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domenica 11 settembre 2016

Ho visto Pink Flamingos... e mi è piaciuto!

Ho visto "Pink Flamingos", meglio conosciuto come "Fenicotteri Rosa" in Italia. Se non avete mai sentito prima il titolo dovete sapere che questa pellicola viene considerata, per dirla all'inglese, "The Mother of trash movies". John Waters nel 1972 è riuscito a creare un prodotto così affascinante e offensivo da essere ricordato per anni se non come uno dei peggiori film della storia, sicuramente il più trash!

Protagonista della pellicola è Divine, una drag queen divenuta celebre grazie a questo film e, in seguito, come cantante di musica disco tra gli anni '70 e '80. Personaggio da sempre esagerato e controverso, ha inaugurato il modello di drag "alla Platinette": mentre tutte le drag occidentali puntavano ad essere "miss qualcosa" il suo obbiettivo era di essere "la Godzilla delle drag queen". Divenne così celebre che la stessa Disney si ispirò a lei per creare il personaggio di Ursula, l'acerrima nemica di Ariel ne "la Sirenetta". Esagerata in ogni sua manifestazione, si trovò completamente a suo agio ad impersonare Babs in "Pink Flamingos", "the filthiest woman alive" (la donna più marcia al mondo). Nel film, in seguito alla troppa fama, si rifugia a vivere in una roulotte rosa shocking nella periferia di Phoenix insieme alla madre con uno strano fetish per le uova, la compagna di avventure Cotton e a Crackers, figlio hippie e con una passione per i polli (sì, in quel senso). A metterle i bastoni tra le ruote saranno i coniugi Marble, una coppia spietata che ambisce al titolo di re del marcio: rapiscono giovani donne, il loro servo transessuale le mette incinte e vendono i bambini a coppie di lesbiche. In poche parole, quello che Adinolfi e la Meloni si aspettano che accada con l'approvazione del matrimonio egualitario! 

(nel prossimo trafiletto SPOILER ma il finale non è così importante)


La trama consiste in una serie di vendette, una più assurda dell'altra, finché Divine non arriverà a risolvere la vicenda eliminando la coppia di fronte a una stampa estasiata. La pellicola si chiude con la scena che rese famosa Divine al livello internazionale: per coronare il so trionfo come "filthiest woman alive" mangia, di fronte alla telecamera, un escremento di cane appena depositato sul marciapiede. Come in seguito chiarito, non si trattava di una sua perversione né provò alcun tipo di gioia nel compiere quel gesto, "semplicemente era scritto sul copione". Tuttavia questo gesto la portò sulla bocca di tutti e creò un vero scandalo: forse nessuno ha mai più fatto qualcosa di così genuinamente scioccante di fronte alla cinepresa!


Fatto sta che Pink Flamingos, piaccia o meno, fa maledettamente bene il suo lavoro: scioccare e disgustare. John Waters, il regista, non è uno sciocco ed era ben conscio del valore della sua pellicola che, ci tengo a precisarlo, risale addirittura al 1972. Divine diventa così un'icona hippie, punk con 10 anni anni di anticipo. Come testimonia una sua intervista del 2010, Pasolini fu un punto di riferimento per lui e "Salò", del 1975, non fa che confermare questo tipo di intesa. Intesa che si sviluppa sul triplice asse De Sade-Pasolini-Waters. Tutti e tre hanno un obbiettivo (gli ultimi due in particolare nelle pellicole di cui parliamo oggi): portare il male dell'umanità a galla. Che sia tra le pagine di un libro o sul grande schermo, che ci piaccia o meno, questi tre autori portano lo stesso messaggio in tre modi diversi: narrazione, tragedia e commedia, l'uno complementare rispetto all'altro. Mentre guardavo la pellicola mi è capitato più volte di pensare "Cavolo, ma questo è De Sade" traendo le mie conclusioni non solo da quello che vedevo ma anche da quel che sentivo.


A questa lettura andrebbe aggiunta quella punk di rottura col passato, di capovolgimento di regole e valori. Già la drag queen è ribaltamento dell'ordine comune, Divine riesce a "ribaltare il ribaltamento" con il suo modo di fare e la forza trasgressiva che la contraddistingue. Divine non fa "schifo", vuole "far schifo". Che ci piaccia o meno il movimento hippie è stato il primo filone di rottura con la tradizione classica del dopoguerra, una delle prime opposizioni concrete al sistema che partono fin dagli anni '50. Sicuramente la comunità LGBTI deve a Divine una certa visibilità, sebbene non sia stata un faro nella lotta dei diritti. Oggi Harris Glenn Milsted, in arte Divine appunto, è morto ma la comunità ha già una sua permanenza stabile nella società da diversi anni. E questo, nel bene e nel male, grazie anche a lei. 

Il film è, ad oggi, inedito in Italia ma non all'estero. Tuttavia online s trova abbastanza facilmente una versione sottotitolata in italiano con tanto di contenuti extra (il commento di Waters a molte scene). Alla fine Pink Flamingos mi è piaciuto. Non è di certo un film da primo appuntamento, però lo trovo brillante e geniale in quel che vuole fare: schifo. 

lunedì 25 aprile 2016

Capire De Sade: una breve guida

Pornografo o filosofo? Genio o folle? Sadico o incompreso? Quel che è certo è che il marchese De Sade (1740-1814) è una delle figure più discusse
e celebri della storia del pensiero europeo. Manco a dirlo, viene spesso frainteso e, per questo, vi ho dedicato diversi articoli (questo il più recente). Figura molto carismatica, fece una vita sì avventurosa ma non come ce la si aspetterebbe, inseguito dal fantasma delle sue opere e dalla cattiva fama che ne seguiva. Al divin marchese dobbiamo il termine "sadismo" dalle mille sfaccettature, pratiche e morali. Oggi non voglio spezzare ulteriori lance in suo favore, non più di quanto abbia fatto in precedenza. Mio intento, invece, spiegarvi in breve il clima culturale che l'ha portato a comporre quel che compose.

Libertino. Un termine che nasce nel 1600, quasi a cavallo col secolo precedente, e che, nella sua sfumatura originaria, non voleva coprire per forza la sfera della sessualità. Con il termine si identificava, molto più semplicemente, chi aveva una visione, un punto di vista, differente rispetto a quello ufficiale cattolico. Una libertà di pensiero che, concretamente, si affacciava sull'uomo dopo un millennio di accettazione dogmatica dei canoni imposti dall'alto. Ovviamente chi stava dall'altra parte, chi teneva le redini del gioco, non era molto contento della cosa e iniziò, poco alla volta, una vera campagna di demonizzazione del libertino a più livelli tra cui, appunto, quello sessuale. Visti come demoni lussuriosi, quasi per osmosi di pensiero, alcuni di loro iniziarono a sperimentare una relativa libertà di espressione in ambito erotico che riversarono contro re e chierici sotto
forma di brevi scritti satirici (tanto tempo fa vi parlai di questo). Il filone della letteratura antimonarchica, Maria Antonietta meretrice di corte sopra tutte, divenne molto florido. Quindi, ricapitolando: i libertini sviluppano autonomia di pensiero, i nemici li accusano di eccessi sessuali e perversioni immonde, loro prendono la palla al balzo e scrivono di certi temi contro chi voleva screditarli in tal senso. Ciò, beninteso, non vuol dire che, allora, il libertino fosse un santo sempre e comunque! Diciamo che l'attendibilità storica, sia da una parte sia dall'altra, è quasi nulla ed è quindi futile parlarne sperando di arrivare a conclusioni, almeno in questa sede, troppo approfondite. Fatto sta che questi autori vanno a rivendicare una sessualità comune, popolare, che la monarchia aveva tenuto per sé stessa molto a lungo. Parlano di pratiche molto estreme, coronate da un linguaggio tecnico che raramente prima era riuscito a emergere: era la liberazione del vocabolario, la liberazione dei corpi.

"Ma Constitution"


In questo clima di scontri sessuali, se così si può dire, va poco alla volta innestandosi quel clima rivoluzionario che, da lì a poco, avrebbe sconvolto la Francia e, con lei, l'Europa intera. Ed è qui che si colloca il barone De Sade, nobile in una situazione economica non esattamente floridissima e che compone scritti filosofici in cui inneggia a una morale non classica. Giustifica quelle che, agli occhi dei più, possono sembrare delle barbarie con uno stile ora pesante ora tagliente. Una cosa appare fin da subito chiara: esalta, fino al parossismo, tutti quegli stereotipi che la monarchia attribuiva ai libertini fino agli estremi più terribili. De Sade adora gli eccessi, si eccita all'idea, dal gusto squisitamente antropologico, di varcare ogni confine della decenza, infrangendo al suolò i più rigidi tabù. Egli vive in un clima di caos e confusione, in cui gli amici di oggi sono i nemici di domani e gli alleati di dopodomani, in un'atmosfera elettrica e datura di terrore e incertezza. Adora essere villipeso dai suoi contemporanei, considerato come un demone, e più viene nutrito di sterco infamante più cresce nella sua stessa lussuria, reale, immaginifica o leggendaria che fosse.

Ed ecco come De Sade ci appare, tutt'un tratto, assolutamente contestualizzato e a suo agio in un mondo che, oggi, facciamo fatica a guardare con gli occhi di chi, a quel tempo, ci visse. Ora esaltato come un genio, ora bistrattato, dopo anni che leggo le sue opere e cerco di approfondirlo nei limiti del possibile, posso dire che sta a metà. Uno scrittore certamente mediocre, che riesce a rendere noioso il sesso (e ragazzi, ce ne vuole!) e che espone le sue teorie in modo confuso, spesso ridondante e contraddittorio. Tuttavia innegabile il suo fascino dell'eccesso, incredibilmente pungenti le osservazioni sulla società e la filosofia di fondo.


Che forse, se le cose vanno male, forse un po' colpa dell'uomo è!


martedì 10 novembre 2015

"Salò o le 120 Giornate di Sodoma" visto con gli occhi di un ventenne.

La scorsa settimana si è ricordato, e per alcuni celebrato, l'anniversario dei quarant'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi intellettuali italiani del XXI secolo. Molte le commemorazioni: documentari, mostre e riproduzioni di suoi film. Tra questi, nella mia città, hanno proiettato la pellicola italiana più scandalosa che sia mai stata realizzata: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" (1975), il primo e unico capitolo della "Trilogia della Morte", seguito della celebre "Trilogia della Vita". Ne avevo visto solo qualche spezzone, ho letto il libro di De Sade, da cui è tratto, qualche anno fa e mi sono recato al cinema conscio di quello a cui sarei andato incontro ma curioso di ciò che ne avrei poi pensato: come può un ragazzo di poco più di vent'anni reagire a questa pellicola nel 2015?

Ebbene: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" è un film bellissimo che tutti dovrebbero vedere! Sono serissimo quando affermo che, date le aspettative per la fama che si porta dietro e letto il libro, pensavo fosse pure peggio. Pasolini opera un ottimo adattamento del libro Sadiano che non poteva che essere così. Ma procediamo con ordine.

Per comprendere il film bisogna sapere che cos'è la "Trilogia della Vita" e cosa sarebbe dovuta essere la "Trilogia della Morte". La prima è composta dal "Decameron", "Le Mille e una Notte" e "Canterbury Tales", tre raccolte di racconti dei secoli passati che avevano come centro tematico la visione della sessualità come giocosa partecipazione popolare in contrasto con la severità del potere ufficiale. Una presa di possesso del proprio corpo proletaria e sub-proletaria, come piaceva a Pasolini, ambientata in un'epoca d'oro, quasi mitica, e prettamente favolistica. In contrasto la "Trilogia della
Morte" avrebbe dovuto mostrare le brutture della modernità, le sue violenze tremendamente silenziose e i soprusi ingiustificati. Il potere ufficiale diventa, così, completamente anarchico nel senso che perde qualunque forma di controllo e si permette di decidere della vita e della morte dei suoi sottoposti. La manipolazione tramite bisogni borghesi imposti, il controllo dei media e la banalità del male sono tutti mezzi con cui siamo abituati alla negatività e al sopruso di potere. Pasolini, come De Sade, riassume il tutto in un'opera enciclopedia del male, un vero sguardo verso l'abisso nero dell'umanità. E il fascismo, come i nobili di fine 1700, incarnano in pieno questa negatività del presente.

Appare limpida e cristallina la totale e assoluta condanna di Pasolini, come anche di De Sade, a questo mondo di violenze indiscriminate: troppo spesso lo si ricorda associato a queste rappresentazioni, più che in contrasto. Egli, come anche il divin marchese, era ed è tutt'oggi una figura incredibilmente scomoda, di cui è meglio parlar bene per non sembrare troppo in contrasto con il libero pensiero ma che, sotto sotto, si disprezza, allontana e censura in modo a dir poco imbarazzante. Ricordiamoci solo della fine che fece Pasolini in seguito a quelle scomode indagini sui giri di soldi legati al petrolio... La verità non è che lo si fraintende, ma che lo si vuole fraintendere e affossare, sebbene il film sia inattaccabile per il valore che voleva avere e che, tutt'oggi, ha. Una polemica forte, certo, ma doverosa ("severa ma giusta" direbbe qualcuno) e, anzi, più vicina alle vittime rispetto a De Sade: qua i malcapitati, almeno alcuni, hanno una seppur minima tridimensionalità che nell'autore francese di fine 1700 non è concessa: c'è spazio solo per i carnefici e per le loro barbarie.


Tiriamo dunque le conclusioni: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" è un magnifico film di Pasolini che, però, si è destinati ad odiare se non si conoscono le giuste premesse. Giusto essere impressionati, non è un film per tutti, ma secondo me ci sono cose che Vanno affrontate, prima o poi, nella vita. E questo film ne è un esempio. Inaccettabile la cattiva fama della pellicola che, in parole povere, non poteva essere diversa da quel che è. Notevoli i riferimenti all'opera originale di De Sade, molto spesso ripresa paro paro. Il senso di disgusto del regista e dell'autore sono evidenti come la loro totale condanna degli eventi. E poi, seriamente, in quanti altri film avete visto, nei titoli iniziali, una bibliografia di documentazione del regista? Su, dai, siamo seri...

Ma questo è solo il parere di un ventenne che va al cinema nel 2015.

martedì 13 ottobre 2015

L'Anima della Riscoperta (3): l' "Anti-Justine" di Restif de la Bretonne


Di solito libri che compro non sono scelti a caso: ho, quantomeno, una vaga idea dell'argomento o dell'autore. Raramente, quindi, mi capita di rimanere talmente scioccato in negativo da un titolo da non riuscire a finirlo. Ho cercato per molto tempo "L'Anti Justine" (1798) di Restif de la Bretonne e, quando lo trovai alla Feltrinelli di Genova, ero fuori di me dalla gioia. Ma la sensazione durò poco, molto poco. Non sono riuscito né a finirlo né a riprenderlo in mano a due anni di distanza e non ne ho la benché minima intenzione al momento. Per rendervi partecipi del mio disagio andiamo a vedere insieme la trama!

La trama non esiste. L'anonimo protagonista dall'incredibile sfilza di nomi imbarazzanti si limiterà a riempire ogni concavità gli si pari davanti fin dalla tenerissima età. Fine. Parenti, animali, nobili, prostitute, paggi o oggetti: nulla può dirsi al sicuro! Non esiste una sottotrama di alcun tipo, neppure abbozzata, il che collabora a rendere il tutto estremamente patetico e ridicolo. I titoli dei vari capitoli, poi, sono un programma! Passiamo da Il
Bambino che Già Rizza” a La Madre Fottuta” passando per Il Più Delizioso Degli Incesti” e uno dei più divertenti: Consigli di un Padre Mentre Sta Chiavando la Figlia”. Non aiutano la comprensione dell'opera anche i nomi dei personaggi che diventano, man mano che si sposano, sempre più lunghi e complessi, cambiando quasi di capitolo in capitolo. Per stessa ammissione del traduttore, tra l'altro, ci vien detto che non solo i nomi sono ininfluenti in un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia in più punti i vari rapporti di parentela!

Quello che mi ha fatto decisamente sorridere sono tutte le esagerazioni sessuali tipiche dei più ingenui e inesperti pornografi che pensano che "più è, meglio è". Oltre ai classici giganteschi peni mortali, al liquido seminale usato come colazione prima di andare dal promesso sposo e le prestazioni fisiche degne di un treno a vapore, quello che più mi ha sconvolto è la TOTALE incoerenza delle azioni. Non sono esseri umani, ma nemmeno animali, è un continuo susseguirsi di atteggiamenti assolutamente irreali, di molto al di là della barriera della plausibilità!

La differenza principale tra Restif e De Sade è che mentre il primo scrive quest' obbrobrio per stupire,per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale e che non servono tanti giochi per divertirsi o cose complicate, il secondo ha dato piena concretizzazione al pensiero filosofico del libertinismo portandolo agli estremi, creando una para-filosofia del peccato e aprendo di fronte all'uomo il baratro del Male. La differenza tra un pornografo e un filosofo.
Tirando le somme: un’opera nata dall’ invidia per il capolavoro del rivale e destinata a morire ignorata dai più che, invece, ammirano il capolavoro Sadiano. Bisogna aggiungere altro? L’edizione italiana è, in ogni caso, ottima e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio vivamente l’acquisto ma, se siete curiosi, perché no?
L'originale articolo di 6 pagine è stato tagliato a 2 eliminando volgarità inutili e imbarazzanti ma non pensiate che abbia tagliato dei contenuti, anzi! Sfortunatamente il libro è solo questo, un imbarazzante ammasso di volgarità! Le prossime volte ci sposteremo in estremo oriente e faremo un piccolo viaggio attraverso la cultura giapponese per approdare tutti insieme al 31! Per scoprire di che si tratta venitemi a trovare sulla pagina Facebook! Grazie a tutti per l'attenzione, ci vediao martedì prossimo!

martedì 30 giugno 2015

L'Anima della Riscoperta (2): la "Justine" di De Sade


Salve, e bentornati tutti quanti all' "Anima dell Riscoperta", la serie in cui riscrivo, in versione più accurata, i vecchi articoli. Oggi è il turno della "Justine" di De Sade (1740-1814) cercando, se possibile, di essere meno volgare della volta scorsa (che, appositamente, non vi linko) !
Per essere raffigurato circondato da diavoli il "divin" marchese
era visto proprio bene dai suoi contemporanei!
La trama, in realtà, è molto semplice: Justine e Juliette, giovanissime, si ritrovano improvvisamente orfane e senza soldi. Mentre la prima cerca di rimanere casta e pura, l'altra si prostituisce e concede ad ogni tipo di corruzione, dall'infanticidio alla frode: così facendo diventa ricca e felice, in barba a bigotti e perbenisti! La sorella che, invece, cerca di mantenersi virtuosissima incappa in ogni tipo di disavventura: accusata di crimini che non ha commesso, stuprata e torturata ripetutamente, finisce in balia dei più
grandi pervertiti della Francia del 1700, ovviamente tutti nobili o ecclesiastici. Le sue disavventure sono un susseguirsi di catastrofi e disperazione, sofferenze e avversità, finché non si imbatte di nuovo in Juliette. Questa ha pietà della povera ragazza e la ospita trattandola al meglio delle proprie possibilità, dandole tutto quello di cui la vita l'ha privata. Ma per Justine la pacchia dura poco (e qua son costretto a dirvi il finale ma, credetemi, è molto importante e, se non volete rovinarvelo, chiudete immediatamente la recensione) : infatti, durante un temporale, Dio (o la Natura) lancia un fulmine che la centra in pieno: la nostra protagonista morirà carbonizzata all'istante, lei che non aveva mia fatto male nemmeno al più spietato dei suoi boia.
Il messaggio di fondo mi sembra chiaro: la morale è relativa ma, a volersi mantenere sempre e comunque casti, puri e ingenui, si finisce male; soprattutto quando si ha a che fare con una società corrotta dove, come diceva il filosofo inglese Hobbes (1588 d.C-1679 d.C), “Homo homini lupus” ossia “ogni uomo è per l’altro uomo come un lupoe non ci si può fidare di nessuno. La sorella Juliette, invece, priva di ogni scrupolo morale e ben educata all’ arte del piacere, vive tranquillamente e felicemente, ricca e desiderata. Come è meglio atteggiarsi, dunque? Santa ma martire o peccatrice e felice? La risposta non è così semplice: De Sade ha voluto fornirci un modello di vita da seguire o, piuttosto, un anti-modello?

Il volume si apre con una dedica fatta dall’ autore a una sua cara amica, in cui dice di aver voluto sottolineare che, se condite da disavventure e mali, le virtù hanno un valore molto più elevato:
-Oh, come mi rendono più fiera di amare la Virtù questi episodi del Crimine! Come essa è sublime tra le lacrime! Come la abbelliscono le sventure!- Oh Constance! Se pronuncerai queste parole le mie fatiche saranno coronate!.
Ora, dobbiamo veramente credere al nostro sadico romanziere? D’altra
parte, nelle ultimissime righe, egli esclama rivolto ai lettori:
Possiate convincervi, al pari di lei, che la vera felicità si trova solo in seno alla virtù e che se Dio, secondo piani che non sta a noi sondare, permette che essa sia perseguitata sulla terra, è solo per risarcirla in cielo con più dolci ricompense!
Sebbene questa frase parli chiaro, non è così esplicita la sua vera morale. Quasi tutte le sue opere, volutamente generalizzando, sono raccolte di perversioni sessuali senza un messaggio di fondo "positivo": possibile che abbia voluto concentrare tutta la questione in così poche righe? Oppure sono da leggere in senso ironico? Oppure è da leggere in senso ironico tutta la sua produzione letteraria? Oppure l'introduzione è stata scritta per pararsi da possibili attacchi? Eppure, alla fine, fu condannato e incarcerato comunque e non per le sue opere... Riscrivendo l'articolo, dopo più di un anno, non sono riuscito a trovare una risposta: aiutatemi voi con un commento qua sotto e venendomi a trovare sulla mia pagina Facebook!
La “Justine”, come qualunque opera di De Sade, è consigliabile solo a un pubblico strettamente adulto, che abbia lo stomaco forte e non si scandalizzi di fronte a certi temi Le scene di sesso sono più che abbondanti ma, data la crudezza dei fatti descritti e la loro inverosimiglianza, non provocano un eccessivo eccitamento. L’edizione BUR è venduta a 8,00 mentre quella della Garzanti €13,00, entrambe facilmente reperibili!

mercoledì 25 febbraio 2015

120 Sfumature di Sodoma

So che le mie locandine non sono il massimo ma... tant'è!

Sì, pure io, oggi, vi parlerò di queste maledettissime "50 Sfumature di Grigio", il libro della James che ha venduto milioni di copie ma che tutti disprezzano (ma a qualcuno deve pur essere piaciuto, no?) e di cui, recentemente, è uscito il film. Quest'articolo, infatti, doveva uscire proprio per S. Valentino ma lo studio una serie di contrattempi hanno fatto sì che il tutto slittasse fino ad ora. Come chi mi segue su Facebook saprà ho letto questo fantomatico romanzo: non si può criticare qualcosa, a mio parere, senza averla conosciuta. Ma non voglio star qui a dare un mio giudizio critico sull'opera: vi basti sapere che, per usare un eufemismo, non mi ha fatto impazzire anche se, devo ammettere, in un paio di punti mi ha strappato un ironico sorriso (vedi la scena dell'amplesso in periodo di mestruazioni con conseguente bagno, tutti sporchi, nella stessa vasca ad esempio). Stasera vi voglio far riflettere sul suo rapporto con due grandi precedenti del genere erotico che presentano forti similitudini: le misteriose "120 Giornate di Sodoma" (1785) di De Sade e "La Venere in Pelliccia" (1870) di Sacher-Masoch, due scrittori a cui dobbiamo, rispettivamente, il termine "sadismo" e "masochismo". Oggi, in ogni caso, non approfondisco più di tanto questi due romanzi perché meritano un discorso a parte: ci tornerò su tra non troppo!

Il signor De Sade
Il signor Sacher-Masoch















Sia chiara anche un'altra cosa: la mia analisi delle similitudini è abbastanza fine a sé stessa. L'autrice ha, infatti, dichiarato che "50 Sfumature" è una serie nata come fanfiction (racconti creati dai fan partendo da una storia inventata da altri) di Twilight, la celebre saga vampiresca per adolescenti con un'età compresa tra i 12 e i 18 (nei casi più gravi anche fino ai 21) anni. Quindi, se la James ha letto i nostri due classici, se li è subito dimenticati buttandoli nel caminetto ma non prima di aver rubato un paio di idee (ops, forse avrei dovuto dire spunti!) che le facevano comodo. Non posso credere che, però, abbia apprezzato questi due romanzi: il risultato non sarebbe stato questo, veramente!

La signora James
Qualcuno avrà sentito parlare de "Le 120 Giornate di Sodoma" per via del film di Pasolini o per la nera fama di libro terribile ed estremo che si porta dietro. Casomai il nome non vi dica nulla vi basti sapere questo: 4 nobili organizzano un festino sadico in un castello sperduto in cui seviziano e torturano ragazzini di entrambi i sessi fino alla morte. Il tutto è condito da
discrezioni crude di ogni tecnica sessuale fino ad arrivare alle più estreme che comportano un vero e proprio dolore fisico della vittima: si va a creare così una sorta di "enciclopedia sessuale", una cosa mai vista prima e che lasciò tutti sbalorditi di fronte a tale danza macabra di morte. I punti di collegamento con le 50 sfumature? Da dove iniziare? Forse dalla camera delle torture? Forse da alcune pratiche sessuali praticate dal signor Grey (acqua e sapone rispetto al signor De Sade, comunque)? Oppure dal ruolo inevitabilmente sottomesso che assume la donna? A voi la scelta ma se cercate una sessualità sfrenata (e qui mi riferisco soprattutto ai maschietti che speravano in qualcosa di un po' più spinto anche al cinema) e priva di regole e che proponga qualche "gioco" particolare provate con le 120 Giornate: troverete tanti "giochi" con cui cimentarvi... se ne avrete il coraggio!

La somiglianza che più mi ha colpito è quella, invece, con "La Venere in Pelliccia di Masoch" da cui la nostra James ha tratto l'elemento fondamentale del suo successo letterario: il contratto a sfondo sessuale. Ebbene sì, nemmeno questo si è inventata! In "La Venere in Pelliccia" è l'uomo a sottostare a una donna fredda e spietata firmando un documento con cui si sottopone al suo più che completo dominio fino ad arrivare ad
affidarle la propria vita. I ruoli si invertono ma la sostanza rimane la stessa: l'essenza del masochismo stesso è quella di darsi all'altro in tutto e in "50 Sfumature di Grigio" la cosa è stata sfruttata, a mio parere, in modo originale per i dettagli che caratterizzano il contratto ma non a sufficienza in quanto manca un po' di "azione" in quel senso. Tanto per farci un'idea, ne "La Venere in Pelliccia" si arriva a veri atti di umiliazione e violenza voluti dal firmatario fino a giungere alle frustate (comunque ancora niente in confronto a De Sade). Da notare anche come con questo film ci si mantenga sul piano dell'astrazione narrativa mentre Masoch questo contratto l'aveva firmato sul serio con la moglie!


Vogliamo tirare due somme? "50 Sfumature di Grigio" è un'ottima trovata commerciale fuor di dubbio: ha saputo risollevare l'aspetto "porno soft" sopito in molte donne di mezz'età che non sapevano che pesci pigliare col marito. Ha poi condito il tutto con uno stile MOLTO semplice aggiungendovi una spolveratina di banalità che non guasta mai. Ma sapete che vi dico? Sono contento così, sul serio. Magari non sarà ottimo ma ha spinto molte persone a leggere qualcosa: non si può pretendere che tutti leggano mattoni russi dell'ottocento se fino al giorno prima si addormentavano con le raccomandazioni sul retro dei deodoranti. Teniamo
anche conto che, per fortuna, molte persone lavorano anche con ritmi molto sostenuti e non sempre hanno voglia di tornare a casa e leggere qualcosa di impegnativo. Col mio articolo voglio invitare chi ha letto "50 Sfumature di Grigio" a recuperare delle opere che poterebbero interessargli, non voglio accusare da plagio l'autrice né pensare che siano riferimenti culturali pensati per un pubblico in grado di apprezzarli. Voi che ne dite? Giusto leggere qualunque cosa o piuttosto è meglio tornare a fare solitari al computer? Fatemelo sapere qui sotto con un commentino (sono aperti a tutti) oppure sulla pagina Facebook

Intanto vi do l'appuntamento a lunedì con la recensione lampo del saggio "Spezie" di Francesco Antinucci! Scusate se l'articolo è un poco superficiale ma è un miracolo che, con un esame alle porte, sia riuscito a pubblicare qualcosa: se volete saperne di più stasera alle 7 e mezza esce su Facebook un post in cui vi spiego tutto! Buona giornata a tutti!

giovedì 20 novembre 2014

Approfondimento (2): la "regola della L"

Sì, avete letto bene, sto facendo un piccolo approfondimento improvvisato sulla "regola della L"! Infatti quella che può sembrare una "legge" goliardica da scuole medie ha, in realtà, radici molto più antiche e interessanti. La famosa "legge della L" (inutile che vi stia a spiegare di che roba si tratti) risale fino al tempo degli antichi Greci! Fin dai tempi più antichi questo popolo ha viaggiato in lungo e in largo e ha scritto molti trattati sulle meraviglie incontrate per il mondo: sono i logografi di cui tanto ho già parlato. In particolare qualcuno parla anche della popolazione dei Pigmei ai quali attribuiscono, appunto, dei grandi falli nonostante l'altezza.
I Pigmei erano, per tradizione, in perenne lotta con delle gru!
Perchè? I Greci avevano un modello di bellezza fisso e stereotipizzato: carnagione chiara, capelli biondi, occhi azzurri, proporzione delle membra, assenza di peli superflui e, nel caso dei maschi, un membro ben proporzionato, meglio se piccolo (simbolo di virilità ai tempi). Ora, come potete ben immaginare, quando si son visti dei nanetti (con tutto il rispetto) di colore scuro che non si curavano troppo potete capire quale potesse essere il loro ribrezzo. E quindi, per rendere la scena ancora più grottesca, perchè non dargli, come stereotipo, un grosso e orribile membro sproporzionato? Il pigmeo è lo stereotipo dello straniero brutto (e dunque cattivo) che i Greci aborrivano e deridevano in tutto e per tutto: non a caso i personaggi della commedia greca hanno tutti, sulla scena, delle parti deformate e, in particolare, indossano falli finti di cuoio. 
Ora capite quello che intendevo?


Vi è poi anche un discorso più complesso legato alla cultura popolare che caratterizzava e macchiettizava certi stereotipi comportamentali e fisici: per esempio la coppia Don Quishotte-Sancio Panza nasce non dalla fantasia di Cervantes ma da un antichissimo vaso in cui sono ritratti un uomo alto magro e
scheletrico e uno basso e grasso. Così un fallo grande, simbolo di fertilità ma anche elemento comico, era legato a chi, per natura, era apparentemente il meno portato a possederlo: motivo per cui il protagonista dei romanzi di Luciano di Samosata e Apuleio è un asino, animale che, come si sa, è famoso non esattamente per la sua folta criniera (e infatti questo aspetto viene più volte accennato/messo in evidenza nelle opere).

La "regola della L" da lì poi vola e fluttua nell'aria attraversando secoli di cultura popolare e influenzando scrittori (De Sade in primis, guardacaso) e storici: vi era diffusa la notizia che Napoleone fosse dotato "della virtù meno apparente e, di sicuro, la più indecente". In realtà nulla di più falso! Il grande imperatore francese si sa, non era proprio un gigante per via di alcuni disturbi ormonali avuti da piccolo e anche la sia "crescita" sessuale ne ebbe delle gravi conseguenze. Tra oppositori politici e sostenitori si scatenò, all'epoca, un vero e proprio dibattito sull'argomento! Ma oggi la scienza è in grado di rispondere a questo nostro quesito: Signori, è con grande piacere che vi presento... il PENE DI NAPOLEONE; conservato sotto qualche sostanza fino ai nostri giorni!
Piacere, sono il pene di Napolone!

Alla fine avevano ragione gli oppositori: 4 quando era giù e 6 quando era su. Ciononostante le sue donne le ha avute: è proprio vero che le dimensioni non contano!

Ci vediamo questo sabato (se riesco se no il prossimo) con il Cirano di Bergerac di Rostand! Ricordate di passare dalla mia pagina fb!

sabato 11 gennaio 2014

Collana i "merdalavori", ep.I: l' "Anti-Justine" di Restif de la Bretonne


!!ATTENZIONE!!
QUEST?ARTICOLO NON E' PIU' VALIDO E RAPPRESENTATIVO DEL BLOG!
POTETE TROVARE LA VERSIONE AGGIORNATA, RIVEDUTA E CORRETTA
QUI!!

<<Inizialmente mi ero riproposto di scrivere dell’ “Anti-Justine”(1798) di Restif De La Bretonne (1734-1806) solo dopo aver dato l’esame martedì. Ma qualche sera fa, sotto una calda doccia meditativa post karate, ho cominciato a pensare a come mettere giù il pezzo e al libro letto quest’estate. Al che mi è saltata la scintilla d’ira funesta. I libri che compro di solito non sono mai scelti a caso: so di cosa parleranno più o meno o, quantomeno, già conosco l’autore anche se non ho mai letto nulla di suo. Poche le volte in cui mi sono lanciato nel vuoto non sapendo nulla. Raramente quindi mi capita di imbattermi in veri obbrobri, come questo, che non riesco nemmeno a finire. E, per rientrare nella categoria, bisogna non solo che sia scritto male, ma anche che non mi trasmetta o dica nulla e che i temi trattati siano praticamente inesistenti. E così è stato per questo libro. Il mio fine parere critico sull’opera?

UNAMMERDA!!!

Partiamo dalla complicatissima trama: c’è un tipo dalla sfilza di nomi impronunciabili che si scopa qualunque essere di sesso anche ignoto che passi dalle sue parti. E quando dico qualunque, intendo veramente QUALUNQUE! Fine. Cioè veramente questo nobile francese, fin da bambino, salta addosso alle sorelle, alla madre e a tutto ciò che ha un buco: più che una famiglia sembra un bordello (e non sto scherzando)! Prendiamo la “Justine” della volta scorsa: trama poverissima (va di qua, stuprata, si sposta di là, stuprata, si risposta da un’altra parte e così via) ma c’è uno schema generale su cui poi incastrare le scene di sesso. Qui no. No assolutamente. I fatti che si susseguono non sono nient’altro che un susseguirsi  quasi convulso di scopate su scopate a cazzo (letteralmente). Non mi credete? Pensate siano esagerazioni? Allora vi riporto il titolo di qualche capitolo così, giusto per farvi un’idea! E subito incontriamo “Il Bambino che Già Rizza”, titolo che ci lascia quantomeno perplessi e poi, capitolo terzo “La Madre Fottuta”, in cui si inizia a intuire l’andazzo dell’opera per passare al dodicesimo  “Il Più Delizioso Degli Incesti”, e chiudiamo questa magnifica raccolta in bellezza con: “Consigli di un Padre Mentre Sta Chiavando la Figlia”. Oh, ma che titoli profondi e ricchi di struggente significato! Inoltre, magari (e dico magari eh, senza troppe pretese), un qualche sprovveduto lettore vorrebbe anche cercare di capire chi sono i personaggi o anche solo intuire il loro grado di parentela, tipo, ma giusto così per dire,  ma no, non chiamiamo in modo normale questi nobili francesi, sarebbe fin troppo semplice, diamogli invece mille mila doppi nomi che  mutano ogni volta che si sposano, così uno non capisce nemmeno da che parte è girato. E le cose sono difficili non perché siamo noi a essere scemi, per carità, ma, per stessa ammissione del traduttore, in una delle note, ci vien detto che non solo i nomi sono ininfluenti in un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia in più punti: nemmeno degli errori di stampa, ecchecazzo! Nemmeno lui sapeva cosa stava scrivendo! Solo a parlarne mi sento bollire il sangue! Ma parliamo della cosa principale: la visione della sessualità per il nostro caro Restif che, a mio parere, è giusto un pochino confusa. Passiamo quindi a:

La Sessualità Secondo Restif De La Bretonne

·       Gli organi sessuali maschili. Il mondo, si sa, è bello perché vario. Ma non tutti la pensano così. Secondo il nostro autore infatti esistono dei tipi ben precisi di peni e questi si ripetono all’infinito, come se fossero fatti in fabbrica o avessero un carattere predeterminato. Abbiamo: peni piccoli mal funzionanti, peni grandi che fanno il loro mestiere, peni giganti che sono troppo abbondanti per entrare in qualunque orifizio e peni giganti che invece si incastrano alla perfezione. Ora. Quando? Quando? QUANDO, CAZZO?? Non funziona così, mi dispiace Restif, ma ce ne possono essere di tutte le taglie e misure, funzionanti e non, e, per fortuna, ci sono anche delle sane vie di mezzo, gli estremi sono contemplati ma qua sono ingigantiti. Giusto qualche sporadica eccezione la troviamo tra le pagine, ma per il resto le categorie sono queste: ma si può?

·       Sperma. Questo termine, ancora tabù per molti, nell’opera non è solamente del banalissimo liquido seminale che serve a sfornare bambini, ma un abbondante condimento (e sappiamo bene di che pasto), come che ne so, l’olio o l’aceto, se non addirittura una zuppa tipica dei paesi nordici, di quelle belle calde da servire nelle gelate serate invernali. Anche qui: esagero? Direi di no, se una delle protagoniste (credo, almeno) tutte le mattine va dal promesso sposo a farsi una scorpacciata di bianco liquame per colazione. D’altra parte, come soddisfarlo altrimenti? È talmente iperdotato che la spaccherebbe a metà! Ma per favore, su dai!

·       La quantità e la frequenza. Come tutti noi ometti sappiamo ci sono dei tempi di recupero tra un’ eiaculazione e l’altra e non possiamo pretendere che, dopo averci dato dentro 3 volte in un pomeriggio, alla quarta esca una fontana tale da ricoprire una persona intera. Inutile dire che qui no, nulla di tutto questo accade! I tempi di recupero tra un’erezione e l’altra sono ridicolamente inesistenti e il ciclo rigenerativo dello sperma infinito e super veloce: basta aspettare due minuti e i testicoli sono già lì che tirano, come le mammelle delle mucche di primo mattino. Io non ti ho conosciuto, caro Restif, ma di sicuro il tuo corpo non funzionava così, no no.

·       La morale. Ciascuno ha i propri limiti, le cose che non farebbe mai nemmeno sotto tortura e che rimangono sepolte in zone inesplorate della nostra mente . Anche i più libertini e sregolati tra di noi a un certo punto, anche se non se ne rendono conto, sono costretti a fermarsi o, quantomeno, a pensare a quello che stanno facendo. Qui no, tutte le azioni meno corrette per la morale sono PAF!, spiattellate sulla pagina, come un toast imburrato che cade per terra, con una velocità assurda e senza il minimo ripensamento da parte dei protagonisti. È una cosa pazzesca come nessuno abbia nemmeno un briciolo di freni inibitori! Ma nemmeno in un cartone animato si ha una leggerezza nel vivere del genere! Mi riferisco soprattutto agli incesti, ma  non solo! Ci sono dei brani, anche abbastanza frequenti, come quello già citato della colazione proteica, in cui la realtà viene appallottolata come un foglio di carta e buttata nel caminetto.

·       La realtà delle cose. La società che viene descritta è completamente sballata. Cioè, non soltanto dal punto di vista prettamente delle pratiche sessuali, di cui ho appena parlato nel punto sopra, ma anche del modo in cui ci si comporta. I mariti, per farvi un esempio molto semplice, non sono scelti dal padre della sposa per la condizione sociale o il reddito ma, ovviamente, e come dargli torto d’altra parte, in base alla grossezza del pene. Ma quando? Dove? E soprattutto: perché? Ma non solo, può capitare pure che un uomo non riesca a soddisfare la moglie per via delle sue dimensioni o perché non gli si rizza. E allora cosa fa? Chiede a un amico o, ancora meglio, a un perfetto sconosciuto, di riempirla al posto suo! E magari si fermasse qui la cosa, no, si deve pure sdraiare accanto alla coppia che scopa! Ma vi pare? E poi come non parlare di chi fa prostituire la moglie solo per vedersela scopata da dei cazzi talmente grossi che finiscono per uccidere la poveretta?


<<Ma come, scusa, queste cose ci sono pure in De Sade eppure lui ti piace, di che ti lamenti che sei pure tu un pervertito?>> potrebbe chiedere qualcuno tra i più simpatici tra voi. Ma il problema qui sta nel fatto che il nostro Restif de la Bretonne non perde tempo a dare una giustificazione della sua filosofia, no, lui è troppo figo, non ne ha bisogno! Mica come quello sfigato di De Sade che si è scritto pagine e pagine di teorie filosofiche scervellandosi per trovare una giustificazione allo stupro e all’omicidio e a tutte le perversioni che abbondano nelle sue opere. Restif scrive quest’obbrobrio per stupire, per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale, che ci si può divertire anche con delle semplici scarpette (infatti il termine “retifismo” viene da lui, ovvero il feticismo per le calzature), per far capire che chiunque può scrivere porcate, mica ci vuole De Sade! Peccato che oltre all’invidia, dietro a quest’opera, non ci sia praticamente nient’altro.


Ah già, ma perché il nome di “Anti-Justine”? Questo titolo, frutto dello sfacciato desiderio di opporsi al marchese rivale, sottintende l’unico abbozzo (aborto) di teoria sessuale: nel sesso bisogna godere entrambi, mica farsi male con mille torture come avviene nella “Jusine”. Tutto qua. Fine. Questo il complicatissimo concetto alla base dell’opera oltretutto non corretto perché non tiene conto della componente perversa degli atti sessuali.


Dunque tiriamo le somme: un’opera nata dall’invidia per il capolavoro del rivale che risulta essere una gran bella merda senza trama, senza motivazioni ma anzi, avulsa da qualunque realtà e normalità di pensiero e azione.


L’edizione in cui ho trovato questo merdalavoro è quella in ogni caso ottima e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio vivamente l’acquisto perché non fa nemmeno sorridere che dici: <<La compro per farmici due risate.>> NO! Fa, solo schifo, nemmeno lontanamente farà comparire una smorfia sul vostro volto se non di disgusto.


Spero che il pezzo vi sia piaciuto! Scusate la volgarità sia per questo brano che per quello scorso ma, visto l’argomento, potevo forse trattenermi? Non vorrei che però questo mio modo di esprimermi lasciasse intendere una leggerezza di contenuti o un modo superficiale di affrontare le cose: solo voglio far capire  tutti in breve quello che ci ho messo mesi e mesi a rielaborare! Inoltre vorrei ricordarvi pure che queste sono miei personali punti di vista, non verità assolute scese in terra. Oltretutto non condanno in toto l'autore ma solo il libro dato che ha scritto anche opere più interessanti e degne. Ovviamente lasciate un commento o scrivetemi per qualunque cosa legata o meno all’argomento trattato, non fatevi scrupoli, sarò felice di seguirvi ciascuno! Dedico questo brano al comitato “Peni Che Non si Riconoscono Nelle Opere Di Restif De La Bretonne” che combatte da diversi anni contro quest’opera e a cui pure il mio aderisce ormai da tempo.


Con il prossimo appuntamento cambiamo radicalmente genere ma non stile! Aspettatevi un’opera stravolgente da un autore che non vi saresti aspettati su un blog come questo! Ciao!>>

lunedì 6 gennaio 2014

La "Justine" di De Sade: un vero modello?

ATTENZIONE!!!!
QUEST'ARTICOLO è VECCHIO E NON PIU' RAPPRESENTATIVO DEL BLOG. NE è USCITA UNA VERSIONE RIVISTA E CORRETTA CHE TROVATE QUI!
BUONA LETTURA

<<Salve, e benvenuti a tutti quanti! Dopo esserci occupati la scorsa volta delle favole, ecco che stavolta ci addentriamo in un argomento decisamente più spinto: il romanzo erotico per eccellenza di tutto il 1700 francese, la “Justine”(1791) del divin marchese De Sade (1740-1818). Ma, prima di iniziare, occorre una piccola precisazione: in questo mio pezzo analizzerò prima la trama e l’opera in sé e, in seguito, il contesto generale di quegli anni, di cui molto brevemente avevo già parlato la scorsa volta, per capire perché il nostro autore abbia voluto scrivere una tale opera in questo periodo. Va da sé che, parlando della trama, io debba per forza accennare al finale che in questo caso è fondamentale per capire alcuni aspetti dell’opera. Non è che vi sia chissà qual intreccio narrativo dietro al romanzo, per carità: sarebbe come guardarsi il film porno della Tommasi per gustarsi la trama, anche se posso capire che ad alcuni(?) possa interessare. Quindi, io ve la metto sotto evidenti segnali rossi che anche il più sfacciatamente ritardato di voi potrà riconoscere: non dite che non vi avevo avvisati! Spero non occorra specificare che questa recensione ha dei contenuti non adatti ai minori e, quindi, cari i miei tredicenni arrapati in overdose ormonale, alla larga! (che è come gettare dello zucchero su un formicaio alla fine)>>

SPOILER!!!

(contenti?)

<<Un bel giorno la precoce e provocante Juliette e la sorella Justine, casta e pura, rispettivamente di 15 e 12 anni, si ritrovano orfane e con pochi soldi lasciati in eredità per poter sopravvivere il tempo necessario per trovare un tetto sotto cui dormire (e già queste potrebbero essere le prime scene di un filmino di serie Z). Juliette, la maialona, tenta di convincere Justine a darsi alla prostituzione con lei in qualche casa di piacere, ma la piccola e vergine eroina è scandalizzata (e vorrei ben vedere, ha 12 anni, cazzo) dalle parole della sorella divoratrice di uccelli (A.K.A. pompinara). Così le due decidono di separarsi: l’una pronta a rinunciare a ogni pudore e concetto di virtù, l’altra invece saldamente attaccata alla fede cattolica e al suo imene. La trama prosegue, senza troppo dilungarsi, sulla vita sfrenata di Juliette (meglio analizzata nel meno famoso romanzo omonimo sempre di De Sade) che, dando la fagiana a cani e porci, non solo diventa ricca, ma pure potente, sta cagna! Un giorno durante un viaggio si ferma in una locanda col marito (quello che ce l’aveva più grosso dei tanti esploratori o in ogni caso il più ricco) e assiste a una triste scena: una giovane tutta sporca e con le vesti stracciate è trascinata da delle guardie che la tengono sotto arresto. Mossa a compassione, Juliette si informa sul motivo per cui la sventurata è in manette: assassinio, furto e incendio rispondono gli agenti. Ma la giovvvine cerca di difendersi da tali accuse: incomincia così il lungo racconto delle disavventure di quella che solo alla fine scopriamo essere Justine (NO, ma va? Ma non mi dire!), sballottata a destra e a sinistra per la Francia passando da un pervertito all’altro: ognuno vuole venire nel modo più doloroso per la nostra vittima (non vi eravate mai chiesti il perché si dicesse “sadismo”?). Tutti se ne approfittano dell’ indole pura di Justine: soprattutto chi all’inizio sembrava gentile e disponibile nei suoi confronti, si rivela poi essere un cinico bastardo a cui piace mettere la sua mazza da elefante indiano nel culo alle ragazze (e non solo) riempendole prima di botte. Le classi sociali incontrate dalla sventurata sono le più svariate e includono ogni ceto sociale, nessuno escluso. Anzi, più si è privilegiati, come nobili e ecclesiastici, più i vizi aumentano e più l’orrore della morte si fa vicino. Basti pensare all’abbazia in cui a un certo punto si trova rinchiusa con altre giovani ragazze che, una volta stuprate dai monaci, vengono poi piano piano uccise, sbrindellate e sepolte nel giardino retrostante il convento (Da questi capitoli già si può notare un primo abbozzo della sua opera più famosa, “Le 120 Gionate di Sodoma”). O ancora: a un ricco falsario che vive in un castelletto isolato da tutto e tutti piace far sperimentare il “gioco dell’impiccato”: pare che il piacere provato un attimo prima di morire sia enormemente più potente del normale orgasmo da scopata (un po’ come in “Trainspotting” quando parlano dell’Eroina: “avete presente un orgasmo? Bhè, moltiplicatelo per mille e non ci sarete nemmeno lontanamente vicini! […] Batte qualunque fottuta iniezione di cazzo!”). Qui la nostra protagonista ha finalmente la possibilità di uccidere il suo persecutore, quando questi decide di provare il gioco su sé stesso, ma sceglie di non farlo e, dopo che lui ha schizzato ettolitri di sperma, taglia la corda da cui si stava facendo pendere: una vera cristiana non desidererebbe mai la morte di una persona; e infatti ne paga poi le conseguenze, e pure belle pesanti!. Justine infatti, qualunque cosa accada, non si concederà mai volontariamente se non in casi eccezionali che comporterebbero altrimenti la sua morte. Ma per colpa di questo suo atteggiamento viene anche accusata in giustamente e si trova in guai sempre più grandi. Solo un colpo di fortuna l’ha fatta riavvicinare alla sorella che riesce a salvarla e a darle tutte le cure di cui ha bisogno la cara ragazza dopo anni e anni di stupri e insidie. Ma le cose non sono destinate a durare a lungo. Un pomeriggio estivo si scatena un temporale e si rinchiudono, Justine e Juliette con tanto di marito, in una casotto in campagna. La nostra eroina, spinta da una sensibilità romantica verso lo scatenarsi delle forze della natura, si affaccia alla finestra per guardare il cielo scuro solcato da lampi accecanti. E così un fulmine, simbolo del potere e della volontà divina, le trapassa letteralmente il corpo carbonizzandola all’istante: la strada della virtù e della castità non sono ben accette nemmeno dal grande Dio onnipotente.>>

FINE SPOILER

(Vi piacerebbe, eh? Così imparate a non leggervi la trama, nell’analisi devo anche parlare del finale!)

<<Come? Un finale così del cazzo? E tutta questa serie infinita di porcate per che roba? Un fulmine e bho, tutto finito? Cioè, tanto vale dire che è stato tutto un sogno e buonanotte al cazzo!>>

<<Come dissi, questo è un romanzo erotico, non un romanzo storico. A De Sade non interessa fare un finale col botto ma trasmettere un certo significato morale: non importa la morale con cui vivi, ma non puoi sempre nasconderti dietro a un finto scudo di purezza, devi saper affrontare una società corrotta dove, come diceva il filosofo inglese Hobbes (1588 d.C-1679 d.C) riprendendo il commediografo latino Plauto (250 a.C-184 a.C), “Homo hominis lupus” ossia “ogni uomo è per l’altro uomo come un lupo” e non ci si può fidare di nessuno. Nemmeno i precetti religiosi originali, non filtrati da ciò che ha aggiunto e rimaneggiato la Chiesa, prevedono un comportamento casto e puro sotto ogni aspetto, basti guardare a quel che succede nella Bibbia: omicidi, incesti e figli venduti come se non vi fosse un domani e soprattutto: tanto tanto tantissimo sesso, tant’è che in quegli anni la sua lettura era sconsigliata alle giovani fanciulle e circolavano varie edizioni col marchio del “parental control”! La sorella Juliette invece, priva di ogni scrupolo morale e ben educata all’arte dei piaceri, vive tranquillamente e felicemente ricca e desiderata. Come è meglio atteggiarsi dunque? Santa ma martire o peccatrice e felice? La risposta non è così immediata: De Sade ha voluto fornirci un modello di vita da seguire o piuttosto un anti-modello? Andiamo a vedere ora questo aspetto anche con gli stronzi che non hanno voluto a tutti i costi leggere un finale così poco impegnativo e pertanto potranno capire solo in parte il perché delle scelte del divin marchese!>>

FINE DEGLI SPOILER

(stavolta sul serio, ci sono solo un paio di riferimenti a qualche riga scritta dall’autore ai lettori ma nulla di più. Se vi disturba questo elemento a sto punto non so che dirvi ,se non: cambiate pagina!)

<<Il volume si apre con una dedica fatta dall’autore (anonimo all’uscita della seconda edizione del romanzo, anche se tutti alla fine sapevano chi fosse) a una sua cara amica, tale Constance, in cui dice di aver voluto sottolineare che, se condite da disavventure e mali, le virtù hanno un valore molto più elevato (grazie al cazzo, aggiungerei io!): “<<Oh, come mi rendono più fiera di amare la Virtù questi episodi del Crimine! Come essa è sublime tra le lacrime! Come la abbelliscono le sventure!>> O Constance! Se pronuncerai queste parole le mie fatiche saranno coronate!”.

Ora, dobbiamo veramente credere al nostro sadico romanziere? D’altra parte, anche nelle ultimissime righe  egli esclama, rivolto ai lettori: “Possiate convincervi, al pari di lei, che la vera felicità si trova solo in seno alla virtù e che se Dio, secondo piani che non sta a noi sondare, permette che essa sia perseguitata sulla terra, è solo per risarcirla in cielo con più dolci ricompense!”>>

<<Ah, ma allora vedi che non è cattivo in fondo? Ci vuole solo dire che bisogna stringere i denti e andare avanti anche nelle situazioni più problematiche! Allora possiamo comunque andare avanti a pregare felici e contente avendo fiducia nel nostro Signore!>>

<<E invece no, il vero messaggio non è nemmeno questo, o almeno non del tutto! <<E, ma allora qual è, scusa?>> Per cercare almeno di comprendere la complessa mentalità della figura più oscura e maledetta del tardo 1700 Francese è direi il caso di addentrarci nell’atmosfera del tempo e nella vita del personaggio!

Donatien-Alphonse-Françoise de Sade, spesso conosciuto come il “divin marchese” o come D.A.F De Sade (no, nessuna parentela con la Hilary Duff, gran battutone) ha scelto il momento peggiore di tutti per essere nobile: la sanguinosa rivoluzione dell’ 89 incombeva infatti all’orizzonte e, come si sa, le bianche parrucche ricciolute tipiche delle classi più elevate del tempo non piacevano troppo ai rivoluzionari incazzosi capeggiati dallo spietato Robespierre (1758-1794) detto l’ “incorruttibile”, morto poi, ironia della sorte, ghigliottinato. Addirittura egli era originario del casato, da parte di madre, di cui faceva parte la Laura famosa per non averla mai data al povero Petrarca. Come è ben immaginabile, fu avverso al movimento rivoluzionario francese nello specifico anche se, pure lui, auspicava uno stravolgimento sotto però un altro ambito: egli condusse una vera e propria crociata non tanto contro i regnanti di Francia, quanto contro il primo  grande imperatore romano: Augusto (63 a.C.-14 d.C.). Questi fu difatti il primo ad accentrare tutti i poteri su sé stesso e ad emanare leggi che, tramite incentivi e proibizioni, volevano ristabilire il “buon costume” presso i cittadini romani. Ma attenzione, egli non si riteneva parte del popolo, come gli altri poveri stronzi: infatti pare organizzò diversi piacevoli festini nel suo palazzo a Roma arrivando addirittura a vestirsi da divinità, cosa intollerabile per il tempo. Era il diritto al piacere che passava dalle mani di tutti, popolo compreso, a quelle del solo monarca, regnante quasi divino che poteva imporre ciò che voleva sui suoi sudditi. E le cose non mutarono per secoli e secoli, arrivando fino in Francia: mentre i nobili si davano al buon tempo giocando a “mettilodentro” tra mille agi e lussurie, il popolo moriva di fame e i ricchi borghesi non vedevano ricompensati i loro sforzi in ambito commerciale (leggendaria la frase d Maria Antonietta “se non hanno pane mangino croissants”). Il tentativo di De Sade non era dunque tanto quello di rivoluzionare la forma politica, quanto di rendere tutti partecipi ai giochi dell’amore e alle lussurie come era prima della venuta dell’imperatore Augusto. E quale arma più adatta per i colti borghesi dell’epoca per colpire la nobiltà se non la pubblicazione di operette erotiche che ridicolizzavano e mettevano in luce l’ estrema lascivia della nobiltà di Versailles e in particolare di Maria Antonietta, simbolo di questo sesso sfrenato affidato ai soli potenti? Tra gli autori di queste opere erotiche dissacranti  e spesso allegoriche troviamo inoltre grandi nomi come Voltaire con l’ ”Odalisca” a lui attribuita e Diderot col suo lavoro giovanile “I Gioielli Indiscreti” in cui le passere raccontano delle loro prodezze sessuali sotto l’influsso di un anello magico in una fantastica corte dei regnanti del Congo. Però nessuno propose una morale anche sessuale alternativa come De Sade: la sua più grande opera filosofica fu “La Filosofia nel Boudoire”. L’opera, racconto di una grande lezione di educazione morale e sessuale fatta a una giovane ragazza, non viene vista come anti-educativa, come invece potrebbe sembrare dalla “Justine”: l’autore crede fermamente in ciò che dice. A questo punto i casi possono essere diversi: o l’autore voleva prendersi gioco dei lettori raccomandando loro una morale fondata su solidi princìpi o voleva pararsi il culo da possibili ritorsioni da parte di chi era più potente di lui.  Secondo il mio modesto parere, quindi non prendetelo per oro colato, De Sade ci voleva brutalmente trollare tutti. Ben note erano le prodezze e i misfatti compiuti dal divin marchese che lo avevano portato a diversi anni di reclusione in varie prigioni, tra cui la Bastiglia, da cui fu trasferito il giorno prima dell’assalto dell’89; fu anzi proprio lui ad aizzare la folla urlando dalle sbarre della prigione che le guardie torturavano i prigionieri. Inoltre, questa di cui sto parlando al momento, è la seconda edizione della “Justine” pubblicata da BUR, ma non esiste solo questa: infatti ce n’è una terza, quella completa e allungata, la “Nuova Justine” (1799) edita da Garzanti, che non inizia né finisce come quella da me letta.

Quindi, tiriamo un po’ le somme: il grande romanzo di De Sade, la “Justine”, mette in luce come un comportamento ostinatamente casto e puro che pecchi di furbizia e “saper vivere” sia da condannarsi sotto ogni aspetto e non rientra nell’ordine naturale delle cose.

Ah già, e il nostro autore, che fine ha fatto? Bhè, odiato da tutti in periodo monarchico non migliorò di certo la sua situazione in seguito con i rivoluzionari con cui non aveva mai avuto buoni rapporti. Dopo essersi dato quindi a forti piaceri con le amanti e, a quanto si dice, con la sorella, e anche per questo incarcerato (non era colpa sua se si divertiva a frustare e avvelenare le giovani ragazzine, povero) finì i suoi giorni obeso per il poco movimento fatto in prigione e bistrattato sostanzialmente dai più: a quanto pare la morale espressa nel suo romanzo non sempre funziona!

Su De Sade è già stato scritto parecchio da persone decisamente più colte di me: abbiamo una parte a lui dedicata nel celebre saggio di Mario Praz “La Carne, la Morte e il Diavolo nella Letteratura Romantica” (edizione BUR dal prezzo ignoto trattandosi di un regalo) che leggerò a breve, diversi scritti di Apollinaire e di Bataille su cui ancora non sono riuscito a mettere le mani, una raccolta per la Longanesi a cura di Elémire Zolla che possiedo ma ancora non ho letto (il prezzo non lo so, era in un negozio di libri usati super scontato) e, infine, praticamente tutto ciò che vi ho raccontato oggi l’ho tratto dal bellissimo saggio in due volumi “Sesso e Mito” di Francesco Saba Sardi, sempre edito da Longanesi.

La “Justine”, come qualunque opera di De Sade, è consigliabile solo a un pubblico strettamente adulto, che abbia lo stomaco forte e non si scandalizzi di fronte a certi temi Le scene di sesso sono più che abbondanti ma, data la crudezza dei fatti descritti e la loro inverosimiglianza, non provocano un eccessivo eccitamento (quindi niente segoni o sgrillettate). L’edizione BUR viene solo €8,00 mentre quella della Garzanti €13,00, entrambe facilmente reperibili. Il libro in ogni caso è molto scorrevole e quindi: perché no?

Ovviamente non ho esaurito l’argomento “De Sade”, c’è molto altro da dire, però rimando tutto a un altro pezzo! In fondo, posso forse non parlare delle “120 Giornate di Sodoma” o piuttosto della sua influenza sul nostro modo di vivere tutti i giorni?>>


<<Ringrazio ancora una volta chi mi segue, mi da suggerimenti e mi sta vicino nonché tutti voi, lettori fissi o occasionali che leggete queste righe! Ovviamente commentate quando e come vi pare e/o mandatemi un’e-mail numerosissimi!

Questo pezzo lo dedico al buon Aldo che mi ha suggerito l’argomento (un saluto ad Aldo: ciao!) mentre rimedio ora allo scorso capitolo che è nato anche grazie ad Elisa che mi ha proposto l’argomento come “sfida” (un altro saluto ad Elisa: ciao!).


And that’s all folks” ma… posso forse non parlarvi dell’”Anti-Justine” di Restif de la Bretonne che si oppone in modo ben noto al nostro De Sade?   Alla Prossima!>>