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venerdì 11 luglio 2014

Articolo a Sorpresa! Tanti auguri, buon anniversario e "La Cicciona" di Guy de Maupassant (per non parlare dell'esame...)

E... sorpresa! Non ve l'aspettavate? Nemmeno io! In realtà l'articolo di oggi a caso non è poi così tanto a caso (bhè, un po' sì) ma, in realtà lo pubblico per un'occasione... speciale! Infatti questa non è una semplice chiaccherata come sempre ma un vero e proprio regalo di compleanno che la persona interessata, forse (spero), non aveva previsto.

Tutto nacque quando, per gioco, portai a questa persona dalla Fiera del Libro di Torino un libretto intitolato "La Cicciona", un breve racconto di Guy De Maupassant (1850-1893) edito dalla casa editrice "Editori Indipendenti". Questa volta l'articolo sarà MOLTO particolare. Infatti non solo lo sto scrivendo di getto ma... non avrò nemmeno modo di ricontrollarlo più di tanto e, quindi, sarà anche PIENO di orrori grammaticali e quant'altro. Inoltre ci sono vari fattori che potranno giustificare un tale scempio di accuratezza e questi sono, nell'ordine: 1) non ho il libro con me e non posso ricontrollare dettagli vari pur avendolo letto un mesetto fa 2) lo sto scrivendo la sera per il mattino dopo, quindi manca poco poco tempo 3) oggi non è stata una giornata impegnativa, DI PIÙ (la storia dell'esame non era finta, tutt'altro! E anzi, anche se l'ho passato, se volete andarvi a vedere un breve riassunto di come sia andata digitate pure su google "big black dildo penetrates young boys' ass") 4) non conosco bene l'autore (e, quindi, è come dire che non lo conosco affatto) 5) non ho mai approfondito più di tanto la corrente che stiamo per affrontare, ovvero il realismo di fine 1800 (anche se non è che non so un cazzo, eh...). E, quindi, se anche con queste magnifiche premesse avrete voglia di mettervi a leggere, bhè... tanto di cappello! Per chi capitasse qui per la prima volta (sì, dispiace anche a me...) non si scandalizzi, non lavoro MAI così, questa è l'eccezione che conferma la regola! Tanto che ci sono vi invito, tutti quanti, ancora una volta, a passare dalla mia pagina facebook a mettere mi piace e controllare le stronzate che posto ogni giorno, sia mai che vi divertano o incuriosiscano ogni tanto!
Ed ecco il nostro Guy de Maupassant di cui so solo il nome e le date di nascita e di morte perchè beceramente copiate da Wikipedia come se non ci fosse un domani


Il racconto è veramente facile e scorrevole nonchè corto in una maniera quasi imbarazzante (cazzo Guy, potevi impegnarti un po' di più, no?) e, quindi, se lo trovate vi consiglio di acquistarlo immediatamente, ne rimarrete soddisfatti! Tuttavia non posso nemmeno pretendere che voi tutti compriate qualcosa che vi può intrattenere solo per un pomeriggio scarso, è più che comprensibile. Ed ecco che, quindi, a tal proposito, ho deciso di raccontarvi la trama per sommi capi con tanto di finale: ovviamente il mio modo di esprimermi non è nemmeno minimamente comparabile con quello dell'autore originario che è un genio della letteratura mondiale. Quindi anche se decideste di leggere qua quel che accade nell'opera... non rimarrete affatto delusi dalla lucida e toccante penna di uno dei più grandi autori della letteratura mondale se mai trovaste questo libro tra gli scaffali della vostra libreria di fiducia: a voi la scelta!


La traduzione del titolo originale francese, sarebbe in realtà, "La Palletta di Sego" a indicare l'aspetto (e l'atteggiamento) esagerato di questa prostituta di una pacifica cittadina francese invasa dai soldati prussiani: la Cicciona, appunto (chiamo ogni personaggio con il loro tratto distintivo non potendo consultare il loro nome). Ed è appunto, come accennato prima, in una sera d'inverno qualunque del 1800 (non ricordo il periodo preciso) che le truppe prussiane occupano una cittadina (maledizione non ricordo quale) francese non troppo lontana dal confine (maledizione, come cazzo mi chiamavo...?). I cittadini, loro malgrado, sono costretti a convivere con gli invasori e devono subire anche le loro prepotenze senza poter fiatare. In tutto questo 10 persone chiedono alle autorità militari prussiane di poter fare un piccolo viaggio di due giorni verso una cittadina non troppo distante per svariati motivi loro. Abbiamo, nel gruppo, 3 famiglie di Nobili-Borghesi, un Rivoluzionario Democratico, due Suore e la nostra Cicciona, prostituta di professione. Tutti i personaggi di questa buffa compagnia sono caratterizzati in ogni loro aspetto, fisico e morale, in maniera caricaturale mettendo in evidenza i difetti, sia fisici sia morali, di ciascuna classe sociale: così i Nobili-Borghesi saranno o grassi e antipatici o magri, grigi, tristi e bigotti, il Rivoluzionario dalla rossa barba appuntita avrà sempre in bocca belle parole di pace e fratellanza ma non perde occasione per lodarsi, le Suore eccessivamente consumate se ne staranno sempre sulle loro e non parleranno se non per criticare i comportamenti inadeguati alla morale di qualche malcapitato e la prostituta Cicciona, così espansiva fisicamente, lo sarà anche moralmente e sentimentalmente, pronta a far esplodere i suoi pensieri in faccia alla gente (e presto capirete quello che intendo). Tutte le classi sociali sono messe alla berlina, tutte sono dileggiate, tutte ridicolizzate: bersaglio della satira non sono le classificazioni sociali in sè ma l'umanità tutta, così imperfetta ma, allo stesso tempo, così superba. Non vi è, nell'opera, a conti fatti, un solo personaggio positivo e questa è, secondo me, la grande, GRANDISSIMA forza di questo racconto. Ma torniamo a dove eravamo rimasti!

Avevamo lasciato i nostri 10 protagonisti tutti sulla stessa carrozza in viaggio verso questa località a cui tenevano giungere il prima possibile. La strana compagnia partì in piena notte per la campagna ricoperta di neve e ghiacci. Ovviamente tutti, a parte il Rivoluzionario, sono indispettiti e guardano male la Cicciona in quanto, come già detto, è una nota prostituta. Il viaggio, però, si rivela più difficoltoso del previsto e il mezzo di trasporto procede a rilento e con grandi sforzi: così la compagnia, che sperava di arrivare presto al paese che si doveva trovare in mezzo per poter metter qualcosa sotto i denti, si ritrova a bocca asciutta. Vi è mai capitato tipo di partire in mezzo alla notte e di sentire, nello stomaco, quel vuoto cosmico quasi doloroso che, come un buco nero, cerca di divorare le vostre stesse budella? Quella fame atavica tanto che vi stronca che quasi non riuscite a muovervi? Bene, questo è quello che provavano tutti quando videro un evento straordinario svolgersi davanti a loro: la Cicciona, come se nulla fosse, sfilò via un cesto pieno zeppo di cibi succulenti da ogni tipo da sotto al suo sedile. La prostituta, dopo aver condiviso parte del suo cibo con le Suore, iniziò a rimpinzarsi come se nulla fosse. Tutti, dopo aver fatto un'espressione simile a quella del gatto con gli stivali nel secondo film di Shrek (evito di mettervi l'immagine, la conoscete, dai!), abbassarono la testa e chiesero umilmente un po' di cibo che la Cicciona, per nulla scandalizzata, subito condivise: e fu così che una povera prostituta, nell'arco di poche ore, divenne l'anima del gruppo e subito strinse amicizia con tutti quanti, Nobili compresi (a quanto può arrivare l'ipocrisia umana!). Dopo qualche ora di felici chiacchere la carrozza arrivò, finalmente, al paese di mezzo prima della loro destinazione finale. Ed è qui, che dopo un così piacevole viaggio, iniziarono ad arrivare le prime grane: infatti il generale Prussiano che faceva la posta non voleva assolutamente farli proseguire. Mentre i 10 alloggiavano nella taverna dove anche costui risiedeva cercarono di convincerlo in ogni modo, ma niente, non si riusciva ad avere il suo ok! Un sera, finalmente, dopo cena, fece chiamare nella sua camera la Cicciona che, dopo non troppo tempo, tornò in lacrime dall'incazzatura. Tutti le chiesero che cosa non andasse, se avesse scoperto qualcosa, ma NULLA, la prostituta non volle parlare anche se, dopo non troppo tempo, il motivo di tanto disagio fu chiaro: il generale Prussiano non li avrebbe fatti andar via finchè la Cicciona, che strenuamente resisteva trattandosi di un nemico di guerra, non si fosse concessa a lui. Se all'inizio tutti ammirarono il suo comportamento valoroso poco dopo il sentimento si trasformò dapprima in risentimento per poi sfociare in odio. Tutti e 9, dalle Suore al Rivoluzionario, biasimavano la troppa testardaggine della Cicciona che si infuriava, dando in estreme manifestazioni di escandescenza, ogni volta che la stessa scena della chiamata si ripeteva ogni sera. Anche lo stesso Rivoluzionario la odiava, se non con maggior impeto degli altri: infatti la nostra eroina si era rifiutata di concedersi a lui dal momento che si trovavano in uno stato di guerra e la sua stanza si trovava proprio accanto a quella dell'ufficiale Prussiano (che smacco per il giovane troppo convinto del suo fascino da ribelle). Alla fine, dopo numerosi discorsi su nobili eroine che si erano sacrificate ed imprecazioni, la Cicciona fu costretta a concedersi e, mentre l'atto si stava consumando tristemente, tutti festeggiarono come se non ci fosse un domani bevendo più del dovuto, sbeffeggiando l'assente e, infine, imitandola ciascuno nelle proprie camere da letto con la propria consorte. Il mattino dopo, al momento della tanta agognata partenza, nessuno le rivolse la parola nemmeno per un saluto, considerandola "sporca" per quel che aveva fatto la sera precedente. Il racconto si chiude con una delle scene più commoventi per come la crudeltà degli uomini è messa in risalto: si presenta, infatti, una situazione molto simile a quella dell'andata ma al rovescio; tutti hanno qualcosa da mangiare per il viaggio tranne la Cicciona che, piangendo, guarda gli altri rimpinzarsi alla faccia sua senza offrirle niente. Tristi? No? Siete delle persone orribili!

Questo racconto appartiene al genere del realismo, una corrente che soprattutto nella seconda metà del 1800 si radicò con successo. Non si volevano raccontare banali avvenimenti di tutti i giorni ma l'intento era di mettere in risalto le reazioni dei personaggi. Nessuno può dire che quello de "La Cicciona" sia un racconto REALISTICO in senso stretto ma, per via della precisione con cui sono raffigurate le relazioni tra i vari personaggi, è REALISTA. Quindi, stando a questa definizione, anche un racconto fantasy può essere realista in quanto il fulcro di tutto non è la vicenda in sè. D'altra parte quelli sono anche anni in cui si sviluppa un nuovo approccio alla scienza tutto basato sull'osservazione e in cui si crede che tutto possa essere analizzato, anche l'uomo e le sue emozioni: era la nascita della sociologia, della psicologia e, più avanti, della psicanalisi resa famosa grazie alla figura di Freud.


E quindi, per stavolta è tutto. So che non è il miglior pezzo mai scritto (alla fine è quasi tutto un gigantesco riassunto) ma i tratti fondamentali li sapete, non c'è da perdersi troppo in dettagli inutili, siamo sinceri! Il vero motivo di queste righe è per fare non solo tanti auguri per i 19 anni di una persona a me cara (LA più cara) ma, anche, per ricordare un avvenimento che cambiò le nostre vite ormai più di 3 anni e un mese fa (che cos'è? Mha, chissà...)!Spero ti sia piaciuto questo "biglietto di auguri" (inteso in ogni senso) e ti lascio con questa canzone secondo me... significativa! Per tutti gli altri buona estate e, per chi mi segue su facebook, ci vediamo ogni giorno per curiosità sempre nuove, dipinti mozzafiato e altre amenità!



sabato 14 giugno 2014

Il senso della vita per Voltaire e gli illuministi: le risate dei giganti di "Micromegas"

E rieccoci, ancora una volta, a un altro appuntamento settimanale! Ho seguito, come promesso, i vostri suggerimenti e ho deciso di parlarvi di un autore a me molto caro per varie ragioni: Françoise-Marie Arouet conosciuto, più comunemente, come Voltaire (che in effetti è molto più semplice e comodo da pronunciare).
Mi fa troppo morire come, in ogni quadro, l'abbiano ritratto sempre sorridente!
Ho letto diverse sue opere e mi sono in particolar modo innamorato del suo "Candido" che, ancora oggi, considero uno dei migliori libri che io abbia mai letto (e chi mi conosce sa del valore di questo mio giudizio). Ma non è solo questo il motivo per cui sono particolarmente legato a quest'autore e alle sue opere. Presi infatti in mano il volume (all'epoca ingenuamente acquistato della Newton-Compton, mi mangio ancora le mani! Mi tocca ricomprarmelo in un'edizione più cazzuta!) che conteneva i suoi romanzi filosofici (che alla fine sono le opere che trovate ovunque senza problemi anche nelle peggiori Feltrinelli di paese) nell'estate tra la terza e la quarta liceo che fu, per me, veramente illuminante: infatti fu in quei mesi estivi che, veramente, iniziò la mia formazione letteraria piena e cosciente. Mi ricordo che, dopo aver approfondito in modo autonomo la titanomachia nella "Teogonia" di Esiodo (avevo disperatamente bisogno di un voto alto in Greco e mi divertivo pure) ed aver conosciuto "L'Asino d'Oro" di Apuleio mi ero dato alla lettura di Ovidio ("Metamorfosi"), Goethe ("I Dolori del Giovane Werther"), Brecht ("Galileo"), Milton ("Paradiso Perduto"), Lewis ("Il Monaco") e, appunto, Voltaire con "Candido", "Micromegas" e "L'Ingenuo". Era un mondo, quello delle lettere e dei classici, che avevo appena sfiorato con il "Faust" di Goethe che, a Pasqua, avevo spazzolato in un paio di settimane: avevo inteso la potenza dei libri e dei classici che, per luogo comune e ignoranza principalmente, sono considerati noiosi dai più. Ed è questo che io voglio cercare di portarvi: il mio amore, la mia passione e sì, ILLUMINAZIONE, nei confronti di certe opere. E non vi sorprenda il fatto che sia avvenuto tutto così poco tempo fa (in fondo sono passate sole tre-quattro estati, nulla di più): sacrificando tempo alla scuola e allo studio ufficiale (scelta questa che, però, sappiate che se decidete di intraprendere richiederà dei sacrifici in termini di risultati ma non di soddisfazioni personali che saranno sempre grandissime) mi sono fiondato su opere accennate o solo parzialmente (e comprensibilmente data la mole di argomenti che i prof devono affrontare) incontrate con la morbosa voglia di saperne di più, con una forte e vivida sete di conoscenza che ancora è ben lontana dallo spegnersi! Infatti, per quanto vi possa sembrare che abbia letto tanto, questo non è NULLA in confronto a quello che ancora mi aspetta tra gli scaffali di librerie e biblioteche! Quindi scusate questa lunga premessa ma era per farvi capire il mio valore affettivo con l'opera di cui parliamo oggi che non è, però, il "Candido" perchè meriterebbe un discorso a parte nella rubrica di viaggio ma, bensì, "Micromegas", un'operetta se vogliamo minore ma, non di meno, pregnante e importantissima nel quadro della cultura illuminista che prima vi introdurrò!

Dunque, che cos'è l'illuminismo (che non ha nulla a che fare con gli illuminati della ka$ta anche se è in quel periodo che nasce in effetti), quando nasce ma, soprattutto, perchè? Siamo circa all'inizio del 1700 che, come ben potete immaginare, è quel secolo che viene dopo il 1600. Questo periodo è stato, con il Barocco (che è un movimento artistico-letterario), un vero tripudio di cattivo gusto eccessivo (anche senza PSY e Snoop Dog, pensate un po' !). Andava di moda, infatti, accumulare in modo esagerato elementi già di per sè eccessivi per stupire, fino alla nausea, i ricchi ospiti nelle corti dei sovrani che regnavano tra lussi e agi mentre fuori, sui campi di battaglia, gli eserciti si ammazzavano tranquillamente in alcune delle guerre più sanguinose che l'Europa abbia mai conosciuto.
ci sarebbe stata bene qualche statuetta in più ancora, così è tutto troppo spoglio!
Nascevano così stramberie in ogni ambito, da quello musicale (esisteva un organo che funzionava a gattini) a quello figurativo (cascate d'oro nelle chiese come se non ci fosse un domani) e letterario (Giambattista Marino, uno dei più grandi autori dell'epoca, compose poesie su tutto, perfino sui pidocchi!).
ne voglio troppo uno pure io!
Era il cuore a condurre le persone, non la ragione, e le portava a fare le cose più esagerate ed eccessive per questo gusto del sovrabbondante e dell'esagerato che regnava sovrano su tutti (che poi, non è che il barocco faccia tutto schifo, anzi, ha un suo perchè legato all'epoca di cui poi vi parlerò, ma quando il troppo stroppia...). Però, ad un certo punto, come succede ogni volta, la gente iniziò a rompersi i coglioni di tutti questi eccessi (sì, l'espressione non è proprio fine, ma, vedendo dove poi portò questa corrente di pensiero, diciamo che è pienamente giustificata). Ma attenzione, a rompersi i coglioni non è che furono proprio tutti tutti: i regnanti, infatti, si trovavano benissimo e con loro tutti quei nobili che, in Francia, si trasferirono piano piano nel nuovo palazzo di Versailles fatto ampliare da Luigi XIV (che di certo non alzò neppure mezzo mattone ma di sicuro ebbe l'idea. Forse. Non ne sono nemmeno certo).

Chi si era VERAMENTE rotto i coglioni era una classe di cittadini: i borghesi (i poveri contadini non contano, loro erano stufi di tutto a priori e pure giustamente) che, in quanto ceto ricco, erano anche quelli più acculturati perchè potevano permettersi un'educazione della madonna (la poesia in queste righe). Si erano inizialmente arrabbiati perchè, anche se ricchissimi, i nobili non se li cagavano minimamente e non erano molto considerati in politica. Iniziarono quindi, allontanandosi sempre di più dalla corte, a pensare con la loro testa e a riunirsi tra di loro... al bar. Sì, proprio al bar, perchè un tempo non era esattamente il posto in cui si trovavano gli anziani del paese per bere il loro bianchino ma delle case da thé o caffè che servivano queste bevande importate da paesi lontani a prezzi anche non proprio modici. E così i borghesi e filosofi del tempo trascorrevano lì le loro giornate a drogarsi di bevande eccitanti (si dice che Voltaire sia arrivato a farsi 50 caffe in un giorno, se non è droga questa!) e parlando delle loro teorie che, presto, in questi contesti liberi e privi di uomini di chiesa, divennero a dir poco rivoluzionarie per l'epoca (chi vuole intendere intenda).
dovevi solo stare attento che il parruccone non ti finisse nella tazzina del vicino
Infatti se fino a quel momento si era ascoltato solo il cuore si iniziò, da quel momento, a dar ascolto al cervellino (cosa che anche voi, se vi sforzate, potete fare) in maniera quasi fin troppo eccessiva: la razionalità aveva preso il controllo totale sui sentimenti, il cervello aveva vinto il cuore. Gli uomini iniziarono a guardare ai tempi passati, e in particolare al medioevo, come epoche buie, oscure e barbare in cui vigeva come unica legge sopra le altre la superstizione e il fanatismo religioso. Ed è proprio contro qualunque forma di religiosità specifica che si scagliarono con tanta forza: la pretesa che tutto fosse modellato a figura e immagine dell'uomo da un Dio supremo e che l'essere umano fosse la creatura suprema in natura venne totalmente rigettata e irrisa da tutti i filosofi di quel periodo (e questa, che a noi può sembrare una banalità, era una novità pazzesca perchè anche lo stesso re pensava di essere stato scelto da Dio). Preferita era, invece, una nuova forma di culto: il teismo (che non cambia se lo volete alla pesca o al limone). In pratica il ragionamento era che sì, c'era un essere divino che stava sopra gli altri e tutto quanto, però era una follia pretendere di cercare di capire se fosse quello di Gesù, della Bibbia, di Maometto, di Budda, di Cthulu o di chiunque altro. Anzi, le differenze religiose portavano solo a morte e guerre ed erano inutili dato che tutti, teoricamente, avremmo potuto unirci insieme in un'unica grande preghiera universale per adorare un Dio comune.

Per esprimere le loro idee rivoluzionarie e anticonvenzionali, critiche nei confronti della religione e dell'ipocrisia degli uomini, molti (ma non tutti) decisero di adottare un metodo nuovo: non composero più lunghi e interminabili mattoni noiosissimi ma si dedicarono, al contrario, a opere leggere e divertenti che, sotto un alone di giocosità solo apparente, nascondevano feroci e pesanti critiche alla società e all'insieme di valori poco etici dei loro contemporanei: era la satira filosofica tipica del 1700. Le forme in cui questi scritti si presentano sono tante e varie: racconti filosofici, romanzi erotici, commedie di teatro, satire e addirittura poemi cavallereschi. Ma ci fu un solo uomo che, nell'arco della sua lunga vita, riuscì a comporre almeno un'opera mirabile in ciascuno di questi stili: Voltaire (1694-1778). Egli, dato il periodo di attività, si può considerare quasi come il primo degli illuministi e viene, infatti, considerato di una generazione più vecchia ma, non per questo, o forse proprio per questo, molti pensatori successivi come, ad esempio Diderot e Swift, lo consideravano uno dei più grandi autori mai esistiti sulla faccia della terra (e parliamoci chiaro, di certo lo è). Qualunque cosa egli scrivesse, romanzo saggio o poema che fosse, affrontava le cose con una lucidità e un senso dello humour disarmante in grado di intimidire chiunque, anche ai giorni nostri. Ricordo ancora come, leggendo le prime pagine del "Candido", rimasi letteralmente a bocca aperta: mi immaginavo una roba pallosissima e piena di cose filosofiche difficilissime che non avrei capito e, invece, MERAVIGLIA! Mi si palesava un universo di ironia mista a temi profondi che mi fece impallidire e amare, fin dal primo momento, quest'autore. Attenzione però, non è che intendo fare un elogio totale dell'autore anche perchè certe opere come "L'Uomo dai Tre Scudi" sono dei veri e propri merdalavori ma, in linea di massima, mi sono sempre trovato benissimo con i suoi libri. <<Sì, ma questo "Micromegas" arriva o no?>> C'avete ragione pure voi, vediamo subito (si fa per dire) insieme quest'opera!

Il raccontino è veramente breve (tipo 20 pagine nella mia edizione) ma, allo stesso tempo, è tra i migliori e più famosi mai prodotti dall'autore e, una volta conosciuti i nostri protagonisti, capirete il perchè. Nello spazio più profondo (sì, avete capito bene) un giorno un abitante di Sirio che aveva viaggiato per millenni incontrò un abitante di Saturno (giuro è sul serio così!). Dopo un breve dialogo in cui discorrono di quanti sensi abbiano, di quante migliaia di anni abbiano passato alla ricerca improduttiva del senso della vita (e qua non pensare a "Il Senso della Vita" di Moty Python è impossibile e, per questo, l'ho voluto mettere come "sigla" all'opera) e di quanti posti, ai confini dell'universo, abbiano visitato decidono di recarsi sulla Terra. Una volta arrivati i due giganteschi alieni pensano che il pianeta sia deserto perchè le loro dimensioni colossali non permettono loro di vedere nessuno degli esseri che vi abitano. Stanno dunque per andarsene delusi quando, per caso, vedono qualcosa agitarsi nelle acque del nord: si tratta di una piccola nave con a bordo un'equipe di studiosi e ricercatori che i due giganti riescono a scorgere solo grazie a un microscopio. Iniziano quindi una serie di dialoghi in cui vengono messe a confronto le ideologie di alcuni grandi filosofi (che però non è necessario conoscere fin da prima, io stesso quando leggevo non sapevo a chi si stessero riferendo) messe a confronto con l'ideologia illuminista dei giganti. Questi ridono di qualunque filosofia ideata dall'uomo dall'alto della loro sapienza ed esperienza che, seppur enormemente superiore rispetto a quella degli esseri umani, non li ha portati da nessuna parte. L'apice poi viene raggiunta quando un religioso esprime le idee di quel simpaticone medievale di S. Tommaso d'Aquino secondo cui tutto è stato fatto da Dio per, e solo per, l'uomo in quanto creature perfetta. Dopo aver abbondantemente riso di questa pretesa umana i due alieni lasciano ai filosofi un libro contenente il "Senso della Vita". Tale volume non venne aperto per anni finchè qualcuno si decise e, fattosi coraggio, lo sfogliò per la prima volta. Curiosi anche voi di sapere cosa vi fosse dentro? No eh? Vabbè, ve lo dico lo stesso: le sue pagine erano tutte, dalla prima all'ultima, bianche e immacolate!
Guarda che bravo che vi faccio pure i meme apposta!

Quindi, vediamo di capire che cosa voleva dirci l'autore (anche se, sinceramente, mi sembra abbastanza chiaro di per sè). Niente è fisso e conoscibile alla perfezione nè da essere superiori nè, tantomeno, dall'uomo, piccolo e limitato com'è: tutte le varie teorie filosofiche sono confutabili e nessuna, per quanto si sforzi, creerà mai un modello di come va il mondo perfetto e inconfutabile. Stesso discorso vale per le varie teorie religiose e soprattutto per quelle che, come il cristianesimo, pensano che tutto sia stato fatto da un Dio ben definito nei confronti dell'uomo, creatura suprema universale. Ogni nostra pretesa di essere arrivati a una verità suprema, a un valore fisso dal punto di vista morale o pratico, è non solo sbagliata ma anche pericolosa perchè blocca qualunque tipo di ricerca ulteriore della verità. Questo senso di scoperta filosofica e scientifica è tipico di tutti gli illuministi che sono riusciti in tutti i settori a dare un grandissimo contributo al nostro sapere attuale.

E quindi, questo era "Micromegas"! Sì, so che la parte riguardante l'opera in sè è molto corta ma, alla fine, non è che ci fosse molto da dire, è un libretto che va letto per essere gustato appieno e posso confermare che anche chi non si intende per nulla di filosofia lo può apprezzare tranquillamente perchè è scritto talmente bene che nemmeno vi accorgerete di averlo finito (anche perchè sono circa 20 pagine). Se proprio avete paura di non capirci nulla prendete una bella edizione che, o nelle note o nell'introduzione, vi spiegherà tutto quel che vi serve!


Inoltre, come ho detto, Voltaire ha scritto di tutto e anche opere minori che nessuno si caga. Questo mi dà lo spunto per iniziare una nuova collana in cui vi parlo di lavori minori di grandi autori e che nessuno, in linea di massima, conosce! Ma, prima di tornare a parlare del nostro Voltaire, volevo la prossima volta parlare di cinema e letteratura analizzando un film e la sua controparte storico-letteraria: il "300" di Miller! Per il momento, però, vi lascio con una piccola canzoncina (che, anche se non in qualità perfetta, ho trovato anche con i sottotili in italiano per i non anglofoni) tratta dal film "Il Senso della Vita" dei Monty Python (lo stesso di cui vi ho messo la sigla iniziale prima) e a cui, prima o poi, non posso non dedicare un articolo! In quest'articolo per parlarvi del mio vissuto la forma scritta mi è stata sinceramente stretta per l'impossibilità di non potervi rendere partecipi delle mie emozioni ma diciamo che, in tal senso (non quello delle emozioni ma quello della multimedialità) ci sto lavorando, piano piano. Buon weekend!


sabato 11 gennaio 2014

Collana i "merdalavori", ep.I: l' "Anti-Justine" di Restif de la Bretonne


!!ATTENZIONE!!
QUEST?ARTICOLO NON E' PIU' VALIDO E RAPPRESENTATIVO DEL BLOG!
POTETE TROVARE LA VERSIONE AGGIORNATA, RIVEDUTA E CORRETTA
QUI!!

<<Inizialmente mi ero riproposto di scrivere dell’ “Anti-Justine”(1798) di Restif De La Bretonne (1734-1806) solo dopo aver dato l’esame martedì. Ma qualche sera fa, sotto una calda doccia meditativa post karate, ho cominciato a pensare a come mettere giù il pezzo e al libro letto quest’estate. Al che mi è saltata la scintilla d’ira funesta. I libri che compro di solito non sono mai scelti a caso: so di cosa parleranno più o meno o, quantomeno, già conosco l’autore anche se non ho mai letto nulla di suo. Poche le volte in cui mi sono lanciato nel vuoto non sapendo nulla. Raramente quindi mi capita di imbattermi in veri obbrobri, come questo, che non riesco nemmeno a finire. E, per rientrare nella categoria, bisogna non solo che sia scritto male, ma anche che non mi trasmetta o dica nulla e che i temi trattati siano praticamente inesistenti. E così è stato per questo libro. Il mio fine parere critico sull’opera?

UNAMMERDA!!!

Partiamo dalla complicatissima trama: c’è un tipo dalla sfilza di nomi impronunciabili che si scopa qualunque essere di sesso anche ignoto che passi dalle sue parti. E quando dico qualunque, intendo veramente QUALUNQUE! Fine. Cioè veramente questo nobile francese, fin da bambino, salta addosso alle sorelle, alla madre e a tutto ciò che ha un buco: più che una famiglia sembra un bordello (e non sto scherzando)! Prendiamo la “Justine” della volta scorsa: trama poverissima (va di qua, stuprata, si sposta di là, stuprata, si risposta da un’altra parte e così via) ma c’è uno schema generale su cui poi incastrare le scene di sesso. Qui no. No assolutamente. I fatti che si susseguono non sono nient’altro che un susseguirsi  quasi convulso di scopate su scopate a cazzo (letteralmente). Non mi credete? Pensate siano esagerazioni? Allora vi riporto il titolo di qualche capitolo così, giusto per farvi un’idea! E subito incontriamo “Il Bambino che Già Rizza”, titolo che ci lascia quantomeno perplessi e poi, capitolo terzo “La Madre Fottuta”, in cui si inizia a intuire l’andazzo dell’opera per passare al dodicesimo  “Il Più Delizioso Degli Incesti”, e chiudiamo questa magnifica raccolta in bellezza con: “Consigli di un Padre Mentre Sta Chiavando la Figlia”. Oh, ma che titoli profondi e ricchi di struggente significato! Inoltre, magari (e dico magari eh, senza troppe pretese), un qualche sprovveduto lettore vorrebbe anche cercare di capire chi sono i personaggi o anche solo intuire il loro grado di parentela, tipo, ma giusto così per dire,  ma no, non chiamiamo in modo normale questi nobili francesi, sarebbe fin troppo semplice, diamogli invece mille mila doppi nomi che  mutano ogni volta che si sposano, così uno non capisce nemmeno da che parte è girato. E le cose sono difficili non perché siamo noi a essere scemi, per carità, ma, per stessa ammissione del traduttore, in una delle note, ci vien detto che non solo i nomi sono ininfluenti in un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia in più punti: nemmeno degli errori di stampa, ecchecazzo! Nemmeno lui sapeva cosa stava scrivendo! Solo a parlarne mi sento bollire il sangue! Ma parliamo della cosa principale: la visione della sessualità per il nostro caro Restif che, a mio parere, è giusto un pochino confusa. Passiamo quindi a:

La Sessualità Secondo Restif De La Bretonne

·       Gli organi sessuali maschili. Il mondo, si sa, è bello perché vario. Ma non tutti la pensano così. Secondo il nostro autore infatti esistono dei tipi ben precisi di peni e questi si ripetono all’infinito, come se fossero fatti in fabbrica o avessero un carattere predeterminato. Abbiamo: peni piccoli mal funzionanti, peni grandi che fanno il loro mestiere, peni giganti che sono troppo abbondanti per entrare in qualunque orifizio e peni giganti che invece si incastrano alla perfezione. Ora. Quando? Quando? QUANDO, CAZZO?? Non funziona così, mi dispiace Restif, ma ce ne possono essere di tutte le taglie e misure, funzionanti e non, e, per fortuna, ci sono anche delle sane vie di mezzo, gli estremi sono contemplati ma qua sono ingigantiti. Giusto qualche sporadica eccezione la troviamo tra le pagine, ma per il resto le categorie sono queste: ma si può?

·       Sperma. Questo termine, ancora tabù per molti, nell’opera non è solamente del banalissimo liquido seminale che serve a sfornare bambini, ma un abbondante condimento (e sappiamo bene di che pasto), come che ne so, l’olio o l’aceto, se non addirittura una zuppa tipica dei paesi nordici, di quelle belle calde da servire nelle gelate serate invernali. Anche qui: esagero? Direi di no, se una delle protagoniste (credo, almeno) tutte le mattine va dal promesso sposo a farsi una scorpacciata di bianco liquame per colazione. D’altra parte, come soddisfarlo altrimenti? È talmente iperdotato che la spaccherebbe a metà! Ma per favore, su dai!

·       La quantità e la frequenza. Come tutti noi ometti sappiamo ci sono dei tempi di recupero tra un’ eiaculazione e l’altra e non possiamo pretendere che, dopo averci dato dentro 3 volte in un pomeriggio, alla quarta esca una fontana tale da ricoprire una persona intera. Inutile dire che qui no, nulla di tutto questo accade! I tempi di recupero tra un’erezione e l’altra sono ridicolamente inesistenti e il ciclo rigenerativo dello sperma infinito e super veloce: basta aspettare due minuti e i testicoli sono già lì che tirano, come le mammelle delle mucche di primo mattino. Io non ti ho conosciuto, caro Restif, ma di sicuro il tuo corpo non funzionava così, no no.

·       La morale. Ciascuno ha i propri limiti, le cose che non farebbe mai nemmeno sotto tortura e che rimangono sepolte in zone inesplorate della nostra mente . Anche i più libertini e sregolati tra di noi a un certo punto, anche se non se ne rendono conto, sono costretti a fermarsi o, quantomeno, a pensare a quello che stanno facendo. Qui no, tutte le azioni meno corrette per la morale sono PAF!, spiattellate sulla pagina, come un toast imburrato che cade per terra, con una velocità assurda e senza il minimo ripensamento da parte dei protagonisti. È una cosa pazzesca come nessuno abbia nemmeno un briciolo di freni inibitori! Ma nemmeno in un cartone animato si ha una leggerezza nel vivere del genere! Mi riferisco soprattutto agli incesti, ma  non solo! Ci sono dei brani, anche abbastanza frequenti, come quello già citato della colazione proteica, in cui la realtà viene appallottolata come un foglio di carta e buttata nel caminetto.

·       La realtà delle cose. La società che viene descritta è completamente sballata. Cioè, non soltanto dal punto di vista prettamente delle pratiche sessuali, di cui ho appena parlato nel punto sopra, ma anche del modo in cui ci si comporta. I mariti, per farvi un esempio molto semplice, non sono scelti dal padre della sposa per la condizione sociale o il reddito ma, ovviamente, e come dargli torto d’altra parte, in base alla grossezza del pene. Ma quando? Dove? E soprattutto: perché? Ma non solo, può capitare pure che un uomo non riesca a soddisfare la moglie per via delle sue dimensioni o perché non gli si rizza. E allora cosa fa? Chiede a un amico o, ancora meglio, a un perfetto sconosciuto, di riempirla al posto suo! E magari si fermasse qui la cosa, no, si deve pure sdraiare accanto alla coppia che scopa! Ma vi pare? E poi come non parlare di chi fa prostituire la moglie solo per vedersela scopata da dei cazzi talmente grossi che finiscono per uccidere la poveretta?


<<Ma come, scusa, queste cose ci sono pure in De Sade eppure lui ti piace, di che ti lamenti che sei pure tu un pervertito?>> potrebbe chiedere qualcuno tra i più simpatici tra voi. Ma il problema qui sta nel fatto che il nostro Restif de la Bretonne non perde tempo a dare una giustificazione della sua filosofia, no, lui è troppo figo, non ne ha bisogno! Mica come quello sfigato di De Sade che si è scritto pagine e pagine di teorie filosofiche scervellandosi per trovare una giustificazione allo stupro e all’omicidio e a tutte le perversioni che abbondano nelle sue opere. Restif scrive quest’obbrobrio per stupire, per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale, che ci si può divertire anche con delle semplici scarpette (infatti il termine “retifismo” viene da lui, ovvero il feticismo per le calzature), per far capire che chiunque può scrivere porcate, mica ci vuole De Sade! Peccato che oltre all’invidia, dietro a quest’opera, non ci sia praticamente nient’altro.


Ah già, ma perché il nome di “Anti-Justine”? Questo titolo, frutto dello sfacciato desiderio di opporsi al marchese rivale, sottintende l’unico abbozzo (aborto) di teoria sessuale: nel sesso bisogna godere entrambi, mica farsi male con mille torture come avviene nella “Jusine”. Tutto qua. Fine. Questo il complicatissimo concetto alla base dell’opera oltretutto non corretto perché non tiene conto della componente perversa degli atti sessuali.


Dunque tiriamo le somme: un’opera nata dall’invidia per il capolavoro del rivale che risulta essere una gran bella merda senza trama, senza motivazioni ma anzi, avulsa da qualunque realtà e normalità di pensiero e azione.


L’edizione in cui ho trovato questo merdalavoro è quella in ogni caso ottima e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio vivamente l’acquisto perché non fa nemmeno sorridere che dici: <<La compro per farmici due risate.>> NO! Fa, solo schifo, nemmeno lontanamente farà comparire una smorfia sul vostro volto se non di disgusto.


Spero che il pezzo vi sia piaciuto! Scusate la volgarità sia per questo brano che per quello scorso ma, visto l’argomento, potevo forse trattenermi? Non vorrei che però questo mio modo di esprimermi lasciasse intendere una leggerezza di contenuti o un modo superficiale di affrontare le cose: solo voglio far capire  tutti in breve quello che ci ho messo mesi e mesi a rielaborare! Inoltre vorrei ricordarvi pure che queste sono miei personali punti di vista, non verità assolute scese in terra. Oltretutto non condanno in toto l'autore ma solo il libro dato che ha scritto anche opere più interessanti e degne. Ovviamente lasciate un commento o scrivetemi per qualunque cosa legata o meno all’argomento trattato, non fatevi scrupoli, sarò felice di seguirvi ciascuno! Dedico questo brano al comitato “Peni Che Non si Riconoscono Nelle Opere Di Restif De La Bretonne” che combatte da diversi anni contro quest’opera e a cui pure il mio aderisce ormai da tempo.


Con il prossimo appuntamento cambiamo radicalmente genere ma non stile! Aspettatevi un’opera stravolgente da un autore che non vi saresti aspettati su un blog come questo! Ciao!>>

lunedì 6 gennaio 2014

La "Justine" di De Sade: un vero modello?

ATTENZIONE!!!!
QUEST'ARTICOLO è VECCHIO E NON PIU' RAPPRESENTATIVO DEL BLOG. NE è USCITA UNA VERSIONE RIVISTA E CORRETTA CHE TROVATE QUI!
BUONA LETTURA

<<Salve, e benvenuti a tutti quanti! Dopo esserci occupati la scorsa volta delle favole, ecco che stavolta ci addentriamo in un argomento decisamente più spinto: il romanzo erotico per eccellenza di tutto il 1700 francese, la “Justine”(1791) del divin marchese De Sade (1740-1818). Ma, prima di iniziare, occorre una piccola precisazione: in questo mio pezzo analizzerò prima la trama e l’opera in sé e, in seguito, il contesto generale di quegli anni, di cui molto brevemente avevo già parlato la scorsa volta, per capire perché il nostro autore abbia voluto scrivere una tale opera in questo periodo. Va da sé che, parlando della trama, io debba per forza accennare al finale che in questo caso è fondamentale per capire alcuni aspetti dell’opera. Non è che vi sia chissà qual intreccio narrativo dietro al romanzo, per carità: sarebbe come guardarsi il film porno della Tommasi per gustarsi la trama, anche se posso capire che ad alcuni(?) possa interessare. Quindi, io ve la metto sotto evidenti segnali rossi che anche il più sfacciatamente ritardato di voi potrà riconoscere: non dite che non vi avevo avvisati! Spero non occorra specificare che questa recensione ha dei contenuti non adatti ai minori e, quindi, cari i miei tredicenni arrapati in overdose ormonale, alla larga! (che è come gettare dello zucchero su un formicaio alla fine)>>

SPOILER!!!

(contenti?)

<<Un bel giorno la precoce e provocante Juliette e la sorella Justine, casta e pura, rispettivamente di 15 e 12 anni, si ritrovano orfane e con pochi soldi lasciati in eredità per poter sopravvivere il tempo necessario per trovare un tetto sotto cui dormire (e già queste potrebbero essere le prime scene di un filmino di serie Z). Juliette, la maialona, tenta di convincere Justine a darsi alla prostituzione con lei in qualche casa di piacere, ma la piccola e vergine eroina è scandalizzata (e vorrei ben vedere, ha 12 anni, cazzo) dalle parole della sorella divoratrice di uccelli (A.K.A. pompinara). Così le due decidono di separarsi: l’una pronta a rinunciare a ogni pudore e concetto di virtù, l’altra invece saldamente attaccata alla fede cattolica e al suo imene. La trama prosegue, senza troppo dilungarsi, sulla vita sfrenata di Juliette (meglio analizzata nel meno famoso romanzo omonimo sempre di De Sade) che, dando la fagiana a cani e porci, non solo diventa ricca, ma pure potente, sta cagna! Un giorno durante un viaggio si ferma in una locanda col marito (quello che ce l’aveva più grosso dei tanti esploratori o in ogni caso il più ricco) e assiste a una triste scena: una giovane tutta sporca e con le vesti stracciate è trascinata da delle guardie che la tengono sotto arresto. Mossa a compassione, Juliette si informa sul motivo per cui la sventurata è in manette: assassinio, furto e incendio rispondono gli agenti. Ma la giovvvine cerca di difendersi da tali accuse: incomincia così il lungo racconto delle disavventure di quella che solo alla fine scopriamo essere Justine (NO, ma va? Ma non mi dire!), sballottata a destra e a sinistra per la Francia passando da un pervertito all’altro: ognuno vuole venire nel modo più doloroso per la nostra vittima (non vi eravate mai chiesti il perché si dicesse “sadismo”?). Tutti se ne approfittano dell’ indole pura di Justine: soprattutto chi all’inizio sembrava gentile e disponibile nei suoi confronti, si rivela poi essere un cinico bastardo a cui piace mettere la sua mazza da elefante indiano nel culo alle ragazze (e non solo) riempendole prima di botte. Le classi sociali incontrate dalla sventurata sono le più svariate e includono ogni ceto sociale, nessuno escluso. Anzi, più si è privilegiati, come nobili e ecclesiastici, più i vizi aumentano e più l’orrore della morte si fa vicino. Basti pensare all’abbazia in cui a un certo punto si trova rinchiusa con altre giovani ragazze che, una volta stuprate dai monaci, vengono poi piano piano uccise, sbrindellate e sepolte nel giardino retrostante il convento (Da questi capitoli già si può notare un primo abbozzo della sua opera più famosa, “Le 120 Gionate di Sodoma”). O ancora: a un ricco falsario che vive in un castelletto isolato da tutto e tutti piace far sperimentare il “gioco dell’impiccato”: pare che il piacere provato un attimo prima di morire sia enormemente più potente del normale orgasmo da scopata (un po’ come in “Trainspotting” quando parlano dell’Eroina: “avete presente un orgasmo? Bhè, moltiplicatelo per mille e non ci sarete nemmeno lontanamente vicini! […] Batte qualunque fottuta iniezione di cazzo!”). Qui la nostra protagonista ha finalmente la possibilità di uccidere il suo persecutore, quando questi decide di provare il gioco su sé stesso, ma sceglie di non farlo e, dopo che lui ha schizzato ettolitri di sperma, taglia la corda da cui si stava facendo pendere: una vera cristiana non desidererebbe mai la morte di una persona; e infatti ne paga poi le conseguenze, e pure belle pesanti!. Justine infatti, qualunque cosa accada, non si concederà mai volontariamente se non in casi eccezionali che comporterebbero altrimenti la sua morte. Ma per colpa di questo suo atteggiamento viene anche accusata in giustamente e si trova in guai sempre più grandi. Solo un colpo di fortuna l’ha fatta riavvicinare alla sorella che riesce a salvarla e a darle tutte le cure di cui ha bisogno la cara ragazza dopo anni e anni di stupri e insidie. Ma le cose non sono destinate a durare a lungo. Un pomeriggio estivo si scatena un temporale e si rinchiudono, Justine e Juliette con tanto di marito, in una casotto in campagna. La nostra eroina, spinta da una sensibilità romantica verso lo scatenarsi delle forze della natura, si affaccia alla finestra per guardare il cielo scuro solcato da lampi accecanti. E così un fulmine, simbolo del potere e della volontà divina, le trapassa letteralmente il corpo carbonizzandola all’istante: la strada della virtù e della castità non sono ben accette nemmeno dal grande Dio onnipotente.>>

FINE SPOILER

(Vi piacerebbe, eh? Così imparate a non leggervi la trama, nell’analisi devo anche parlare del finale!)

<<Come? Un finale così del cazzo? E tutta questa serie infinita di porcate per che roba? Un fulmine e bho, tutto finito? Cioè, tanto vale dire che è stato tutto un sogno e buonanotte al cazzo!>>

<<Come dissi, questo è un romanzo erotico, non un romanzo storico. A De Sade non interessa fare un finale col botto ma trasmettere un certo significato morale: non importa la morale con cui vivi, ma non puoi sempre nasconderti dietro a un finto scudo di purezza, devi saper affrontare una società corrotta dove, come diceva il filosofo inglese Hobbes (1588 d.C-1679 d.C) riprendendo il commediografo latino Plauto (250 a.C-184 a.C), “Homo hominis lupus” ossia “ogni uomo è per l’altro uomo come un lupo” e non ci si può fidare di nessuno. Nemmeno i precetti religiosi originali, non filtrati da ciò che ha aggiunto e rimaneggiato la Chiesa, prevedono un comportamento casto e puro sotto ogni aspetto, basti guardare a quel che succede nella Bibbia: omicidi, incesti e figli venduti come se non vi fosse un domani e soprattutto: tanto tanto tantissimo sesso, tant’è che in quegli anni la sua lettura era sconsigliata alle giovani fanciulle e circolavano varie edizioni col marchio del “parental control”! La sorella Juliette invece, priva di ogni scrupolo morale e ben educata all’arte dei piaceri, vive tranquillamente e felicemente ricca e desiderata. Come è meglio atteggiarsi dunque? Santa ma martire o peccatrice e felice? La risposta non è così immediata: De Sade ha voluto fornirci un modello di vita da seguire o piuttosto un anti-modello? Andiamo a vedere ora questo aspetto anche con gli stronzi che non hanno voluto a tutti i costi leggere un finale così poco impegnativo e pertanto potranno capire solo in parte il perché delle scelte del divin marchese!>>

FINE DEGLI SPOILER

(stavolta sul serio, ci sono solo un paio di riferimenti a qualche riga scritta dall’autore ai lettori ma nulla di più. Se vi disturba questo elemento a sto punto non so che dirvi ,se non: cambiate pagina!)

<<Il volume si apre con una dedica fatta dall’autore (anonimo all’uscita della seconda edizione del romanzo, anche se tutti alla fine sapevano chi fosse) a una sua cara amica, tale Constance, in cui dice di aver voluto sottolineare che, se condite da disavventure e mali, le virtù hanno un valore molto più elevato (grazie al cazzo, aggiungerei io!): “<<Oh, come mi rendono più fiera di amare la Virtù questi episodi del Crimine! Come essa è sublime tra le lacrime! Come la abbelliscono le sventure!>> O Constance! Se pronuncerai queste parole le mie fatiche saranno coronate!”.

Ora, dobbiamo veramente credere al nostro sadico romanziere? D’altra parte, anche nelle ultimissime righe  egli esclama, rivolto ai lettori: “Possiate convincervi, al pari di lei, che la vera felicità si trova solo in seno alla virtù e che se Dio, secondo piani che non sta a noi sondare, permette che essa sia perseguitata sulla terra, è solo per risarcirla in cielo con più dolci ricompense!”>>

<<Ah, ma allora vedi che non è cattivo in fondo? Ci vuole solo dire che bisogna stringere i denti e andare avanti anche nelle situazioni più problematiche! Allora possiamo comunque andare avanti a pregare felici e contente avendo fiducia nel nostro Signore!>>

<<E invece no, il vero messaggio non è nemmeno questo, o almeno non del tutto! <<E, ma allora qual è, scusa?>> Per cercare almeno di comprendere la complessa mentalità della figura più oscura e maledetta del tardo 1700 Francese è direi il caso di addentrarci nell’atmosfera del tempo e nella vita del personaggio!

Donatien-Alphonse-Françoise de Sade, spesso conosciuto come il “divin marchese” o come D.A.F De Sade (no, nessuna parentela con la Hilary Duff, gran battutone) ha scelto il momento peggiore di tutti per essere nobile: la sanguinosa rivoluzione dell’ 89 incombeva infatti all’orizzonte e, come si sa, le bianche parrucche ricciolute tipiche delle classi più elevate del tempo non piacevano troppo ai rivoluzionari incazzosi capeggiati dallo spietato Robespierre (1758-1794) detto l’ “incorruttibile”, morto poi, ironia della sorte, ghigliottinato. Addirittura egli era originario del casato, da parte di madre, di cui faceva parte la Laura famosa per non averla mai data al povero Petrarca. Come è ben immaginabile, fu avverso al movimento rivoluzionario francese nello specifico anche se, pure lui, auspicava uno stravolgimento sotto però un altro ambito: egli condusse una vera e propria crociata non tanto contro i regnanti di Francia, quanto contro il primo  grande imperatore romano: Augusto (63 a.C.-14 d.C.). Questi fu difatti il primo ad accentrare tutti i poteri su sé stesso e ad emanare leggi che, tramite incentivi e proibizioni, volevano ristabilire il “buon costume” presso i cittadini romani. Ma attenzione, egli non si riteneva parte del popolo, come gli altri poveri stronzi: infatti pare organizzò diversi piacevoli festini nel suo palazzo a Roma arrivando addirittura a vestirsi da divinità, cosa intollerabile per il tempo. Era il diritto al piacere che passava dalle mani di tutti, popolo compreso, a quelle del solo monarca, regnante quasi divino che poteva imporre ciò che voleva sui suoi sudditi. E le cose non mutarono per secoli e secoli, arrivando fino in Francia: mentre i nobili si davano al buon tempo giocando a “mettilodentro” tra mille agi e lussurie, il popolo moriva di fame e i ricchi borghesi non vedevano ricompensati i loro sforzi in ambito commerciale (leggendaria la frase d Maria Antonietta “se non hanno pane mangino croissants”). Il tentativo di De Sade non era dunque tanto quello di rivoluzionare la forma politica, quanto di rendere tutti partecipi ai giochi dell’amore e alle lussurie come era prima della venuta dell’imperatore Augusto. E quale arma più adatta per i colti borghesi dell’epoca per colpire la nobiltà se non la pubblicazione di operette erotiche che ridicolizzavano e mettevano in luce l’ estrema lascivia della nobiltà di Versailles e in particolare di Maria Antonietta, simbolo di questo sesso sfrenato affidato ai soli potenti? Tra gli autori di queste opere erotiche dissacranti  e spesso allegoriche troviamo inoltre grandi nomi come Voltaire con l’ ”Odalisca” a lui attribuita e Diderot col suo lavoro giovanile “I Gioielli Indiscreti” in cui le passere raccontano delle loro prodezze sessuali sotto l’influsso di un anello magico in una fantastica corte dei regnanti del Congo. Però nessuno propose una morale anche sessuale alternativa come De Sade: la sua più grande opera filosofica fu “La Filosofia nel Boudoire”. L’opera, racconto di una grande lezione di educazione morale e sessuale fatta a una giovane ragazza, non viene vista come anti-educativa, come invece potrebbe sembrare dalla “Justine”: l’autore crede fermamente in ciò che dice. A questo punto i casi possono essere diversi: o l’autore voleva prendersi gioco dei lettori raccomandando loro una morale fondata su solidi princìpi o voleva pararsi il culo da possibili ritorsioni da parte di chi era più potente di lui.  Secondo il mio modesto parere, quindi non prendetelo per oro colato, De Sade ci voleva brutalmente trollare tutti. Ben note erano le prodezze e i misfatti compiuti dal divin marchese che lo avevano portato a diversi anni di reclusione in varie prigioni, tra cui la Bastiglia, da cui fu trasferito il giorno prima dell’assalto dell’89; fu anzi proprio lui ad aizzare la folla urlando dalle sbarre della prigione che le guardie torturavano i prigionieri. Inoltre, questa di cui sto parlando al momento, è la seconda edizione della “Justine” pubblicata da BUR, ma non esiste solo questa: infatti ce n’è una terza, quella completa e allungata, la “Nuova Justine” (1799) edita da Garzanti, che non inizia né finisce come quella da me letta.

Quindi, tiriamo un po’ le somme: il grande romanzo di De Sade, la “Justine”, mette in luce come un comportamento ostinatamente casto e puro che pecchi di furbizia e “saper vivere” sia da condannarsi sotto ogni aspetto e non rientra nell’ordine naturale delle cose.

Ah già, e il nostro autore, che fine ha fatto? Bhè, odiato da tutti in periodo monarchico non migliorò di certo la sua situazione in seguito con i rivoluzionari con cui non aveva mai avuto buoni rapporti. Dopo essersi dato quindi a forti piaceri con le amanti e, a quanto si dice, con la sorella, e anche per questo incarcerato (non era colpa sua se si divertiva a frustare e avvelenare le giovani ragazzine, povero) finì i suoi giorni obeso per il poco movimento fatto in prigione e bistrattato sostanzialmente dai più: a quanto pare la morale espressa nel suo romanzo non sempre funziona!

Su De Sade è già stato scritto parecchio da persone decisamente più colte di me: abbiamo una parte a lui dedicata nel celebre saggio di Mario Praz “La Carne, la Morte e il Diavolo nella Letteratura Romantica” (edizione BUR dal prezzo ignoto trattandosi di un regalo) che leggerò a breve, diversi scritti di Apollinaire e di Bataille su cui ancora non sono riuscito a mettere le mani, una raccolta per la Longanesi a cura di Elémire Zolla che possiedo ma ancora non ho letto (il prezzo non lo so, era in un negozio di libri usati super scontato) e, infine, praticamente tutto ciò che vi ho raccontato oggi l’ho tratto dal bellissimo saggio in due volumi “Sesso e Mito” di Francesco Saba Sardi, sempre edito da Longanesi.

La “Justine”, come qualunque opera di De Sade, è consigliabile solo a un pubblico strettamente adulto, che abbia lo stomaco forte e non si scandalizzi di fronte a certi temi Le scene di sesso sono più che abbondanti ma, data la crudezza dei fatti descritti e la loro inverosimiglianza, non provocano un eccessivo eccitamento (quindi niente segoni o sgrillettate). L’edizione BUR viene solo €8,00 mentre quella della Garzanti €13,00, entrambe facilmente reperibili. Il libro in ogni caso è molto scorrevole e quindi: perché no?

Ovviamente non ho esaurito l’argomento “De Sade”, c’è molto altro da dire, però rimando tutto a un altro pezzo! In fondo, posso forse non parlare delle “120 Giornate di Sodoma” o piuttosto della sua influenza sul nostro modo di vivere tutti i giorni?>>


<<Ringrazio ancora una volta chi mi segue, mi da suggerimenti e mi sta vicino nonché tutti voi, lettori fissi o occasionali che leggete queste righe! Ovviamente commentate quando e come vi pare e/o mandatemi un’e-mail numerosissimi!

Questo pezzo lo dedico al buon Aldo che mi ha suggerito l’argomento (un saluto ad Aldo: ciao!) mentre rimedio ora allo scorso capitolo che è nato anche grazie ad Elisa che mi ha proposto l’argomento come “sfida” (un altro saluto ad Elisa: ciao!).


And that’s all folks” ma… posso forse non parlarvi dell’”Anti-Justine” di Restif de la Bretonne che si oppone in modo ben noto al nostro De Sade?   Alla Prossima!>>