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sabato 31 maggio 2014

Collana i "merdalavori", ep III: vita, morte e miracoli di Mary Shelley (2): papà?

Ed eccoci all'ultimo capitolo di questo soleggiato maggio (veramente, come lo puoi chiamare un mese? Tanto qualunque aggettivo ci sta malissimo...). Comunque, come potete vedere dal titolo, oggi prendo due ragazze con una tazza due piccioni con una fava (e non in senso zoofilo, maialoni): Mary Shelley e merdalavoro! Era dal "Castello di Otranto" di Walpole che non prendevo in mano una spazzatura simile, sarà bello riempire ancora una volta di insulti tutta la pagina! L'opera di oggi si intitola "Matilda" ed è, forse, uno dei romanzi della Shelley meno famosi di sempre (e c'è un perchè). Però, prima di parlare dell'opera in sè, continuiamo il nostro viaggio con i coniugi Shelley che avevamo lasciato a villa Diodati in compagnia di Byron, Polidori e la sorellastra di Mary, Claire. Casomai vi foste persi il primo brano su questa strana compagnia e sul "Frankenstein" vi rimando all'articolo chè, senza di questo, non ci capite (forse) una mazza.

Allora, dunque, nel 1816 Mary, Percy e Claire, dopo aver passato l'estate a Ginevra come abbiamo visto, dopo aver fatto ancora qualche minimo giretto (ricordiamo che in quel periodo nacque a Napoli un bel bambino con cognome Shelley che, certamente, non poteva essere Mary ad aver sfornato. Percy, Claire, ci dovete dire qualcosa?) se ne tornarono in Inghilterra perchè, come si sa, i soldi ad un certo punto finiscono per tutti, anche per gli eroi romantici. Ed ecco che, arrivati a casa, ecco la prima delle magnifiche sorprese: la ex moglie di Percy, "quella che non capiva la poesia e quindi si meritava di essere mollata con due figli sul groppone in mezzo all'Irlanda", si era suicidata! Colpi di scena e tanta gioia per un cazzo di nessuno perchè il povero Percy, cucciolo, ci rimase molto male (solo adesso però, eh, Percy!). Dopo due anni, nel 1818 (1816+2=1818) decisero di tornarsene in Italia dove morirono i loro due figli, Clara Everina e William (il primogenito già era morto in passato, questi sono il secondo e il terzo che mamma Mary scodella per papà Percy a 21 anni. E bravi ragazzi!). Così Mary e Percy trascorsero qualche anno nell'Italia centrale fino al 1822 quando lui, che stava tornando in barca con alcuni amici (probabilmente ubriachissimo e strafatto) da La Spezia, naufragò e morì annegato (ma con quanto pathos non vi dico questa cosa? Che suspence, eh?). Il corpo, a parte il cuore che venne conservato da Mary (che cosa romantica) venne cremato a Viareggio sotto gli occhi di un triste Byron che, per caso, si trovava lì (allora, se riesco a mettervi la foto del quadro direttamente qua vuol dire che ho vinto una grande battaglia contro la tecnologia, altrimenti con un sorrisetto sarcastico accettate la mia sconfitta di fronte al progresso).
Percy che brucia con Byron e gli altri che piangono mentre io rido perchè sono riuscito a fare tutto ciò
A questo punto che fare? Mary, senza troppi soldi o possibilità di farne su altri in Italia (non era dell'umore per prostituirsi, magari qualche anno prima avrebbe anche potuto accettare) fece i bagagli e se ne tornò col figlio Percy Florence (l'ultimo e l'unico dei figli della coppia a sopravvivere: che culo!) in Inghilterra dal padre Godwin che non è che la vedesse troppo di buon occhio ma, si sa, i genitori sono pur sempre i genitori. E così, per procurarsi di che mangiare, Mary iniziò a scrivere, l'unica cosa che sapeva far bene (oltre a servire chinotti al bar). Scrisse molto, non ho letto tutto, ma, subito, nel 1819 compose il libro di questa settimana: "Matilda".

Questo romanzo epistolare (ovvero scritto sotto forma di lettera) diviso in due parti tratta di un tema molto particolare e, per alcuni, assolutamente tabù: l'incesto e, in particolare, il rapporto padre-figlia. La trama è riassumibile in poche parole: una certa Diana ha una figlia con un signore di cui non sappiamo il nome e muore di parto (Diana non la bambina e nemmeno il signore). Il padre, che non pensa di essere un buon padre (ed effettivamente non è un buon padre), spedisce la bambina in campagna da una sorella brutta e antipatica che, del tutto indifferente alla piccola, dopo 16 anni che la tira su diciamo che qualche disturbo glielo lascia ignorandola quasi completamente. E infatti la giovane (e ripeto sedicenne) Matilda (questo il nome, preso da quello della protagonista de "I misteri di Udolpho" della Anne Radcliffe di cui vi parlerò e non bene) isolata da tutto e da tutti, sola con la simpaticissima zia, soffre di una specie di depressione perchè pensa che nessuno possa volerle mai bene. Ma ecco che, un bel giorno, viene a farle visita un signore che, poco dopo, si scopre essere il padre di Matilda il quale, dopo appena sedici anni, è riuscito a farsi coraggio e a ricongiungersi con la figlia abbandonata quasi a sè stessa per tutto questo tempo (oh, ognuno c'ha i suoi tempi, lui ci ha messo solo 16 anni, diamogli tempo!). All'inizio sembra andare tutto benissimo e i due scherzano, giocano e si ritrovano, diciamo. Poi, però, il cambiamento: il padre inizia a essere scostante, lontano e distaccato e la ragione è presto chiara: egli si è innamorato della figlia in cui vede la reincarnazione della moglie morta (no ma tutto normale, tranquillo!). Dunque il padre, prima di buttarsi con un tarello gigantesco sulla figlia e sventrarla a colpi di cappella dopo 16 anni di astinenza, decide di scappare via. Ovviamente Matilda, che un po' comunque ci sarebbe stata, lo segue ma ne perde le tracce perchè il buon padre riesce a suicidarsi prima che lei possa raggiungerlo. Allora inizia la seconda parte del romanzo, quella in cui si isola dal mondo ma inizia a fare amicizia con Woodville (personificazione del suo Percy), un giovane ragazzo che le va dietro, ma il tutto, come sempre, troppo tardi: lei si ammala e muore di tisi. Fine.

Dunque, vediamo bene insieme perchè, in fin dei conti, questo romanzo fa abbastanza cagare. Come vi sarete accorti la trama è veramente delle più insulse: la solita serie di coincidenze fortuite e forzatissime che, però, aprono ad un tema che potrebbe sembrare interessante. Perchè uno (soprattutto se stronzo come me) dice "Sì cazzo, finalmente qualcosa di particolare, di nuovo, di provocante! Ci voleva un argomento del genere per aggiungere un po' di sostanza a una storia d'amore noiosa come le altre!" e poi, quando c'è da passare all'azione, ai fatti, alle grandi decisioni... niente! Assolutamente nulla! Lui parte, lei lo rincorre e stop. Sul serio questa è la profondità che mi proponi sul tema dell'incesto Mary? Veramente? Nemmeno un bacio dato di sfuggita, una carezza o un minimo atto fisico? E poi non è che i personaggi ci riflettano troppo su quello che fanno, non ne parlano o altro tra di loro, non interagiscono, come se vivessero in mondi separati! Quindi tu mi butti su un piatto d'argento l' INCESTO e poi nulla? Nemmeno un ragionamento? Cazzo, a sto punto me ne torno a De Sade che, almeno, per quanto folle, una giustificazione me la dà, tu manco lo affossi. E poi, a proposito di reazioni umane sballate, cosa fa Matilda quando sa del padre morto? Niente, vive chiusa in sè stessa e non ci prova nemmeno a conoscere gente o a fare cose! Posso capire il lutto e tutto quanto ma, Mary, ascolta, quando succede una cosa così, quando? Solo coi malati di mente, sì, quello te lo posso riconoscere, ma di solito si cerca di affrontare il dolore o di interagire con persone...

Altra cosa che non ho apprezzato è lo stile artificioso e poco convincente, come se nemmeno lei fosse sicura di quello che stava scrivendo. Che poi, come storia, nemmeno è originale, ma nel vero senso del termine! Infatti non fa altro se non sviluppare il canovaccio di un'opera incompiuta della madre Mary (sì, quella che è morta di parto. Sì, quella sulla cui tomba Mary e Percy hanno trombato quando lei era appena diciassettenne, proprio lei). Ma quest'opera, fortunatamente per i suoi contemporanei, non fu mai pubblicata. Infatti, a chi pensate che l'abbia fatta leggere prima, per sentire un parere? Ebbene, fu abbastanza stupida, perchè qui si parla di stupidità, da consegnarla al PADRE!!! Cioè, tu scrivi un romanzo che parla di un rapporto incestuoso tra padre e figlia e tu a chi lo fai leggere? A TUO PADRE??? E cosa vuoi che ti dica, che è un bellissimo romanzo? Vuoi che ti inviti a pubblicarlo o vuoi che te lo stracci invitandoti a buttare tutto nelle fiamme? Eh? Secondo te Mary?

E niente, quindi direi che non c'è poi molto altro da aggiungere! Questa volta non è che mi sono lanciato ad insultare il libro in modo incredibile non perchè faccia meno schifo degli altri (anche se perlomeno sono riuscito ad arrivare alla fine) ma perchè è come un pezzo di tofu cucinato dal miglior chef del Giappone e condito con tantissime spezie particolari e rarissime: puoi aggiungerci tutti gli ingredienti del mondo, puoi prepararlo in tutti i modi possibili, ma il tofu saprà sempre di nulla, non cambierà mai sapore! Poi figurati se la spezia che c'è sopra mi dici essere paprika del Mozambico (per dire, non so se nemmeno ce l'hanno la paprika in Mozambico) e, invece, si rivela essere peperoncino del Carrefour! E così, questo romanzo, puoi provare ad inserire l'incesto come tema di fondo (oltretutto presentato benissimo ma trattato malissimo) ma rimane comunque un romanzo anonimo e fatto di emozioni accennate e molto mal presentate. Non è che contenga stronzate a valanga come nel "Castello di Otranto" o l'"Anti-Justine" (di cui parlo qui e qua, per dire): è uno di quei libri che, una volta letti, vorresti riportare in libreria per chiedere indietro il tempo che hai sprecato leggendolo.

Fortunatamente questo romanzo penso si trovi solo per l'editore Marsilio a ben 15€
Wanted: dead or alive. 15€ reward!
e io sono riuscito a recuperarlo solo per puro caso in una libreria che, dato il breve articolo, finalmente posso pubblicizzarvi! La libreria si chiama Bastogi e si trova ad Orbetello, in Toscana. Perchè questo elogio alla libreria Bastogi di Orbetello? Premettendo il fatto che, probabilmente, non sanno del blog nè di questa pubblicità, mi sento di incoraggiarvi, se passate da quelle parti, a farci un salto perchè è la prova che in una piccola libreria (perchè il negozio non è ampio) ci possono essere tanti, tantissimi libri e, soprattutto, di qualità! Non troverete le 80 copie di "Frankenstein" come in qualunque Feltrinelli per riempire lo spazio ma, guardandovi in giro, potrete trovare lavori minori, opere particolari e, molto probabilmente, di quello che state cercando anche voi! Vi allego, sotto, il link alla loro pagina su facebook e, personalmente, penso siano dei bravissimi ragazzi che mi hanno sempre aiutato anche a cercare opere decisamente improbabili, disponibili e pazienti!

Quest'articolo so che non è dei migliori ma il libro, come avrete capito, non è che dia grandissimi spunti e, soprattutto, in questo periodo, ho qualche problema a scrivere al computer. Questo non perchè faccia fatica a premere i tasti ma, dato che devo lavorare per l'esame di martedì tutto il giorno davanti a questo schermo, capite bene anche voi con che gioia io mi possa mettere a scrivere la sera sempre qui a computer. Inoltre avrei potuto saltare questo sabato, allora, ma ci tengo veramente tanto a fornirvi un articolo, anche se meno curato, in modo regolare!


Detto questo, che si fa settimana prossima? Mi piacerebbe che anche voi mi indichiate qualcosa, io sono qui apposta! Pensavo o di iniziare una nuova collana oppure di portare avanti qualche discorso lasciato a metà prima, voi che ne dite? Voglio assolutamente sapere di cosa volete che vi parli! Per ora buon weekend e a sabato prossimo, aspetto e accetto proposte!

venerdì 7 febbraio 2014

Collana i "merdalavori", ep II: il maledetto "Castello di Otranto"


Un saluto a tutti quanti e benvenuti a questo secondo merdalavoro! Però, prima di iniziare, ci tenevo a dirvi due cose: innanzitutto GRAZIE, ma davvero tanto! <<Ma come, ma basta dire grazie, già l’altra volta sembrava ti avessimo donato il fegato!>> Sì, questo lo so, ma stavolta abbiamo superato le 1000 visualizzazioni in un mese, che altro posso aggiungere? Inoltre ci tengo a ricordarvi che, in questa collana, più che nelle altre, sto esprimendo il mio personale gusto e opinione sulla bellezza e gradevolezza in sé dell’opera (e sul suo senso logico spesso e volentieri) ma non sul suo valore artistico e letterario: infatti, se il libro mi ha fatto schifo da una parte, dall’altra apprezzo e riconosco il significato dell’opera in quanto tale. <<Sì, ma se non ci dici di che vuoi parlare noi come facciamo a capire? E dì sto titolo, su forza, ogni volta mille giri di parole prima di rivelarlo…>> Bene, questa volta vi voglio parlare del primo romanzo gotico della storia della letteratura, ovvero del “Castello di Otranto”(1764) di Horace Walpole (1717 d.C.-1797 d.C.)!

Ma iniziamo, come al solito, con qualche breve cenno alla vita del nostro autore. A scuola, magari, avrete sentito parlare del famoso politico e “economista” (perché non si può certo dire che fosse un genio nella materia) Robert Walpole (1676 d.C-1745 d.C.) famoso per aver compiuto un’operazione finanziaria a dir poco rovinosa che portò l’Inghilterra sull’orlo del disastro economico (una specie di misto tra Andreotti, Craxi, Berlusconi e Monti insomma). Per riassumervi molto velocemente un suo ipotetico discorso fatto agli inglesi, possiamo ipotizzare che avrebbe più o meno detto:

<<Salve a tutti, ricchi investitori inglesi! Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva. Quella buona è che ho convertito tutti i vostri titoli di stato in azioni per la “Compagnia delle Indie” che rischiava il tracollo finanziario! In pratica tutti i vostri soldi sono stati investiti in questa compagnia che commercia con le nostre care e prolifiche colonie. Ma passiamo alla notizia brutta: la Compagnia delle Indie è fallita e i vostri soldi sono andati persi!>>

Ovviamente le cose sono  state molto più complesse di così e il nostro fine economista cercò di correre ai ripari, ma non siamo qui oggi a parlare di lui. Infatti, come qualche panciuta professoressa di inglese potrebbe far notare, <<Eccheccentra Robert Walpole con l’autore del “Castello di Otranto”?>>. Horace Walpole non era che suo figlio (cresciuto nei peggiori bar di Caracas proprio)! Il nostro scrittore, a dir la verità, non ebbe una vita poi troppo affascinante: fece un grande viaggio per l’Europa da giovane, come era di moda tra i nobili del tempo, con il suo amico Thomas Gray (1716-1771), un noto poeta preromantico, che lo influenzò tantissimo. Tornato in patria diventò politico per poco tempo grazie ai giri del padre (sì, gli inciucci erano parecchio efficaci per trovare lavoro anche all’epoca). Per il resto, a parte un grande epistolario di oltre 3000 lettere (sicuramente tutte interessantissime, eh, per carità…) e il “Castello di Otranto” non compose nulla di speciale.

Ma passiamo al romanzo. Purtroppo. L’opera è ambientata a Otranto (ma dai? Non l’avrei mai detto!) nel 1300 circa, non troppo tempo dopo le crociate. L’intreccio è volutamente molto molto confuso e, per una visione dei contenuti più approfondita, vi rimando alla fonte somma del sapere universale (Wikipedia) che vi aiuterà a comprendere il perché non voglia troppo addentrarmi nel dettaglio. Per i meno curiosi di voi  ecco delle linee generali per comprendere quanto segue, ma prima…

SSSSSPOOOILEEER!

(così, tanto per essere sicuri che nessun figamolle ingenuone ci caschi in pieno e poi si lamenti)

Il protagonista/antagonista è Manfred (tipico nome medievale del sud Italia), proprietario del maniero di Otranto, dove vive con la moglie e i due figli, un maschio e una femmina. Il ragazzo si deve sposare con una ricca feudataria ma, proprio il giorno delle nozze, viene schiacciato da un elmo gigante, grosso più o meno come una casa, nel cortile del castello. Sì, avete capito bene, ma ve lo ripeto per sicurezza. Viene schiacciato da un enorme elmo medievale di qualche tonnellata caduto dal cielo senza un perché. Ma non è questo l’unico fatto straordinario. La servitù, a volte, aprendo la sera le stanze del castello, vede degli arti giganteschi muoversi e, a un certo punto, un ritratto si stacca dalla tela e inizia ad aggirarsi per i corridoi del maniero. Ma chi è questo misterioso e titanico cavaliere che si aggira indisturbato per la reggia? Un giovane contadino, quando viene rinvenuto ciò che rimane del corpo del figlio di Manfred, dice che l’elmo gigante è uguale identico a quello di un antenato del protagonista che combatté nelle crociate. Inoltre afferma che dalla statua dell’eroe, conservata nella chiesa, è venuto a mancare proprio il copricapo da battaglia. Ovviamente, seguendo una logica di stampo medievale a dir poco impeccabile, il popolo pensa che il povero contadino sia il colpevole del tutto e, tanto per non perdere tempo, si appresta a farlo fuori sul posto senza troppi complimenti quando interviene il parroco del paese che lo salva affermando che quello in realtà è… suo figlio (musica drammatica)! Questo è il primo dei tanti colpi di scena completamente a cazzo del romanzo, ma non temete, ci tornerò sopra più avanti. Intanto Manfred è disperato non tanto per la perdita del figlio (non ci avrebbe messo tanto a sfornarne uno nuovo) quanto per il fatto che non può acquistare nuove terre tramite il matrimonio e consolidare il suo potere. E allora che fa? Gli viene in mente un’idea geniale e assolutamente improbabile per l’epoca in cui è ambientata la vicenda: vuole divorziare dalla moglie per sposarsi lui con la ex-promessa sposa del figlio cercando di convincerla ad accettarlo come sostituto. E qual è il modo più sicuro e romantico con cui cercare di convincere una giovane ragazza a sposare te, vecchio e brutto feudatario? Ma che domande, ovviamente CERCANDO DI STUPRARLA (oltretutto fallendo miseramente)! Il giorno dopo arriva Federico, il padre della fanciulla, il quale, oltre a volerla riportare a casa, dice di essere il vero erede del principato di Otranto. Comincia così una serie di inseguimenti di coppiette innamorate e uccisioni casuali (del tipo: <<Oh, eri tu? Scusa, non mi ero accorto di star combattendo contro mia figlia, che sbadato>>) che portano a un finale assurdo: il castello crolla e appare la gigantesca figura dell’antenato crociato tra le rovine mentre San Nicola, dall’alto dei cieli, nomina vero erede il figlio del parroco (San Nicola recentemente paparazzato). Chi si doveva sposare si sposa, i cattivoni vivono male, gli altri no e finisce così. Su dai, diciamolo tutti insieme:

QUESTA TRAMA È

UNAMMERDA

Cioè, è veramente difficile trovare un senso a questo pattume. Mi dispiace dirlo, perché si tratta di un’opera talmente importante da aver dato il via a un intero genere letterario, quello del romanzo gotico, ma questo è veramente troppo! Torniamo a parlare dei punti dolenti del libro che ci attendono dolorosi e numerosi.

FINE SPOILER!

La trama del libro diciamo che non si basa su un concatenarsi logico di eventi ma su colpi di scena a raffica buttati dentro a forza solo per tenere alta la curiosità nel lettore, altrimenti si sarebbe decisamente annoiato (è come puntare solo sugli effetti speciali per un film, perché la sceneggiatura fa schifo, senza saperli fare). La cosa, infatti, volendo semplificare (ma nemmeno troppo) si può riassumere con:

<< Aspettate tutti, io non sono tua madre ma sono… TUO PADRE! (musica molto drammatica)>>, << E io non sono tuo figlio ma… TUA ZIA!(musica drammaticissima)>>, << Eh no, non così in fretta! Infatti io non sono il cane ma… LO SCERIFFO DELLA CITTÀ e ti dichiaro in arresto! (una musica così drammatica che più drammatica non si può)>>.

 E così per pagine e pagine (una sorta di episodio di Scooby Doo in loop). Ma qualcuno potrebbe dire:<< Sì, ok, ci sono tantissimi colpi di scena, ma in un romanzo abbastanza corposo non ci stanno poi tanto male, ravvivano l’azione.>>. Sì, gentile lettore, questo è vero, però peccato che il libro non superi le 100 pagine.

 Inoltre ogni colpo di scena è seguito da intere paginate di dialoghi del tipo:

 <<Oh, mi è successo qualcosa di terribile che nemmeno immagini!>> <<Ommioddio che cosa ti ha turbato così tanto? Parlamene, ti prego!>> <<No, non posso, è qualcosa di veramente tragico!>>                              <<Ma ti prego, sono in ansia, comunicamelo subito!>>                             <<No, sul serio, rimarresti sconvolta…>>                                                            << Su dai, siamo amiche, a me puoi dirlo, sfogati!>>                                       <<E va bene, se proprio vuoi… sappi… sappi… sappi che… è finito il latte! (il dramma proprio)>>.

 Questo misero espediente narrativo per far crescere l’ansia (e il nervoso) del lettore sono lunghi anche pagine e pagine in cui non succede veramente NULLA DI NULLA!

Passiamo poi ai prodigi prodigiosi e ai misteri misteriosi. Una sola domanda: PERCHÉ? Sì, perché è caduto un elmo gigantesco scomparso da una statua? Perché appaiono arti a caso nelle stanze del castello? Perché i dipinti si staccano dalle tele? Perché compare San Nicola? Perché? Come? Non lo sappiamo. Probabilmente il tutto ha a che fare con i Maya e gli alieni (con i templari di sicuro stavolta!), ma non possediamo abbastanza prove. Molti di questi miracoli sono oltretutto fini a sé stessi. Quando, ad esempio, Manfred sa di ste gambe e braccia per il castello, pensate si preoccupi, che cambi le sue azioni in qualche modo, che si redima? Certo che no, nulla di tutto ciò, continua a vivere tranquillo come se non fosse successo nulla. E allora perché inserire un episodio del genere?

Ma ancora, questo romanzo è completamente sconnesso dal punto di vista storico. Non dimentichiamoci che siamo nel 1300. Quando mai, in quell’epoca, le persone si separavano o potevano anche solo pensare lontanamente di fare una cosa del genere? Solo nel 1500 Enrico VIII (1491 d.C.-1547 d.C.) ci ha provato e per farlo ha dovuto fondare una religione tutta sua, figuratevi come il principe di Otranto, duecento anni prima, sarebbe mai potuto arrivare a un passo del genere! Poi, una parte che mi ha fatto morire dal ridere è quella del quadro con il dipinto che si stacca dalla tela. E voi vi chiederete: <<Maccheccè di così divertente in una cosa del genere?>>. Vi devo proprio ricordare come erano fatti i disegni in quell’epoca? (gente disegnata molto bene) Cioè, immaginatevi questo personaggio deforme in 2 dimensioni, con gli occhioni tutti d fuori, che cammina per le stanza del castello come i fantasmini di Pac-Man sullo schermo!

Inoltre i personaggi sono stilizzati in una maniera atroce: Manfred, il cattivo, è veramente cattivone cattivone e malvagio, la giovane fanciulla casta e purissima e i servi, per dire, sono tutti dei tontoloni balbuzienti ma la lista potrebbe essere molto lunga.

Tirando le somme, questo libro fa proprio schifo sia come intreccio sia per la tecnica narrativa. Però la sua influenza è stata grandissima (basti pensare che il “Manfred” è un famoso poema di Byron e Matilda, la figlia del protagonista, sarà il nome dell’eroina del romanzo omonimo di Mary Shelley di cui parlerò) ma adesso non è il tempo di parlare dei tratti generali del romanzo gotico e di quanto sia effettivamente molto bello. Rinvio infatti il tutto a un pezzo che farò tra non troppissimo su un VERO capolavoro del genere, il “Monaco” di Lewis.

Il libro, che mi è stato regalato per cui non so dirvi il prezzo, l’ho letto in un’edizione molto dubbia della “Costa&Nolan” (sembra il nome di una coppia di musicisti di quelli che suonano la fisarmonica nelle balere) di cui non so nulla anche se ce ne sono molte altre edizioni e non avrete troppa difficoltà a trovare questo merdalavoro. Ovviamente, personalmente, vi sconsiglio l’acquisto dell’opera, ma potrebbe piacere ai più masochisti di voi.

Vi ringrazio ancora tantissimo per tutte le visualizzazioni e il vostro supporto! Ovviamente mipiacciate, condividete ma soprattutto COMMENTATE! Ditemi le vostre esperienze con questo libro se ne avete avute, oppure ditemi cosa ne pensate dell’articolo o insultatemi, come vi pare! Dedico questo brano alla mia professoressa di italiano che, l’ultimo giorno della quinta liceo, vedendomi arrivare tutti baldanzoso con il libro sottomano per chiederle una piccola dedica, dopo aver fatto una sofferentissima espressione di dolore, mi scrisse sulla prima pagina “Lo sai, non condivido con te certe scelte culturali, oltranzistiche… Ma ammiro e apprezzo la tua passione…”

La prossima volta invece torniamo nel passato a parlare di due autori abbastanza misteriosi ma pieni di fascino: Luciano ed Apuleio!


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