non occorra specificare che questa recensione ha dei contenuti non adatti ai minori e, quindi, cari i miei tredicenni arrapati in overdose ormonale, alla larga! (che è come gettare dello zucchero su un formicaio alla fine)>>

SPOILER!!!

(contenti?)

<<Un bel giorno la precoce e provocante Juliette e la sorella Justine, casta e pura, rispettivamente di 15 e 12 anni, si ritrovano orfane e con pochi soldi lasciati in eredità per poter sopravvivere il tempo necessario per trovare un tetto sotto cui dormire (e già queste potrebbero essere le prime scene di un filmino di serie Z). Juliette, la maialona, tenta di convincere Justine a darsi alla prostituzione con lei in qualche casa di piacere, ma la piccola e vergine eroina è scandalizzata (e vorrei ben vedere, ha 12 anni, cazzo) dalle parole della sorella divoratrice di uccelli (A.K.A. pompinara). Così le due decidono di separarsi: l’una pronta a rinunciare a ogni pudore e concetto di virtù, l’altra invece saldamente attaccata alla fede cattolica e al suo imene. La trama prosegue, senza troppo dilungarsi, sulla vita sfrenata di Juliette (meglio analizzata nel meno famoso romanzo omonimo sempre di De Sade) che, dando la fagiana a cani e porci, non solo diventa ricca, ma pure potente, sta cagna! Un giorno durante un viaggio si ferma in una locanda col marito (quello che ce l’aveva più grosso dei tanti esploratori o in ogni caso il più ricco) e assiste a una triste scena: una giovane tutta sporca e con le vesti stracciate è trascinata da delle guardie che la tengono sotto arresto. Mossa a compassione, Juliette si informa sul motivo per cui la sventurata è in manette: assassinio, furto e incendio rispondono gli agenti. Ma la giovvvine cerca di difendersi da tali accuse: incomincia così il lungo racconto delle disavventure di quella che solo alla fine scopriamo essere Justine (NO, ma va? Ma non mi dire!), sballottata a destra e a sinistra per la Francia passando da un pervertito all’altro: ognuno vuole venire nel modo più doloroso per la nostra vittima (non vi eravate mai chiesti il perché si dicesse “sadismo”?). Tutti se ne approfittano dell’ indole pura di Justine: soprattutto chi all’inizio sembrava gentile e disponibile nei suoi confronti, si rivela poi essere un cinico bastardo a cui piace mettere la sua mazza da elefante indiano nel culo alle ragazze (e non solo) riempendole prima di botte. Le classi sociali incontrate dalla sventurata sono le più svariate e includono ogni ceto sociale, nessuno escluso. Anzi, più si è privilegiati, come nobili e ecclesiastici, più i vizi aumentano e più l’orrore della morte si fa vicino. Basti pensare all’abbazia in cui a un certo punto si trova rinchiusa con altre giovani ragazze che, una volta stuprate dai monaci, vengono poi piano piano uccise, sbrindellate e sepolte nel giardino retrostante il convento (Da questi capitoli già si può notare un primo abbozzo della sua opera più famosa, “Le 120 Gionate di Sodoma”). O ancora: a un ricco falsario che vive in un castelletto isolato da tutto e tutti piace far sperimentare il “gioco dell’impiccato”: pare che il piacere provato un attimo prima di morire sia enormemente più potente del normale orgasmo da scopata (un po’ come in “Trainspotting” quando parlano dell’Eroina: “avete presente un orgasmo? Bhè, moltiplicatelo per mille e non ci sarete nemmeno lontanamente vicini! […] Batte qualunque fottuta iniezione di cazzo!”). Qui la nostra protagonista ha finalmente la possibilità di uccidere il suo persecutore, quando questi decide di provare il gioco su sé stesso, ma sceglie di non farlo e, dopo che lui ha schizzato ettolitri di sperma, taglia la corda da cui si stava facendo pendere: una vera cristiana non desidererebbe mai la morte di una persona; e infatti ne paga poi le conseguenze, e pure belle pesanti!. Justine infatti, qualunque cosa accada, non si concederà mai volontariamente se non in casi eccezionali che comporterebbero altrimenti la sua morte. Ma per colpa di questo suo atteggiamento viene anche accusata in giustamente e si trova in guai sempre più grandi. Solo un colpo di fortuna l’ha fatta riavvicinare alla sorella che riesce a salvarla e a darle tutte le cure di cui ha bisogno la cara ragazza dopo anni e anni di stupri e insidie. Ma le cose non sono destinate a durare a lungo. Un pomeriggio estivo si scatena un temporale e si rinchiudono, Justine e Juliette con tanto di marito, in una casotto in campagna. La nostra eroina, spinta da una sensibilità romantica verso lo scatenarsi delle forze della natura, si affaccia alla finestra per guardare il cielo scuro solcato da lampi accecanti. E così un fulmine, simbolo del potere e della volontà divina, le trapassa letteralmente il corpo carbonizzandola all’istante: la strada della virtù e della castità non sono ben accette nemmeno dal grande Dio onnipotente.>>

FINE SPOILER

(Vi piacerebbe, eh? Così imparate a non leggervi la trama, nell’analisi devo anche parlare del finale!)

<<Come? Un finale così del cazzo? E tutta questa serie infinita di porcate per che roba? Un fulmine e bho, tutto finito? Cioè, tanto vale dire che è stato tutto un sogno e buonanotte al cazzo!>>

<<Come dissi, questo è un romanzo erotico, non un romanzo storico. A De Sade non interessa fare un finale col botto ma trasmettere un certo significato morale: non importa la morale con cui vivi, ma non puoi sempre nasconderti dietro a un finto scudo di purezza, devi saper affrontare una società corrotta dove, come diceva il filosofo inglese Hobbes (1588 d.C-1679 d.C) riprendendo il commediografo latino Plauto (250 a.C-184 a.C), “Homo hominis lupus” ossia “ogni uomo è per l’altro uomo come un lupo” e non ci si può fidare di nessuno. Nemmeno i precetti religiosi originali, non filtrati da ciò che ha aggiunto e rimaneggiato la Chiesa, prevedono un comportamento casto e puro sotto ogni aspetto, basti guardare a quel che succede nella Bibbia: omicidi, incesti e figli venduti come se non vi fosse un domani e soprattutto: tanto tanto tantissimo sesso, tant’è che in quegli anni la sua lettura era sconsigliata alle giovani fanciulle e circolavano varie edizioni col marchio del “parental control”! La sorella Juliette invece, priva di ogni scrupolo morale e ben educata all’arte dei piaceri, vive tranquillamente e felicemente ricca e desiderata. Come è meglio atteggiarsi dunque? Santa ma martire o peccatrice e felice? La risposta non è così immediata: De Sade ha voluto fornirci un modello di vita da seguire o piuttosto un anti-modello? Andiamo a vedere ora questo aspetto anche con gli stronzi che non hanno voluto a tutti i costi leggere un finale così poco impegnativo e pertanto potranno capire solo in parte il perché delle scelte del divin marchese!>>

FINE DEGLI SPOILER

(stavolta sul serio, ci sono solo un paio di riferimenti a qualche riga scritta dall’autore ai lettori ma nulla di più. Se vi disturba questo elemento a sto punto non so che dirvi ,se non: cambiate pagina!)

<<Il volume si apre con una dedica fatta dall’autore (anonimo all’uscita della seconda edizione del romanzo, anche se tutti alla fine sapevano chi fosse) a una sua cara amica, tale Constance, in cui dice di aver voluto sottolineare che, se condite da disavventure e mali, le virtù hanno un valore molto più elevato (grazie al cazzo, aggiungerei io!): “<<Oh, come mi rendono più fiera di amare la Virtù questi episodi del Crimine! Come essa è sublime tra le lacrime! Come la abbelliscono le sventure!>> O Constance! Se pronuncerai queste parole le mie fatiche saranno coronate!”.

Ora, dobbiamo veramente credere al nostro sadico romanziere? D’altra parte, anche nelle ultimissime righe  egli esclama, rivolto ai lettori: “Possiate convincervi, al pari di lei, che la vera felicità si trova solo in seno alla virtù e che se Dio, secondo piani che non sta a noi sondare, permette che essa sia perseguitata sulla terra, è solo per risarcirla in cielo con più dolci ricompense!”>>

<<Ah, ma allora vedi che non è cattivo in fondo? Ci vuole solo dire che bisogna stringere i denti e andare avanti anche nelle situazioni più problematiche! Allora possiamo comunque andare avanti a pregare felici e contente avendo fiducia nel nostro Signore!>>

<<E invece no, il vero messaggio non è nemmeno questo, o almeno non del tutto! <<E, ma allora qual è, scusa?>> Per cercare almeno di comprendere la complessa mentalità della figura più oscura e maledetta del tardo 1700 Francese è direi il caso di addentrarci nell’atmosfera del tempo e nella vita del personaggio!

Donatien-Alphonse-Françoise de Sade, spesso conosciuto come il “divin marchese” o come D.A.F De Sade (no, nessuna parentela con la Hilary Duff, gran battutone) ha scelto il momento peggiore di tutti per essere nobile: la sanguinosa rivoluzione dell’ 89 incombeva infatti all’orizzonte e, come si sa, le bianche parrucche ricciolute tipiche delle classi più elevate del tempo non piacevano troppo ai rivoluzionari incazzosi capeggiati dallo spietato Robespierre (1758-1794) detto l’ “incorruttibile”, morto poi, ironia della sorte, ghigliottinato. Addirittura egli era originario del casato, da parte di madre, di cui faceva parte la Laura famosa per non averla mai data al povero Petrarca. Come è ben immaginabile, fu avverso al movimento rivoluzionario francese nello specifico anche se, pure lui, auspicava uno stravolgimento sotto però un altro ambito: egli condusse una vera e propria crociata non tanto contro i regnanti di Francia, quanto contro il primo  grande imperatore romano: Augusto (63 a.C.-14 d.C.). Questi fu difatti il primo ad accentrare tutti i poteri su sé stesso e ad emanare leggi che, tramite incentivi e proibizioni, volevano ristabilire il “buon costume” presso i cittadini romani. Ma attenzione, egli non si riteneva parte del popolo, come gli altri poveri stronzi: infatti pare organizzò diversi piacevoli festini nel suo palazzo a Roma arrivando addirittura a vestirsi da divinità, cosa intollerabile per il tempo. Era il diritto al piacere che passava dalle mani di tutti, popolo compreso, a quelle del solo monarca, regnante quasi divino che poteva imporre ciò che voleva sui suoi sudditi. E le cose non mutarono per secoli e secoli, arrivando fino in Francia: mentre i nobili si davano al buon tempo giocando a “mettilodentro” tra mille agi e lussurie, il popolo moriva di fame e i ricchi borghesi non vedevano ricompensati i loro sforzi in ambito commerciale (leggendaria la frase d Maria Antonietta “se non hanno pane mangino croissants”). Il tentativo di De Sade non era dunque tanto quello di rivoluzionare la forma politica, quanto di rendere tutti partecipi ai giochi dell’amore e alle lussurie come era prima della venuta dell’imperatore Augusto. E quale arma più adatta per i colti borghesi dell’epoca per colpire la nobiltà se non la pubblicazione di operette erotiche che ridicolizzavano e mettevano in luce l’ estrema lascivia della nobiltà di Versailles e in particolare di Maria Antonietta, simbolo di questo sesso sfrenato affidato ai soli potenti? Tra gli autori di queste opere erotiche dissacranti  e spesso allegoriche troviamo inoltre grandi nomi come Voltaire con l’ ”Odalisca” a lui attribuita e Diderot col suo lavoro giovanile “I Gioielli Indiscreti” in cui le passere raccontano delle loro prodezze sessuali sotto l’influsso di un anello magico in una fantastica corte dei regnanti del Congo. Però nessuno propose una morale anche sessuale alternativa come De Sade: la sua più grande opera filosofica fu “La Filosofia nel Boudoire”. L’opera, racconto di una grande lezione di educazione morale e sessuale fatta a una giovane ragazza, non viene vista come anti-educativa, come invece potrebbe sembrare dalla “Justine”: l’autore crede fermamente in ciò che dice. A questo punto i casi possono essere diversi: o l’autore voleva prendersi gioco dei lettori raccomandando loro una morale fondata su solidi princìpi o voleva pararsi il culo da possibili ritorsioni da parte di chi era più potente di lui.  Secondo il mio modesto parere, quindi non prendetelo per oro colato, De Sade ci voleva brutalmente trollare tutti. Ben note erano le prodezze e i misfatti compiuti dal divin marchese che lo avevano portato a diversi anni di reclusione in varie prigioni, tra cui la Bastiglia, da cui fu trasferito il giorno prima dell’assalto dell’89; fu anzi proprio lui ad aizzare la folla urlando dalle sbarre della prigione che le guardie torturavano i prigionieri. Inoltre, questa di cui sto parlando al momento, è la seconda edizione della “Justine” pubblicata da BUR, ma non esiste solo questa: infatti ce n’è una terza, quella completa e allungata, la “Nuova Justine” (1799) edita da Garzanti, che non inizia né finisce come quella da me letta.

Quindi, tiriamo un po’ le somme: il grande romanzo di De Sade, la “Justine”, mette in luce come un comportamento ostinatamente casto e puro che pecchi di furbizia e “saper vivere” sia da condannarsi sotto ogni aspetto e non rientra nell’ordine naturale delle cose.

Ah già, e il nostro autore, che fine ha fatto? Bhè, odiato da tutti in periodo monarchico non migliorò di certo la sua situazione in seguito con i rivoluzionari con cui non aveva mai avuto buoni rapporti. Dopo essersi dato quindi a forti piaceri con le amanti e, a quanto si dice, con la sorella, e anche per questo incarcerato (non era colpa sua se si divertiva a frustare e avvelenare le giovani ragazzine, povero) finì i suoi giorni obeso per il poco movimento fatto in prigione e bistrattato sostanzialmente dai più: a quanto pare la morale espressa nel suo romanzo non sempre funziona!

Su De Sade è già stato scritto parecchio da persone decisamente più colte di me: abbiamo una parte a lui dedicata nel celebre saggio di Mario Praz “La Carne, la Morte e il Diavolo nella Letteratura Romantica” (edizione BUR dal prezzo ignoto trattandosi di un regalo) che leggerò a breve, diversi scritti di Apollinaire e di Bataille su cui ancora non sono riuscito a mettere le mani, una raccolta per la Longanesi a cura di Elémire Zolla che possiedo ma ancora non ho letto (il prezzo non lo so, era in un negozio di libri usati super scontato) e, infine, praticamente tutto ciò che vi ho raccontato oggi l’ho tratto dal bellissimo saggio in due volumi “Sesso e Mito” di Francesco Saba Sardi, sempre edito da Longanesi.

La “Justine”, come qualunque opera di De Sade, è consigliabile solo a un pubblico strettamente adulto, che abbia lo stomaco forte e non si scandalizzi di fronte a certi temi Le scene di sesso sono più che abbondanti ma, data la crudezza dei fatti descritti e la loro inverosimiglianza, non provocano un eccessivo eccitamento (quindi niente segoni o sgrillettate). L’edizione BUR viene solo €8,00 mentre quella della Garzanti €13,00, entrambe facilmente reperibili. Il libro in ogni caso è molto scorrevole e quindi: perché no?

Ovviamente non ho esaurito l’argomento “De Sade”, c’è molto altro da dire, però rimando tutto a un altro pezzo! In fondo, posso forse non parlare delle “120 Giornate di Sodoma” o piuttosto della sua influenza sul nostro modo di vivere tutti i giorni?>>


<<Ringrazio ancora una volta chi mi segue, mi da suggerimenti e mi sta vicino nonché tutti voi, lettori fissi o occasionali che leggete queste righe! Ovviamente commentate quando e come vi pare e/o mandatemi un’e-mail numerosissimi!

Questo pezzo lo dedico al buon Aldo che mi ha suggerito l’argomento (un saluto ad Aldo: ciao!) mentre rimedio ora allo scorso capitolo che è nato anche grazie ad Elisa che mi ha proposto l’argomento come “sfida” (un altro saluto ad Elisa: ciao!).


And that’s all folks” ma… posso forse non parlarvi dell’”Anti-Justine” di Restif de la Bretonne che si oppone in modo ben noto al nostro De Sade?   Alla Prossima!>>