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martedì 15 marzo 2016

I Briganti, l'Onor e la Cina io canto: "In Riva all'Acqua", tra avventura ed eroismo (pt.2)

Le vicende dei briganti, analizzate in questo articolo, assumono tinte tragiche sul finale. Pur venendo reclutati dalle truppe imperiali in seguito ad un'amnistia, dopo aver aiutato i loro nuovi alleati a respingere feroci popolazioni tribali dai confini Cinesi, vengono traditi e giustiziati senza troppe cerimonie. Ma perché succede questo? Per quale motivo si sono sottomessi ai loro nemici? Cosa voleva ottenere Song Jiang, il loro capo? Per scoprirlo dobbiamo fare un piccolo passo indietro...

Se andiamo a vedere le origini dei briganti vedremo che la maggior parte dei protagonisti è stata vittima di abusi del potere ufficiale che li ha condannati quando loro, in realtà, erano dalla parte della ragione, ma di un certo tipo di ragione... infatti si delineano due schieramenti opposti: da una parte il potere ufficiale, corrotto e mal funzionante ma che rimane saldo
Wu Song "Pellegrino"
nella sua posizione di superiorità da rispettare costi quel che costi, dall'altra una giustizia popolare vera e autentica, frutto di contravvenzioni spesso obbligatorie volte a tutelare interessi superiori, divini quasi. Una controparte orientale, si potrebbe dire, dell'Antigone di Sofocle, una tragedia classica che tratta il tema della contrapposizione tra le due visioni normative. Da notare come Song Jiang non intenda e non abbia mai voluto sostituirsi all'imperatore o ad altri dignitari: egli si vuole affiancare, se non sottomettere, riconoscendo sia l'importanza del potere ufficiale sia, allo stesso tempo, la sua ingiustizia e imperfezione. Egli cova, nascosto, il desiderio di sistemare le cose tramite ragione e buon senso, rifacendosi a un diritto comune. Invece ecco che la corruzione non cede e rimane salda sul suo scranno ufficiale. Questa cosa la si vede bene in un capitolo in cui uno dei briganti vuole risolvere le faccende tramite "il buon diritto" e finisce per ritrovarsi in guai serissimi, a un passo dalla morte, onde venir salvato all'ultimo da uno dei briganti che, più di tutti, rappresenta il concetto di giustizia popolare.

Curiosi tutti questi riferimenti al diritto, non è vero? In realtà sono comprensibilissimi nell'ottica dell'opera che ha un taglio spaventosamente giuridico: diritto penale, privato, procedurale, amministrativo ed internazionale, vi sono radunate moltissime sfaccettature giurisprudenziali, quasi a creare un quadro del diritto dell'epoca, una piccola raccolta di alcuni
Liu Tang "Diavolo Rosso"
istituti classici. In particolare l'ambito penalistico è messo in risalto ma chi ha sentito parlare del codice Tang non dovrebbe sorprendersi: in questa raccolta di leggi l'ambito della pena e della sua esecuzione è particolarmente favorito! Quindi allo stesso tempo una critica al potere ufficiale, una sua proposta alternativa e una descrizione dello stesso nei suoi istituti e funzionamenti: sorprendente!

Nel mezzo viene inserito anche il tema del soprannaturale che, ogni tanto, fa capolino tra le pagine del romanzo. Magie, entità divine e gli stessi 108 briganti sono manifestazioni di un mondo parallelo che poco sembra avere a che fare con rozzi briganti cinesi. E infatti la differenza con un'opera quale Viaggio in Oriente è evidente: lì il divino era vero e proprio protagonista, quasi l'unico, e la quotidianità faceva solo da sfondo incarnata nella figura di Porcellino. Qui, al contrario, si ha un rovesciamento con un'attenzione maggiore, quasi verista, all'ambiente circostante tralasciando aspetti divini, comunque presenti.

In generale la Giustizia divina sembra presiedere le azioni dei protagonisti. In fondo era scontato che la loro fine dovesse essere quella: si trattava di 108 spiriti che dovevano pagare una pena in terra per poter essere riammessi nell'alto dei cieli. Era indispensabile, allora, un loro sacrificio per adeguarsi a un ordine universale, maggiore, come le leggi che andavano difendendo,
che trascende dagli ideali mortali di vita.


Zhou Tong "Tirannello"
Vorrei chiudere questa breve ed imperfetta esposizione dei temi di "In Riva all'Acqua" portando il parere di un cinese autorevole: Mao Tse Tung. Inizialmente il dittatore, accanito lettore, adorava quell'opera, piena di briganti coraggiosi che, come lui, avevano combattuto contro un potere opprimente. Tuttavia, salito al potere in modo più definitivo e stabile, sempre meno umano e comunista, vide nell'opera quasi una minaccia e volle limitarne fortemente la diffusione. L'opera doveva insegnare, secondo lui, solamente l'arte di arrendersi al potere ufficiale, accettandolo in tutte le sue sfaccettature. Da questo breve giudizio ben si evince che del giovane rivoluzionario comunista, verso la fine degli anni '60, poco prima della morte, non ne era rimasta traccia.

martedì 1 marzo 2016

I Briganti, l'Onor e la Cina io canto: "In Riva all'Acqua", tra avventura ed eroismo (pt.1)

Piazze, monumenti e cattedrali, in Italia e per l'Europa, sono testimoni immortali di grandi eroi, gesta straordinarie e avvenimenti storici di assoluta importanza. Ma tutto ciò fa riferimento solo alla cultura occidentale quando, in realtà, a centinaia di migliaia di chilometri di distanza, altre popolazioni subivano uno sviluppo analogo. Oggi non parliamo di lussuose corti arabe, non di cavalieri della steppa Kazaka né di intrepidi samurai Giapponesi. È, finalmente, giunto il momento di parlare di "In Riva all'Acqua", uno dei quattro classici della letteratura cinese.

La cosa più particolare è sicuramente che "In Riva all'Acqua" non è un romanzo. Non uno solo almeno. Potremmo dire che vi sono due sezioni distinte: una prima parte del XVII secolo che fa da introduzione, quasi, alla seconda composta da un insieme indefinito e infinito di canzoni, ballate e storie raccontate a lume di candela dal popolo da tempi molto remoti. Oggi, in questo primo articolo, ci concentreremo sulla struttura dell'opera mentre, la prossima volta, avremo modo di occuparci dei grandi temi trattati.

Ling Zhen "Tuono Spaccatutto"
"In Riva all'Acqua", nella versione di Jin Shengtan, narra come si è andata a formare quella banda di briganti che popola le leggende folcloristiche locali. Cerca di dare un senso compiuto, dunque, a delle vicende episodiche e autoconclusive. Per questo viene considerata, di solito, la parte migliore del complesso dell'opera: elegante e raffinata, intesse una trama complicatissima e intrecciata con arguzia. Sostanzialmente il romanzo racconta di come si siano conosciuti e uniti in una grande alleanza 108 briganti, a loro volta incarnazione dei 108 demoni (36 celesti + 72 terrestri) che rappresentano le stelle della costellazione delle Pleiadi. Dopo 930 pagine si riuniscono tutti in un forte sul monte Liang circondato da acque paludose e da lì combattono le truppe imperiali che cercano, inutilmente, di sottometterli. La provenienza dei protagonisti è varia ma, come filo conduttore approssimativo per tutti, si può dire che il motivo principale per cui si sono uniti sotto un'unica bandiera è l'avversione per la corruzione della corte imperiale e la sete di giustizia, quella vera e giusta, che non riescono a trovare per vie legali. Una sorta di Robin Hood dagli occhi a mandorla, si potrebbe dire, che non ruba per dare ai poveri ma per avere più giustizia per chi si è comportato sempre rettamente. Come andrà a finire? Ne potremo parlare la prossima volta...

Oggi mi piacerebbe approfondire un po' quali sono i caratteri essenziali di quest'opera. Perché, appunto, come già detto ha una struttura episodica, quindi composta di avventure a sé stanti quasi fini a sé stesse, dal momento che comunque includono di norma l'ingresso di nuovi briganti nelle vicende. Inoltre è particolare notare la regia a volo d'uccello e chi ha visto "Birdman" sa di cosa parlo: si segue un brigante per un po', poi questo
Shi Jin "Drago Blu"
incontrerà un altro personaggio, inizieremo a seguire lui, poi incontrerà un altro protagonista ancora che diverrà il centro delle nuove avventure e così via. Grazie a questa
tecnica la narrazione, agile e veloce, diventa anche molto intrigata, considerando che si può incontrare la stessa persona anche a distanza di centinaia di pagine e decine di capitoli ma in un altro luogo. Questo il motivo per cui si considera l'opera di Jin Shengtang molto raffinata e complessa, con un'abilità di scrittura superlativa! Riesce a dar senso logico-temporale-spaziale a vicende evidentemente narrate a voce da generazioni. Sembra, quasi, vi sia stata anche una sua ricerca dietro: se alcuni briganti sono molto caratterizzati psicologicamente, altri in realtà sembrano per finire nella banda quasi per caso: che l'autore non sia riuscito a reperire racconti convincenti sulle loro origini? Un altro carattere significativo che deriva da quest'origine popolare della vicenda sta nella fine di ogni capitolo che si concluderà sempre con un cliffhanger, un colpo di scena, la sospensione al limite di una situazione.

Lin Chong "Testa di Leopardo"
Questa struttura, gli appellativi fantasiosi dei briganti e la natura stessa del romanzo possono farci paragonare l' "Odissea" a "In Riva all'Acqua". Tuttavia mi preme sottolineare la differenza pregnante tra i due capolavori: il primo è frutto di una raccolta successiva non attribuibile a un autore solo, cosa che non avviene con Jin Shentang. Cambia il modo di operare e l'intento delle due opere: una tendenza raccoglitrice e ragionata da entrambe le parti, con elementi di distacco tra le due opere. Quel che è certa è l'importanza di questo romanzo per la cultura letteraria cinese e, di rimando, Giapponese. Tuttavia questo testo ha avuto una fama, almeno all'estero, assai minore rispetto a "Viaggio in Occidente", per quanto, se non ha influenzato un mostro sacro come Dragon Ball, è stata, comunque, punto di riferimento per "Saint Seya: i Cavalieri dello Zodiaco".

E con questo per oggi è tutto! Non appena leggerò la seconda parte avrete il seguito di quest'articolo, con analisi di temi e contenuti. Mi dispiace, infatti, essermi limitato questa volta con le cose da dire ma trattandosi di un lavoro enorme (e non solo come numero di pagine) preferisco affrontarlo poco alla volta ma bene! Per il resto vi do appuntamento o alla live di domani sera (QUI potete vedere di che si tratta) o al prossimo articolo martedì prossima con... Apollinaire!



lunedì 9 febbraio 2015

"Viaggio in Occidente", il primo Shonen!

I manga, si sa, traggono grossa ispirazione dalla cultura popolare degli orientali: feste, divinità e miti creano un buono piano d'appoggio, così che anche il lettore meno esperto, vedendo quella determinata citazione, subito capisca a cosa si sta facendo riferimento (basti prendere ad esempio i giochi di "As the Gods Will" o anche Amaterasu, Tsukuyomi e Susanoo di "Nauto"). Una buona fonte è rappresentata dalla letteratura sia manga (il citazionismo è un elemento sempre di moda per autori come Oda) che tradizionale. E per mettere in evidenza questi elementi ho deciso di collaborare con Sommobuta, famoso blogger e youtuber, che nel suo ARTICOLO analizza le influenze letterarie sugli ultimi capitoli di One Piece mentre io mi occupo del contributo portato dal romanzo classico cinese di Wu Cheng'En "Viaggio in Occidente". Per leggere il mio pezzo NON è indispensabile conoscere l'opera ma, qualora foste interessati, vi metto QUA il link del mio precedente articolo in cui ne parlo fornendovi gli elementi essenziali. Liberi di leggerlo o meno, la cosa essenziale, prima di partire, è tener ben presente l'inizio:

"Ci sono dei punti fissi nella nostra cultura occidentale che, anche senza averli affrontati nel dettaglio, rappresentano un bagaglio culturale per tutti noi: tra questi vi è l'Odissea (un uomo viaggia per mare), la "Divina Commedia" (Dante si fa una vacanza nell'oltretomba) e "Romeo e Giulietta" di Shakespeare (due tipi si innamorano e muoiono) per citare i più noti. Magari non li abbiamo approfonditi (io, ad esempio, non ho mai letto nessuna delle opere citate in versione Integrale) ma ne conosciamo, anche solo in maniera raffazzonata, la trama e sappiamo riconoscerne, per dire, una parodia. Tutto il mondo, nel 2015, è paese ma ogni cultura mantiene, tuttavia, un suo patrimonio personale: anche quella orientale. E l'opera che, a conti fatti, è più significativa e incisiva per molti aspetti oggi in Cina e Giappone è il romanzo "Viaggio in Occidente" di Wu Cheng'En."

Questa premessa ci introduce subito al più grande contributo portato da questo romanzo al mondo dei manga: l'invenzione del protagonista Shonen!

"Shonen Jump", la rivista Giapponese settimanale dove vengono pubblicati i capitoli dei manga più famosi

Scimmiotto, chiamato Sung Wukong o Son Goku (come pure la scimmia di lava in "Naruto"), è l'archetipo di ogni protagonista manga: ribelle e un po' selvaggio, sa essere serio se viene messa in pericolo la vita del suo maestro Tripitaka. Regolarmente, però, non è che una scimmia mangiona, cocciuta e un po' stupida, dotata di una forza sovrumana e un'agilità senza pari: alterna, ai colpi del suo bastone allungabile a piacimento, trasformazioni in esseri mostruosi e velocissimi viaggi a bordo di nuvole. Vi ha ricordato qualcosa? Goku, Naruto, Rufy, Ichigo, Toriko e centinaia di altri personaggi sono la diretta derivazione di questo eroe mitico che viene riproposto agli orientali in salse sempre diverse. Inoltre, anche il terzo Hokage ha chiesto aiuto a una scimmia combattente una volta...

Enma, re delle scimmie, fa la sua comparsa quando ancora Naruto era bello...

Come già saprete, o avrete intuito, il manga che più deve a "Viaggio in Occidente" è Dragon Ball. Si può dire tranquillamente che Goku e Scimmiotto siano la stessa persona: entrambi nati tra le scimmie, provengono da un guscio (di pietra o tecnologico) e hanno in comune, oltre alla coda pelosa, pure il bastone allungabile a proprio piacimento (senza contare il nome stesso per i Giapponesi!). Se Goku guarda la Luna e si trasforma in un gorillone gigante allora la sua controparte è in grado di diventare un mostro gigantesco a tre teste che sputa lunghe fiammate. Entrambi hanno anche avuto un maestro
significativo: chiamatelo maestro Muten (o nonno Gohan) o patriarca immortale Subuthi, alla fine sono la stessa persona. E le vicinanze tra i vari personaggi non finiscono qui! Quell'ingordo di Porcellino si è evoluto nel simpatico Oloong per la sfacciataggine (e in Hawk di "The Seven Deadly Sins" per l'ingordigia) mentre Sabbioso, invece, è più simile a uno Yamcha per il modo burbero di atteggiarsi. Anche Tripitaka ha una "reincarnazione" molto particolare: Crilin, col suo testone lucido, raffigura il monaco (per tradizione rasato) in cerca delle sacre scritture diventate, per l'occasione, le magiche Sfere del Drago! E magari le similitudini finissero qua, vero? Scimmiotto, prima di diventare un autorità in cielo, si era fatto come amico diversi re diavoli tra cui vi era anche il potentissimo Re Diavolo Toro, prima formidabile alleato e poi temibile nemico coinvolto in uno scontro indimenticabile che coinvolge tutte le divinità. In Dragon Ball compare sotto forma dello Stregone del Toro, il padre di Chichi, futura sposa di Goku: non è quindi un caso che da giovane si fosse allenato col vecchio Gohan e che il suo palazzo sia invaso dalle fiamme che dovranno estinguere grazie a un ventaglio magico. Questo oggetto magico, infatti, Scimmiotto cerca di ottenerlo dal suo vecchio amico, in "Viaggio in Occidente", per spegnere delle montagne perennemente ardenti che ostacolavano il cammino di Tripitaka verso l'India. Che il drago Shenron (e con lui Momosuke di One Piece) sia un tipico Drago Cinese, di quelli che abitano in lussuosi palazzi sottomarini, non ho bisogno nemmeno di dirvelo. Invece molto interessante è l'analogia tra Tenshinhan e il santo Erlang, l'unico combattente in grado di vincere Scimmiotto e che possiede, pure lui, un terzo occhio.
Scimmiotto vs Erlang o Goku vs. Tenshinhan?

Dragon Ball è forse il Manga per eccellenza ma non per questo è stato l'unico ad essere stato influenzato da "Viaggio in Occidente". Senza contare l'elemento "viaggio" (di cui un ottimo esempio è la serie di JoJo "Stardust Crusader"), mi focalizzerei di più sulla questione mitica e di un determinato ambiente prima di passare la parola a Sommobuta.

Le divinità cinesi sono pressapoco infinite ma solo poche vengono spesso ricordate. Facendo un distinguo tra mondo celeste e demoniaco, del primo i personaggi decisamente più ricordati sono i 4 protettori celesti del Buddha, ciascuno per un punto cardinale, e che vengono chiamati "I quattro Re Paradisiaci". Questo il titolo che ricoprono i protagonisti di Toriko ma che si può ricondurre anche ai quattro imperatori di One Piece piuttosto che a una moltitudine di riferimenti tra cui i re Kaio dell'aldilà di Dragon Ball (in cui compare anche un rossissimo re Yanma, guardiano degli Inferi nel manga, nel romanzo e nel mito cinese). In pochi sanno, invece, che i Pokémon hanno, a volte, tratto ispirazione non dai segni zodiacali cinesi ma dalle figure delle costellazioni delle Pleiadi: tra i vari animali ricordiamo Shi porco di fuoco (Tepig e compagni), Zu scimmia del fuoco (Infernape riconducibile anche a Scimmiotto) e Gui montone di metallo (Aaron ed evoluzioni).

I quattro "Re Paradisiaci"
Il mondo dei demoni è servito da spunto per numerose creature anche se è il caso di ricordarne due in particolare: i fratelli "Demone d'Argento" e "Demone d'Oro" che vivono nella Caverna del Loto. Presenti anche in Bleach (personaggi super secondari aiutanti dell'energica Kukaku Shiba), fanno la comparsa maggiore in Naruto sotto le spoglie dei "Fratelli d'Oro e d'Argento", due potentissimi guerrieri che utilizzano delle armi (vaso sigillatore, corda imprigionatrice, ventaglio distruttore e super spada) che sono presenti nello stesso episodio anche in "Viaggio in Occidente".

I due fratelli demoniaci

Una certa influenza è data anche da alcuni luoghi tra i quali spiccano i magnifici palazzi sottomarini dei re draghi. Eichiro Oda, nel tratteggiare il palazzo del re Nettuno, non ha di certo risparmiato i riferimenti al mondo cinese sia per l'architettura sia per i personaggi che la popolano: il ministro della destra e della sinistra non fanno riferimento a ideologie politiche ma a cariche realmente esistite! Questo palazzo è pure protagonista di una tragica scena in "As the Gods Will" e che chi ne ha letto le pagine non può dimenticarsene troppo facilmente!

Una delle mie tavole preferite di Oda!

Detto questo non mi resta che chiudere e passare la parola a Sommobuta e al suo Articolo sui riferimenti letterari nella saga di Dressrosa di One Piece! Passate dalla sua e dalla mia pagina FB, noi ci vediamo tra non troppo (spero) con un nuovo articoletto!



sabato 31 gennaio 2015

Viaggio in Occidente: un romanzo, un'esperienza di vita.

Ci sono dei punti fissi nella nostra cultura occidentale che, anche senza averli affrontati nel dettaglio, rappresentano un bagaglio culturale per tutti noi: tra questi vi è l'Odissea (un uomo viaggia per mare), la "Divina Commedia" (Dante si fa una vacanza nell'oltretomba) e "Romeo e Giulietta" di Shakespeare (due tipi si innamorano e muoiono) per citare i più noti. Magari non li abbiamo approfonditi (io, ad esempio, non ho mai letto nessuna delle opere citate in versione Integrale) ma ne conosciamo, anche solo in maniera raffazzonata, la trama e sappiamo riconoscerne, per dire, una parodia. Tutto il mondo, nel 2015, è paese ma ogni cultura mantiene, tuttavia, un suo patrimonio personale: anche quella orientale. E l'opera che, a conti fatti, è più significativa e incisiva per molti aspetti oggi in Cina e Giappone è il romanzo "Viaggio in Occidente" di Wu Cheng'En.

Il nostro autore
Per conoscere quest'opera non è indispensabile sapere molto del suo autore: Wu Cheng'En (1500 d.C. - 1582 d.C.) non è famoso per altre opere e ha tratto la trama del suo capolavoro da una serie di leggende precedenti che ha legato assieme creandone un romanzo. L'effettivo merito di questo mediocre scrittore è di aver saputo unire mito, religione, satira ed avventura cucendo assieme racconti popolari sotto forma di una trama unica (un po' come è accaduto da noi con l'Odissea e l'Iliade) che ha un senso e presenta pure una certa evoluzione dei personaggi (seppur minima) strada facendo.

Il romanzo, di 100 capitoli, è diviso in due parti: la prima, "Scimmiotto in Cielo", è composta dai primi 6 mentre gli altri costituiscono il vero "Viaggio in Occidente". La storia si svolge in una Cina fantastica di migliaia di anni fa e popolata da personaggi religiosi e mitici (santi immortali, draghi e divinità) che convivono tranquillamente con contadini,
"Monkey King" è l'ultimo film su questa parte
briganti e imperatori. In questa terra tutto può accadere: si può continuare a vivere per un tempo praticamente infinito ma anche cambiare forma, camminare sulle nuvole, creare potentissime magie, combattere schiere di orchi armati fino ai denti, destreggiare armi sacre, teletrasportare montagne e tanto altro ancora. Ed è in questo mondo magico che un giorno, da un uovo di pietra, nasce Scimmiotto, conosciuto come Sun Wukong o come Son Goku (ricorda nulla?), in base alla tradizione. Subito si dimostra un essere decisamente fuori dal comune: divenuto re di un gruppo di scimmie parlanti (come quasi tutti gli animali) sul Monte dei Fiori e dei Frutti, la creatura decide che vuole diventare una divinità del cielo. Dopo essersi addestrato presso un immortale ed aver appreso l'arte delle 72 trasformazioni, si reca presso un drago marino per richiedere delle armi e lì trova un bastone di metallo che si ingrandisce a suo piacimento e che nessuno, tranne lui, riusciva a spostare tanto era pesante (era servito per appiattire la Via Lattea, giusto per intenderci). A quel punto sale nel cielo e viene ricevuto dall'Imperatore di Giada, il custode supremo del mondo ultraterreno, che per liberarsene (quella sbarra era MOLTO pericolosa) gli assegna una carica misteriosa: quella dell' "equipuzio". Scimmiotto ci mette un po' di tempo a capire che "equipuzio" significa "stalliere", carica infima anche tra i mortali, e a quel punto
Guanyn diventerà, in seguito, un'alleata formidabile
minaccia di mettere a soqquadro il paradiso delle divinità. Prontamente bloccato, gli viene proposta un'altra carica, quella di controllore del "Giardino delle Pesche dell'Immortalità" che, però, gli fanno da banchetto dopo poco tempo. Braccato e rincorso da vari ufficiali, riesce a vincere molte divinità importanti nell'arte del combattimento corpo a corpo ma, alla fine, si vede costretto a cedere: viene catturato dal Lao Tzé (il fondatore del Taoismo) e dalla Pusa Guanyin (una divinità Buddhista che sarà di vitale importanza per le vicende future). Provano a scuoiarlo, a bruciarlo nel forno alchemico di Lao Tzé in cui si produce il cinabro (un elisir di immortalità in pillole) ma nulla, si arrossano solo gli occhi (un tratto distintivo insieme alle pupille d'oro): d'altra parte tra pesche dell'immortalità e quintalate di cinabro che si è inghiottito è diventato a tutti gli effetti immortale senza contare che, in precedenza, si è pure recato all'inferno per cancellare il suo
nome dal registro dei morti! Alla fine è costretto ad intervenire Buddha in persona che lo fa precipitare sulla terra con uno schiaffo e lo incatena sotto le montagne dei cinque elementi per 500 anni dandogli da mangiare solo ferro fuso bollente: questa la punizione per chi infrange l'ordine celeste.




Scimmiotto non può nulla contro l'immenso potere di Buddha!


La seconda parte è quella che dà il nome all'opera. 500 anni dopo la ribellione e l'imprigionamento di Scimmiotto, Buddha e Guanyn notano che in Cina, regno orientale, si è persa la vera fede. Allora fanno sì che il re, dopo una serie di vicende, mandi il giovane monaco Tripitaka fino al regno
Tripitaka
occidentale del Budda situato sul monastero del Monte degli Avvoltoi, nell'attuale India, per prendere un po' di testi sacri (sutra). Sulla via il monaco incontrerà e recluterà Scimmiotto (che controllerà tramite dei cerchi magici datigli da Guanyn per stringere la testa del burrascoso allievo causandogli forti mal di testa), un drago che si trasformerà in un cavallo bianco, Porcellino, un essere con la testa di maiale che mangia per dieci e che è sempre pronto a farsi beffe dei suoi compagni, e Sabbioso, un orco un po' taciturno. La via per il Paradiso Occidentale è Molto lunga (tra andare e tornare passano 14 anni) e irta di pericoli: una miriade di demoni vuole mangiare la carne di Tripitaka che, pare, possa donare molti anni di vita. Ogni volta, però, i tre condiscepoli riescono a salvarlo con uno schema apparentemente sempre uguale (maestro rapito - primi scontri non riusciti - richiesta di aiuto ad altre divinità) ma che in realtà cambia da situazione a situazione. Spesso sono costretti a chiedere l'intervento di Guanyn o, come nel caso del Demone Toro, di tutte le forze celesti in uno scontro epico che sconvolge la Terra. Finalmente, a fine romanzo, Tripitaka e Scimmiotto diventano Buddha mentre gli altri 3 discepoli riescono comunque ad elevarsi anche se con ranghi minori.



La storia, come avrete capito, se riassunta così può sembrarvi leggermente (giusto un pochino...) confusa se non sapete anche solo dell'esistenza delle 3 religioni Cinesi: Buddismo, Taoismo e Confucianesimo. Tutte e tre sono presenti (anche se l'ultima, molto diversa dalle altre, non la si trova spesso) e convivono pacificamente anche in Cielo: non c'è giusto o sbagliato, tutto convive e coesiste in perfetta armonia. L'autore privilegia, comunque, il Buddismo (anche se viene, in certe occasioni, preso di mira anch'esso) sia per ovvie esigenze di trama (anzi, spesso i taoisti sono demoni sotto falso aspetto) sia per motivi di censura.

I tre patriarchi: Buddha, Confucio e Lao Tzè

Censura? Perché un romanzo a sfondo religioso dovrebbe essere censurato? La visione del mondo divino per i Cinesi è molto diversa dalla nostra che si può riassumere con: "Sulla Terra le cose fanno schifo? In Paradiso tutto è bello". Si basa sul concetto di "trasposizione": c'è un re sulla Terra? c'è un re in Cielo. Qualcosa non funziona sulla Terra? Qualcosa non funziona anche in Cielo. Stessa cosa, dunque, anche per temi come corruzione ed eccessiva burocrazia, due piaghe che affliggevano la corte imperiale del tempo. Si rischia di essere esiliati per l'eternità perché un giorno, a uno dei numerosi banchetti, si fa cadere per sbaglio una coppa per terra! Questi aspetti ridicoli vengono evidenziati ed enfatizzati ogni volta che si parla dell'imperatore di Giada, il grande regnante celeste, e della sua corte che finisce sempre per fare delle figure ridicole. Ma anche figure religiose come Buddha e altri presentano caratteri MOLTO umani e materiali (Guanyn, personaggio fondamentale nel Buddismo, viene definita "vecchia zitella").

Ma, di tutti gli aspetti interessanti dell'opera, quello che sorprende di più è la... Storicità dell'opera! Eh già, che pensavate, che Tripitaka non fosse mai esistito? E invece sì! Egli, che in realtà si chiamava Xuanzang (602 d.C. - 664 d.C.), impiegò 17 anni per recarsi in India (14 nel libro) a recuperare
Il Vero Tripitaka
delle sacre scritture che ci sono giunte fino ai nostri giorni. Inoltre, tanto per rincarare la dose di storicità della vicenda, lo stesso Wu Cheng'En inserisce traduzioni di preghiere da parte del nostro protagonista create dalla sua controparte vera e, inoltre, un elogio che l'imperatore della Cina gli fece una volta tornato a casa.

Viaggio in occidente ve l'ho voluto appositamente presentare in modo Molto semplice perché voglio che rimanga una sorta di esperienza immediata e d'impatto: se c'è un libro da leggere, anche non per forza per intero, è questo. Potrebbe benissimo essere paragonato a un manga di combattimento moderno ma senza immagini misto a scene di poesia paesaggistica ripetitiva ma molto bella. Di tutte le opere lette fin'ora questa, come persona, è quella a cui sono, forse, più legato. In Italia, infatti, ve ne sono principalmente tre edizioni: una della Kappa che, sebbene MOLTO ridotta, è comunque decisamente gradevole (letta alle medie), una magnifica dell'Adelphi concentrata in 30 capitoli (letta alle superiori) e infine una della Luni integrale (letta di recente alle superiori): sono cresciuto, insomma, in
questi ultimi 8 anni, accompagnato in fasi diverse della mia vita da questo capolavoro che è aumentato, progressivamente, di difficoltà: non vi nascondo, dunque, la mia emozione nel finire, il 30 dicembre, questo capolavoro per l'ultima volta. Sono cresciuto con il romanzo e con lui ho compiuto un importante percorso di crescita che mi ha portato ad essere quello che sono: una specie di parente sempre presente, insomma!

Il "viaggetto" che si è fatto Xuangzang in 17 anni


Come già detto, però, non ho intenzione di esaurire qui l'argomento! Sabato prossimo doppio articolo con Angelo "Sommobuta" Cavallaro, esperto di manga e famoso blogger e Youtuber, in cui parleremo delle influenze della letteratura (e non solo) sul mondo dei fumetti giapponesi. Si parlerà, tra i vari titoli, di capolavori quali Dragon Ball, Naruto, Bleach, One Piece ma anche di JoJo, Seven Deadly Sins, Toriko e Pokémon! Tengo molto a questo progetto e spero di potervi trasmettere tutta la mia eccitazione! Venite a trovarmi su Facebook per avere continue informazioni! Altrimenti ci si vede lunedì prossimo!





sabato 24 maggio 2014

Collana "A Bordo di Libro", ep 2: il Viaggio Come Contatto con Popoli Lontanissimi: il "Milione" di Marco Polo

Ed eccoci, finalmente, a un "normalissimo" capitolo del sabato! Veramente, mi mancava scrivere in modo regolare e sistematico di opere specifiche! L'ultima volta è stato con "American Psycho" il capolavoro di Ellis e di cui potete trovare qui l'articolo, casomai qualcuno se lo fosse perso. Ma veniamo al dunque a questa settimana passando a parlare di un uomo di cui avrete sicuramente sentito parlare: Marco Polo (1254-1354)! Siamo al secondo capitolo di questa "collana" (senza contare gli extra) e, se volete, qui e qui potrete recuperare i due articoli passati, il numero 0 e il numero 1, su "Le Avventure al di là di Thule" e "La Storia Vera" di Luciano di Samosata. Detto questo, iniziamo!

Prima di parlare del "Milione" (perchè se no era troppo semplice, se non si comincia a parlare degli antenati di settimo grado non sono contento, eh?), l'opera in cui Marco Polo parla del periodo passato in Cina, è il caso di parlare della sua vita prima di queste avventure. Egli, come tutti noi sappiamo, era di Venezia anche se ci sono alcune strane teorie secondo cui egli possa in realtà provenire da un'isoletta croata. Questa teoria, più volte confutata, è ****** *** ****** *** ***** (mi censuro se no poi pensate che io sia un tipo volgare quando mi sembra evidente che io non lo sia e che, anzi, preferisco i giri di parole alle spiegazioni dirette): ora, egli nelle sue avventure parla di Venezia, si è sposato a Venezia ed è stato sepolto a Venezia, ma vuoi non dire che non fosse di Venezia? Troppo semplice leggere le cose e prenderle per quel che sono (non per questo però le scie chimiche non esistono, state tranquilli)? Così, giusto per il gusto di sparare stronzate (e ora che mi sono abbastanza acceso posso partire alla grande)! Ovviamente non è che iniziò a viaggiare fin da piccolo ma accompagnò suo padre e suo zio nel 1271 che, precedentemente tornati da un viaggio, avevano scoperto che la mamma di Marco era morta (mica si può lasciare a casa da solo un bambino come io ho fatto con la grammatica in questa frase, dhe!). I signori Polo erano mercanti e messi del Papa nelle terre dell'estremo oriente: infatti l'impero mongolo di Gengis Khan era arrivato molto vicino all'Europa e, anche se inizialmente non furono visti di buon occhi dai cristiani (i Tartari, com'erano chiamati, prendono il nome dal Tartaro, una sorta di Inferno per gli antichi Romani: diciamo che inizialmente erano giusto un po' sospettosi, ma giusto un pelo), in seguito  questi avendo un sacro sepolcro da recuperare e che era nelle mani dei mussulmani chiesero il loro aiuto. Bhe, insomma, quello che fecero il padre e lo zio di Marco fu prendere, andare dal Papa, recuperare una lettera con su scritto <<Aiutateci a recuperare il sacro sepolcro, figa, non fate gli asociali là dall'altra parte del mondo, cristo santo!>> , andare dal Kublai Kan, il re del Catai (oggi Cina e dintorni), far soldi tanto che c'erano e portare una risposta che, se non sbaglio, fu pure positiva (a dire la verità fu, all'inizio lo stesso Kublai Kan a proporre quest'accordo se non sbaglio, che cucciolo!). Ora, serviva che tornassero indietro che c'era da riportare la contro-risposta del Papa (e da guadagnarci qualcos'altro). Ed è da qui che cominciano i viaggi del Marco che iniziò a seguire i parenti piuttosto che rimanere mezzo orfano a casa da solo a giocare al Nintendo 64 (ancora non era uscita la Wii). Il "Milione", però, dovete sapere che non parla solo del viaggio si andata e ritorno fatto da Marco e compagni: infatti egli si trovò parecchio bene in quelle terre e vi rimase a lungo facendo anche delle missioni diplomatiche per conto del signore del Catai. Tutte queste strade e questi itinerari narrati li potete vedere anche voi qui e, per comodità, vi consiglio di tenervela davanti agli occhi (magari intervallandola con l'articolo, giusto per vedere che cosa vi dico) proprio come me: non lo volete fare? Cazzi vostri io l'ho detto!

Nell'immagine si vede bene il viaggio anche del padre e dello zio (percorso azzurro) che passarono, in quel loro primo viaggio, da nord sopra il mar Caspio (oltretutto facendo un curiosissimo cerchio che sinceramente non so spiegarmi) ma noi seguiremo ora il filo rosso. Come potete vedere, dopo esser partiti da Roma per i motivi che vi ho detto, passarono dalle isole Greche del Mediterraneo. Ed è qui che appresero che nel frattempo il Papa era morto e dovevano tornarsene indietro ad aspettare quello nuovo. Fortuna volle che la persona che donò loro queste indicazioni era un prete missionario abbastanza potente: infatti tornato con loro a Roma fu lui ad essere eletto Papa (ah, gli strani casi della vita...) e ri-indirizzò sulla loro strada i Polo. Allora, non starò qua a raccontarvi passo per passo quel che videro che, se no, vi prendete il libro e ve lo leggete che fate prima (magari prima no, ma meglio sì) ma mi soffermerò su alcune figure particolari incontrate e che sono di un'importanza incredibile: mi riferisco al Saggio della Montagna e al Prete Gianni (o Janni). Chi sono questi due personaggi mitici?

Iniziamo dal Saggio (o Veglio) della Montagna. Avete mai sentito dell'origine del nome "assassino"? Questo deriva, più o meno (nel senso che lo scrivo come si pronuncia), dal termine "assashin", ovvero "consumatori di ashish" (no, questo non fa di tutti i cannaioli potenti degli assassini, aspettate). C'era nelle zone dell'India/Medio Oriente (circa, eh, si tratta pur sempre di un personaggio mitico) un certo signore, il Saggio appunto, che faceva il mercenario e ammazzava la gente per gli altri. Egli aveva, però, il sangue dell'imprenditore nelle vene, e pensò: <<Perchè non far fare a tanti altri quello che mi tocca far da solo? Tanto la richiesta non diminuisce certo, anzi, e posso permettermi di fare un piccolo investimento!>>. Così recintò un bellissimo giardino con fiumi di latte e miele (pensa la sete dopo un po') e ci mise dentro qualche ragazza piacevole e abbastanza ben disposta, che non fa mai male, e poi iniziò a procurarsi persone giovani e in gamba disposte ad ammazzare per lui. Ma come fare? Facile: imbrogliando la gente! Andava dai giovani ragazzi, li faceva ubriacare e drogare finchè non perdevano coscienza e se li portava nel suo giardino. Qui, quando i poveracci si svegliavano, pensavano di essere morti e in Paradiso circondati da un giardino magnifico e da figa (soprattutto da quella) in quel modo. A quel punto il Saggio della Montagna (che poi era più il Furbone della Montagna) diceva che dovevano andare sulla terra ad ammazzare gente per conto di Dio e loro, belli e tranquilli, dopo essere stati drogati di nuovo, si risvegliavano tra i "mortali", facevano quel che dovevano, li drogavano ancora e tornavano in "Paradiso" ancora una volta. Insomma, una pacifica storiella su come fottere gli altri facendoli uccidere altra gente facendo leva sulla religione: ricorda nulla?

L'altra figura particolare che emerge dal racconto è quella del Prete Giovanni o Janni (ops, ho sbagliato immagine, volevo mettere questa!) e, addirittura, nella lingua originale Presto Janni (che perdiamo il treno!). Questo sovrano (che non era, come avrete capito, un vero e proprio uomo di fede) viene generalmente indicato come un potentissimo regnante dell'Asia ma compare anche in vari manoscritti medievali come comparsa nei poemi cavallereschi come cattivone e anche nel nostro "Orlando Furioso" dell'Ariosto (che un giorno non vedo l'ora di avere il tempo di leggere). Quindi un personaggio leggendario, sostanzialmente, che però non viene menzionato solo da Marco Polo nel "Milione" ma anche da altri viaggiatori dell'epoca. Effettivamente appare evidente come il Presto Janni (mi diverte troppo chiamarlo così) del Polo (e, quindi, non quello che lancia magie da draghi volanti nei poemi cavallereschi, anche se sarebbe estremamente più figo) sia realmente esistito: il nostro italiano infatti parla di un certo Cinghys Cane che gli mosse guerra perchè il Presto non voleva concedergli la figlia in sposa. E tutti voi, almeno una volta nella vita, avete sentito parlare di questo Cinghys Cane. Sorpresi? Vi viene in mente nulla? Si tratta del grande imperatore (e, dunque Cane=Can=Khan) del Catai(=Cina) Gengis(=Cinghys). Sì, proprio quel Gengis Khan (che non ho idea se si scriva così o meno ma tanto ci siamo capiti) che fu il primo vero grande imperatore di una Cina che oggi appare quasi piccola in confronto al suo dominio che si era spinto fino alle porte d'Europa, come abbiamo detto prima. Quindi appare evidente come il Presto Janni in realtà non sia che un regnante (ha anche un nome, sono riusciti ad identificarlo ma non so chi sia storicamente e non penso vi interessi. In caso contrario sapete cosa fare) oppostosi alle conquiste di Gengis Khan.

In ogni caso, tornando al nostro Marco, egli non solo riuscì ad arrivare in Cina, ma lì si fermò pure parecchio tempo diventando un nobile di corte e compiendo pure un viaggio diplomatico (che potete vedere nella cartina). Un episodio divertente parla dell'assedio di Nanjing (che noi chiamiamo Nanchino, dove i Giapponesi durante la II G.M. hanno compiuto un grande massacro che viene, ancora oggi, chiamato lo "stupro di Nanchino"), arroccato su un'inespugnabile fortezza, da parte dell'esercito imperiale cinese che si trovava sulla pianura. Bhe, pare che di lì passasse Marco con i suoi parenti e che introdussero l'uso della catapulta presso i Cinesi che così conquistarono i nanchinesi (per la serie "ma farvi i cazzi vostri mai?"). Quindi, insomma, come avrete capito Marco e compagni erano molto ben voluti da quelle parti ma a un certo punto dovettero tornare a casa (anche questo percorso è ben evidente in cartina). Durante questo viaggio di ritorno che egli compì da solo perchè il padre e lo zio erano tornati prima si inserisce uno degli episodi più conosciuti di sempre: l'incontro coi popoli dalla testa di cane (i cinocefali, appunto). Allora, premettiamo qualcosa. Già nell'isola precedente aveva visto una popolazione con la coda che viveva sulle montagne che si comportava in modo strano: erano macachi. Ora, cosa potete aspettarvi da un uomo che scambia delle scimmie per strani uomini (la cosa mi puzza un po' di razzismo ma fa niente) ? Mi sembra abbastanza evidente che di uomini con la testa di cane non ne esistano in Africa, non so che diavolo possa aver visto anche se questo racconto era diffuso già in altri precedenti racconti di viaggio: che non si sia ricordato di cosa avesse visto o che abbia scambiato degli animali per uomini?

In ogni caso nel 1298 finalmente tornò in territorio italico ma sfiga volle (perchè qua si tratta proprio di sfiga, eh!) che egli si trovasse proprio su una di quelle nave veneziane sconfitte dalla repubblica marinare di Genova, allora nemica giurata di Venezia. Fu così che si trovò prigioniero per qualche anno e, in queste condizioni a dir poco precarie, dettò e raccontò dei suoi viaggi a un certo Rustichello di Pisa che, dunque, a conti fatti, va considerato il vero autore materiale del "Milione" che infatti ci è giunto su numerosi codici (i libroni scritti a mano medievali tutti decorati, quelli belli insomma!).

E quindi questo era il "Milione" di Marco Polo! In realtà il discorso potrebbe essere molto più ampio e potrei parlarvi dei rapporti che, fin dal medioevo, l'occidente ha intessuto con l'estremo oriente e di questa tradizione ed eredità orientale silenziosa che noi ci portiamo dietro. Però il discorso è complicato, il tempo poco e prima ci sono un paio di letture che devo, e soprattutto voglio, farmi. Quindi diciamo che riprenderò l'argomento un giorno e, spero, tra non troppo (anche se temo che per questo specifico dovrete aspettare almeno agosto-settembre perchè prima devo fare degli "accertamenti" "sul campo" di cui vi parlerò). Del "Milione" di Marco Polo esistono, ovviamente, diverse edizioni: ne ho vista una della Garzanti molto economica e piccola ma non so se contiene un'introduzione di qualche tipo. Io invece ho letto l'edizione Einaudi di cui non conosco il prezzo (regalo ma penso venisse sui 20€ o anche meno) e che vi consiglio non perchè è quella che ho letto io ma perchè presenta sia il testo originale sia la traduzione in italiano contemporaneo. Se decidete, come me, di affrontare il testo originale (tanto è italiano in prosa, molto ma molto tanto più facile di Dante e, se non capiste nulla, c'è pure il testo in italiano contemporaneo quindi è proprio a prova di imbecille) sappiate che non avrete difficoltà perchè Marco Polo, o Rustichello da Pisa o altri ancora per lui, scrivono in un italiano da prima elementare (e se mi dite <<ma noi in prima elementare non sapevamo scrivere>> sappiate che la cosa non cambia). Infatti vi capiterà di imbattervi in frasi come "In Giorgia hae uno re il quale chiama sempre David Melic, cioè a dire, in francesco, Davide Re" o anche "In Turcomania ha tre generazioni di gente" e, infine, "Quando l'uomo si parte di questa provincia ch'io v'ho contato, l'uomo discende per una grande china. ch'è bene due giornate e mezzo pure a china; e in quelle due giornate e mezzo non hae cose da contare, salvo che v'ha una grande piazza, ove si fa certa fiera certi dì dell'anno.". Ma non è che chi scrivesse fosse scemo (o sciemo) ma il linguaggio popolare italiano, il famoso volgare, ancora non era perfetto e ben delineato stilisticamente e quindi la gente scriveva un po' a palmo (anche di questo se ne riparlerà però). Quindi penso che tutti voi possiate, in definitiva, leggere il libro tranquillamente. Non aspettatevi una cosa troppo avventurosa, non è che Marco di ogni posto narri di leggende o favole particolari, però per un 250 pagine scarse di storia si può fare.


Chiudo questo brano con una canzone che, penso, possa anche provare a starci bene salutandovi fino a sabato prossimo quando, ahimè e ahivoi affronterò un nuovo merdalavoro!