Di
solitolibri che
compro non sono scelti a caso:ho, quantomeno, una vaga idea dell'argomento o dell'autore.Raramente,quindi,mi
capita di rimanere talmente scioccato in negativo da un titolo da non
riuscire a finirlo.Ho
cercato per molto tempo"L'Anti
Justine" (1798) di Restif de la Bretonnee,
quando lo trovai alla Feltrinelli di Genova, ero fuori di me dalla
gioia.Ma la
sensazione durò poco, molto poco. Non sono riuscito né a finirlo né
a riprenderlo in mano a due anni di distanza e non ne ho la benché
minima intenzione al momento. Per rendervi partecipi del mio disagio
andiamo a vedere insieme la trama!
Latramanon
esiste.L'anonimo
protagonistadall'incredibilesfilza di nomi imbarazzanti si limiterà a
riempire ogni concavità gli si pari davanti fin dalla tenerissima
età.Fine.Parenti, animali, nobili, prostitute, paggi
o oggetti: nulla può dirsi al sicuro!Non
esiste una sottotrama di alcun tipo, neppure abbozzata, il che
collabora a rendere il tutto estremamente patetico e ridicolo. I
titoli dei vari capitoli, poi, sono un programma!Passiamo da“Il
Bambino che Già Rizza”a“La Madre Fottuta”passando per“Il
Più Delizioso Degli Incesti” euno
dei più divertenti:“Consigli
di un Padre Mentre Sta Chiavando la Figlia”.Non aiutano la comprensione dell'opera anche
i nomi dei personaggi che diventano, man mano che si sposano, sempre
più lunghi e complessi, cambiando quasi di capitolo in capitolo. Per
stessa ammissione del traduttore,tra
l'altro, ci vien detto che non solo i nomi sono ininfluenti in
un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia in più punti i vari rapporti di parentela!
Quello
che mi ha fatto decisamente sorridere sono tutte le esagerazioni
sessuali tipiche dei più ingenui e inesperti pornografi che pensano
che "più è, meglio è". Oltre ai classici giganteschi
peni mortali, al liquido seminale usato come colazione prima di
andare dal promesso sposo ele
prestazioni fisiche degne di un treno a vapore, quello che più mi ha
sconvolto è la TOTALE incoerenza delle azioni. Non sono esseri
umani, ma nemmeno animali, è un continuo susseguirsi di
atteggiamenti assolutamente irreali, di molto al di là della barriera
della plausibilità!
La differenza principale tra Restif e De Sade è che mentre il primo scrive quest' obbrobrio per stupire,per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale e che non servono tanti giochi per divertirsi o cose complicate, il secondo ha dato piena concretizzazione al pensiero
filosofico del libertinismo portandolo agli estremi, creando una
para-filosofia del peccato e aprendo di fronte all'uomo il baratro
del Male.La
differenza tra un pornografo e un filosofo.
Tirando
lesomme:
un’opera nata dall’ invidia per il capolavoro del rivalee destinata a morire ignorata dai più che,
invece, ammirano il capolavoro Sadiano.Bisogna aggiungere altro?L’edizione italianaè,in
ogni caso,ottima
e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio
vivamente l’acquistoma,
se siete curiosi, perché no?
L'originale
articolo di 6 pagine è stato tagliato a 2 eliminando volgarità
inutili e imbarazzanti ma non pensiate che abbia tagliato dei
contenuti, anzi! Sfortunatamente il libro è solo questo, un
imbarazzante ammasso di volgarità! Le prossime volte ci sposteremo
in estremo oriente e faremo un piccolo viaggio attraverso la cultura
giapponese per approdare tutti insieme al 31!
Per scoprire di che si tratta venitemi a trovare sulla pagina Facebook!
Grazie a tutti per l'attenzione, ci vediao martedì prossimo!
Gli
animali passano sempre in secondo piano quando si analizza la storia
e la società. Invece, a dispetto di quanto si possa credere, sono
stati Fondamentali in moltissimi ambiti: medicina, diritto, scienze,
letteratura e arte. E di tutti gli animali quelli più affascinanti,
soprattutto per i Medievali che avevano, spesso, una limitata
capacità di movimento a causa di situazioni politiche poco propense
agli spostamenti, sono di certo le creature che provengono
dall'estremo oriente, terra mitica in cui i vari viaggiatori
testimoniavano di aver incontrato dei veri e propri prodigi. Basti
pensare a quello che ci racconta Marco Polo: formiche giganti, uomini
con la testa di
cane o acefali col viso sul petto e galline lanose
grandi come cammelli! Di fronte queste descrizioni la fantasia
dell'artista Medievale esplodeva e esigeva assolutamente di rappresentare l'animale in una bellissima e raffinatissima miniatura
per decorare il manoscritto che stava copiando. Ma come fare? Le
descrizioni non sono ricche di dettagli, lasciano troppo spazio alla
fantasia e spesso si rischia di incappare in grossolani errori come
nel caso del camaleonte, spesso scambiato per un grosso mammifero! Ma
ecco che, ogni tanto, animali misteriosi riuscivano ad approdare sul
continente Europeo e a essere studiati e osservati. Quella che vi
racconterò oggi è la travagliata storia dell'elefante Abul-Abbas e
della sua vita avventurosa!
Tutto
inizia nella notte di Natale dell'800, quando Carlo Magno viene
incoronato imperatore del Sacro Romano Impero da Papa Leone III nella
basilica di S. Pietro. Dopo questa sfarzosa investitura il califfo di
Baghdad Harun al-Rashid volle farsi amico il neo imperatore per
marciare con lui contro Bisanzio. A tal proposito gli inviò numerosissimi e preziosissimi doni provenienti dall'estremo oriente
tra cui animali esotici e bizzarri quasi mai visti in occidente. Però
tra tutte le schiere di scimmie, cammelli e leopardi a noi
interessano, in particolare, due bellissimi elefanti africani, il
fiore
all'occhiello di tutto il serraglio! Sfortunatamente uno di questi
annegò poco dopo essere partito da Alessandria d'Egitto ma, per
fortuna, il più bello e grosso dei due si salvò e sbarcò
felicemente a Pisa nell'801: si trattava proprio del nostro
Abul-Abbas! Da lì venne portato su fino a Pavia dove Carlo Magno
l'aspettava con gioia. Però il felice incontro durò molto poco:
l'imperatore se ne tornò subito ad Aquisgrana mentre l'elefante
venne portato in Liguria, imbarcato per la Marsilia e da lì risalì
per tutta la Francia attraverso la valle del Rodano, la Saona e la
Lorena fino a ricongiungersi col suo proprietario, dopo un'ultima
sosta a Metz, solo nell'803. Lì divenne, da quel giorno, una vera e
propria star: la gente veniva da ogni dove per poter vedere questo
prodigio orientale che, tuttavia, durò pochi anni. Ci sono due
versioni discordanti circa la sua morte: lo si vuole o morto durante
una spedizione militare contro i Sassoni nell'810 o annegato nel
Reno e il cadavere trascinato via dalla corrente. Forse, però, ci
rimane un "piccolo" ricordo di Abul-Abbas: la tradizione
vuole, infatti, che da una sua zanna venne realizzato un olifante per
Carlo Magno, come quello che nella "Canzone di Orlando"
l'eroe suona durante la battaglia di Roncisvalle! Quale sia, se ci sia effettivamente arrivato o se sia stato realizzato rimane, ancora oggi, un mistero...
Elefante slogato nella Città Proibita di Pechino
In
ogni caso questa vicenda dell'elefante ebbe un'importanza grandissima
proprio per gli artisti che lo poterono studiare e rappresentare in
maniera un po' più veritiera, anche se di certo non era questo
l'intento del miniaturista Medievale. Inoltre quest'animale è
Fondamentale nel sistema simbolico delineato dei bestiari e
rappresenta, fin dagli antichi Greci, uno dei migliori animali che si
possano trovare in Natura! Il problema della rappresentazione
dell'elefante, senza entrare troppo nel dettaglio, ha riguardato
curiosamente paesi anche molto distanti come Cina e Giappone: sarebbe
curioso uno studio comparatistico in questo senso, non trovate?
Elefante Giapponese a Nikko, Giappone
In
futuro avremo modo di analizzare l'importanza anche di altri animali
ma, per oggi, mi limito solo a questo. L'articolo è stato breve ma
mi ha fatto un piacere incredibile realizzarlo, forse proprio per la
sua leggerezza. In ogni caso l'appuntamento che vi do è per
mercoledì e giovedì rispettivamente a Pavia alla libreria il
Delfino e a Vigevano alla Feltrinelli per la presentazione/dialogo,
in collaborazione con Arcigay Coming-Aut Pavia, del libro "Tutta
un'Altra Storia: storia dell'omosessualità dall'antichità al
secondo dopoguerra" con l'autore Giovanni Dall'Orto (di cui vi
parlai QUI). Si tratta per me di un evento molto importante e vi
aspetto numerosi se no... appuntamento a martedì prossimo con un
nuovo articolo!
Ciao
a tutti e benvenuti, finalmente, a un nuovo articolo! Oggi parliamo
di "Spettri", una bellissima tragedia del 1881 del
norvegese Henrik Ibsen
Ho deciso di riempire l'articolo di opere del Norvegese Munch che esprimono perfettamente il clima delle tragedie di Ibsen.
(1828-1906). Per parlarne, però, devo per
forza fare spoiler e dare per presupposta la trama, in quanto il
fulcro della vicenda si svolge dopo un plot twist (seguito a raffica da molti altri) considerevole per
quanto posto all'inizio dell'opera. Per questo l'articolo è inteso
in particolare per chi ha sostenuto questa lettura condivisa con la
pagina GDL per il mese di settembre oltre a chi, normalmente, ha già
letto il libro per i fatti suoi: se siete coraggiosi entrate comunque a vostro rischio
e pericolo, lo spoiler qui è di casa! Inutile dire, inoltre, che il
dialogo e il confronto qui sotto nei commenti (aperti a chiunque) o
su Facebook sia più che ben accetto. Detto ciò sto zitto e vi
auguro buona lettura!
E,
appunto, il plot twist, il grande colpo di scena, posto all'inizio
dell'opera è un tratto caratteristico e inconfondibile delle
tragedie "sociali" di Ibsen come, pure, "Un Nemico del
Popolo", "Anitra Selvatica" e "Rosmersholm". La situazione iniziale,
pacifica e regolare, viene sconvolta da un terremoto
così potente da
non sconvolgere solo i protagonisti ma tutta la società borghese,
bersaglio principale dell'autore. Le storie di abusi e violenze del
capitano Alving non sono terribili solo per la vedova e per il
pastore Manders, ma lo sarebbero per tutta la comunità se
circolassero. Un colpo del genere metterebbe in crisi l'esistenza non
solo dell'asilo, ma di tutta quell'impalcatura di buoni valori
borghesi dietro ai quali si annida la perversione, l'ipocrisia e la
maldicenza di una società divenuta marcia nella sua calma e
placidità. E, in quanto possibile potenza distruttrice, il pastore
Manders ha la massima premura che la notizia non si diffonda: "Che
cosa penserebbe la gente?" "I vicini cosa potrebbero dire?"
"Oh se solo sapessero"... tutte frasi con un significato
forte e viscerale che saranno approfondite in "Un Nemico del
Popolo".
Ma
veniamo al pastore Manders, un bellissimo personaggio per la sua
coerenza, un po' meno per i suoi ideali. Maschilista, bigotto e
oscurantista, crede che le donne debbano sopportare le violenze che
si svolgono tra le mura domestiche per mantenere saldo il sacro
vincolo del matrimonio, che
il successo nella vita debba
corrispondere per forza a una volontà divina (notato come difende
sempre e comunque il capitano Alving?) e che da essa dipendano tutte
le cose che ci circondano. Egli si fa voce di Dio, portatore di una
volontà superiore, garante del giusto, convintissimo
della sua superiorità sopra tutti. Il pastore Manders è un ottimo
personaggio, scritto e descritto in maniera celestiale, coerente con
sé stesso fino al midollo. Così coerente che, quando vede che
qualcosa non torna, come Dio che concede la costruzione di un asilo
in nome di un mostro come il capitano Alving, agisce lui per conto
della divinità dando fuoco alla struttura quasi con noncuranza, facendosi
scoprire da Engstrand ma negando l'accaduto senza troppa enfasi,
riconoscendo con calma e sincerità la sua "colpa", anche
se tale non è ai suoi occhi: egli non ha fatto altro che mettere in
pratica il volere divino.
Altro
personaggio che non può non colpire è quello della vedova Alving,
martire delle tragedie che si svolgevano tra le mura di casa. Un
donna di una risolutezza indescrivibile, che ha deciso di sopportare
silenziosamente le sue disgrazie, di non darla vinta a un marito
tirannico e che vuole riscattare/vendicarsi di quello che ha
passato con la costruzione dell'asilo.
La vedova Alving è un
personaggio dalla psicologia complessa, un personaggio fortissimo e
risoluto che viene posta di fronte a una serie continua di tragedie,
dall'inizio alla fine. Ha una morale ferrea e tutta personale, che
coglie il bene da dove è possibile (ad esempio dal figlio
Osvlad) e cerca di trasformare e annullare il male per punirlo:
ovviamente non viene detto e non probabilmente nelle idee di Ibsen, ma
la vedova Alving è, anche se inconsapevolmente, Buddista.
Prima
di arrivare a parlare dell'atto terzo e del finale dell'opera mi
piacerebbe parlare di Osvald, il figlio degli Alving, e di questi
"spettri". Vi riporto uno dei brani più significativi al
riguardo per analizzarlo con voi:
"Ah
Manders, io credo che anche noi, tutti noi non siamo nient'altro che
spettri... in noi continua a circolare e a scorrere e a vivere non
soltanto ciò che abbiamo ereditato dai nostri genitori, dico il
sangue paterno e materno, ma anche tutti i pensieri immaginabili che
sono già stati pensati, le vecchie credenze morte e sepolte, ogni
specie di cose antiche e defunte a cui un tempo si è prestato fede e
così via, in una catena senza fine. Fantasmi senza vita che però si
annidano nel sangue, e che noi non possiamo scacciare."
Gli spettri sono ovunque, sono
l'inevitabile eredità che ci portiamo dietro dai nostri antenati da
quando la vita è comparsa sulla Terra, condizionano il nostro
essere, il nostro agire e le nostre azioni. Ogni cosa ne è
impregnata,
ogni cosa ha un'eredità inalienabile di cui dobbiamo
render grazia. Così Osvald, nell'approcciarsi alla giovane Regine,
sua inconsapevole sorellastra, ricalcherà le orme del padre e lei
quelle della madre, dando origine al fulcro della tragedia edipica
tipica delle opere di Ibsen. Tragedia, questa, inevitabile in un
mondo di spettri.
Questo il motivo, anche, della
malattia che Osvald ha ereditato dal padre. Un morbo terribile,
mortale e infamante: una malattia venerea. Segno della corruzione del
capitano Alving, rovina la vita, tra il detto e il non detto, a tutte
quelle persone che hanno avuto un contatto di un certo tipo con lui:
gli spettri non possono non colpire, è nella loro natura. Osvald,
sul finale, avrà una crisi mortale e dolorosissima: la vedova
Alving avrà il coraggio di ridurlo ad uno stato vegetale somministrandogli
una forte dose di morfina? Oppure farà soffrire fino alla fine il
figlio che ama più di sé stessa? Non ci è dato saperlo con
certezza, ma possiamo ragionare assieme: la soluzione sta in quello
che Ibsen ci dice e non dice attraverso una caratterizzazione perfetta dei
personaggi. Abbiamo detto, infatti, che la vedova Alving vuole
cercare di eliminare le infamie dell'ex marito tramite un atto di
bene, l'istituzione dell'asilo, così da annullarne, per contrasto,
la negatività. Ma, come sappiamo, Manders dà letteralmente fuoco a
questo progetto e gli sforzi fatti vengono vanificati. Le sofferenze
del figlio, che sta seguendo pericolosamente le orme del genitore,
sono la piena manifestazione del suo (loro) peccato (non in senso
religioso alla Manders ma, bensì, in senso morale). Secondo me, mi
farete sapere voi nei commenti se siete d'accordo, la vedova Alving
non allieverà il dolore del figlio ma, anzi, lo farà soffrire fino
alla fine, così simile al padre. In questo modo la bilancia
dell'equilibrio del mondo tornerà in pari e la signora Alving, donna
forte e coraggiosa ma testarda, avrà finalmente la sua vendetta su
chi l'ha tormentata per così tanto tempo, con o senza l'aiuto di
Dio.
Ciao
a tutti ragazzi, e benvenuti a un nuovo articolo! Oggi rispolveriamo
una vecchia rubrica, "Alle Origini del Mito", che avevamo
inaugurato con la storia di Topolino Stregone. Anche oggi non ho
voglia di allontanarmi dal mondo Disney e andiamo a parlare, quindi,
di uno dei personaggi più misteriosi e foschi del mondo dei cartoni
animati: mago Merlino! Dietro alla candida barba bianca, al cappello
azzurro a punta e all'aspetto ingenuo e scherzoso si nasconde, in
realtà, un essere demoniaco infernale, peloso come un orso e
tutt'altro che innocente! Quello che vi vado a raccontare oggi è
tratto da "I Romanzi della Tavola Rotonda", serie di testi
Medievali di autore/i anonimo e incerto, che potete trovare, anche se
con una certa difficoltà, per la Mondadori (altrimenti ne parlo un
pochino meglio qui). Il secondo libro, che recita come titolo
"Merlino l'Incantatore", narra della sua nascita e
infanzia.
Tutto
inizia con Gesù che scende in terra e i diavoli che si lamentano del
suo immenso potere che allontana gli uomini dalle loro grinfie.
Allora decidono di inviare un loro rappresentante, un vero
Anticristo, a contrastarlo. Nello stesso periodo viveva una ragazza
(non specificato dove!) molto bella e Satana le mise gli occhi
addosso. Allora le inviò una vecchia mezzana che provò a
convincerla a prostituirsi sfruttando il suo bel corpo ma lei, per
nulla convinta ed anzi inquietata, si rivolse al suo
promesso che la
mise in guardia sui trucchi del diavolo e invitandola a non dormire
mai al buio. Una sera, però, la sorella della nostra eroina, che
invece non si faceva troppi problemi a darla in giro, tornò a casa
con diversi uomini. La protagonista, infastidita, provò a buttarla
fuori ma venne picchiata dai pretendenti e fu costretta a rintanarsi
in camera dove si addormentò, pensando a tutte le cose brutte che le
erano successe in vita, dimenticandosi la luce accesa. Il Diavolo ne
approfittò subito e, trasformatosi in uomo, la stuprò nel sonno.
Lei realizzò l'accaduto solo il mattino dopo e, da quel giorno, si
diede a una vita castissima da reclusa: così il Demonio perse
l'anima della ragazza! 9 mesi dopo, però, non le fu più possibile
nascondere il pancione e venne scoperta dalle altre donne che la
portarono in tribunale: infatti chi, ai tempi, conduceva una vita
dissoluta senza accettare il ruolo di prostituta veniva condannato a
morte. I giudici, comunque, decisero di lasciarla prima partorire: a
tale scopo la rinchiusero con due damigelle in una torre blindata
dove diede alla luce un bimbo pelosissimo che chiamò, come il suo
padre morto, Merlno.
Il
bimbo era molto strano, tant'è che a 9 mesi già dimostrava 2 anni
abbondanti! Una sera la madre piangeva in preda alla disperazione per
paura della morte ma il pargolo, tra le sue braccia, le disse di non
preoccuparsi. Colpita dal miracolo improvviso, lasciò cadere il
bimbo ma quello iniziò a piangere senza emettere più parola. Le
damigelle, scettiche nei confronti del miracolo, si segnavano
continuamente imprecando contro la giovane madre e il bambino.
Questi, allora, riprese la parola e le rimproverò dando loro delle
peccatrici e delle oche! Le balie non potevano credere alle loro
orecchie e iniziarono a urlare spaventate fuori dalla finestra del
miracolo: la notizia si diffuse in un attimo e arrivò alle orecchie
del giudice che convocò subito madre e figlio. Stavano per finire
entrambi sul
rogo quando il bambino intervenne di nuovo e si rivolse
al magistrato dicendo di conoscere suo padre meglio di lui: gli
dimostrò che, in realtà, era il figlio del curato di paese e non di
quello che credeva essere il suo genitore! Strabiliato, il giudice
gli chiese chi fosse, allora, lo sconosciuto padre del bambino e la
risposta arrivò chiara e veloce: il Nemico. Per questo conosceva
tutte le cose passate e presenti ma, grazie alla fede di sua madre,
aveva accesso anche alla conoscenza dei fatti futuri. Lui e la madre
vennero assolti e lei andò a vivere per sempre in un monastero.
Egli,
essere immortale e dotato di incredibili poteri magici, divenne amico
d'infanzia di Uter Pendragon che, quando divenne re, lo scelse come
braccio destro. Da quel momento Merlino passò la vita a corte, vide
nascere Artù e Morgana (di cui diventò un incostante amante) e
accompagnò il giovane regnante al trono, proprio come nel film della
Disney. Intanto non si contano le strabilianti azioni di guerra, le
magie, i portenti, i travestimenti, gli scherzi e gli amori del
potentissimo mago che tutto conosceva. Un giorno, però, fece la
conoscenza di Viviana, una giovane fata, che voleva imparare da lui
tutti i trucchi del mestiere. Egli sapeva a cosa andava incontro, ma
nonostante ciò non poteva modificare gli eventi futuri ma solo
conoscerli. Le insegnò, così, tutto quello che sapeva, le costruì
un castello magico nascosto da uno specchio d'acqua e la fece
diventare sua amante (anche se era tutta un'illusione provocata da
lei che gli faceva solo sognare di unirsi sessualmente con lui). Un
giorno gli chiese come intrappolare una persona per l'eternità e
lui, anche se a malincuore, le insegnò il trucco: subito lo
imprigionò in una prigione d'aria inespugnabile per l'eternità! In
realtà si tratta di una prigione d'aria molto piacevole: infatti è
una bellissima camera da letto, la migliore che si possa immaginare,
dove Viviana lo va trovare tutti i giorni e trascorre, ancora oggi,
molte ore a letto con lui. Questa volta sul serio!
Quello
che più mi dispiace è che non ci sia né il tempo né il modo di
riassumervi in breve TUTTA la vita di Merlino, forse tra i racconti
più avvincenti dei "Romanzi della Tavola Rotonda"! Quindi
se avete domande, volete qualche approfondimento o cose simili
scrivetemelo o nei commenti o sulla pagina Facebook così che possa
ampliare un po' il racconto! Detto questo vi do appuntamento a domani per la videorecensione delle letture d agosto e a martedì prossimo per un nuovo articolo!
Salve
a tutti quanti e benvenuti a un nuovo articolo. Oggi si parlerà di
scuola, della sua importanza (e non-importanza) e del suo ruolo e
responsabilità partendo, come spunto, dalla celebre canzone dei Pink Floyd
"Another Brick in the Wall".
Per
farlo partiamo da un piccolo presupposto. La canzone è stata
composta nell'Inghilterra del 1978, un paese che dal punto di vista
dell'educazione è molto controverso. Moltissime le opere che, da
secoli, si occupano di questo problema sociale: già Dickens non è
che tratteggiasse la situazione con tinte color rosa pastello, ma le cose non
sono di certo andate migliorando. "Matilda" (sì, quello del film) di Roald Dhal è
un bellissimo e tristissimo romanzo sul tema che consiglio a tutti,
grandi e piccoli, insieme alla sua autobiografia "Boy".
L'educazione è sempre stata molto rigida e severa e comportava anche
pesanti pene corporali che i ragazzi di oggi, fortunatamente, non sono
costretti a sopportare pur persistendo un certo rigore almeno a
livello accademico. La scuola italiana, nonostante i suoi difetti,
fortunatamente non è più così e, quindi, dovremo far attenzione a
partire da un altro contesto per arrivare al nostro. Detto ciò
iniziamo a parlare sul serio.
A
cosa serve la scuola? Ad educare o a insegnare? Fortissimo il rischio che sia solo ed esclusivamente la seconda opzione se si vede, a mio parere, la scuola come un
luogo fatto e finito, in cui basta andare e passare, non importa se
con voti massimi o appena sufficienti. Se non vengono espresse le
potenzialità del ragazzo, se non lo si incuriosisce, se non lo si
abitua a pensare con la propria testa, sarà destinato a dimenticarsi
tutto quello che ha fatto e senza ragionarci su. Per questo, in
Italia, abbiamo un tasso del 47% di analfabetismo funzionale, ovvero
il non saper riconoscere ed interpretare la realtà che ci circonda elaborando i dati che riceviamo, non saper comprendere un documento
giuridico o compiere attività extra rispetto all'ordinario. La cosa
più preoccupante è che questo dato non è variato dal 1994 al
2008, denotando un'arretratezza nei metodi educativi.
Chiarito
il ruolo che dovrebbe avere la scuola, ovvero quello di trampolino su
cui saltare, in base alle proprie conoscenze e potenzialità, nella grande piscina del
sapere (e quindi della cultura), poniamoci la prossima domanda. La
scuola italiana è in grado di garantire questo servizio oggi come
oggi? La mia umile e modesta risposta è: no. Programmi troppo
stretti, tempi corti e classi eccessivamente numerose e/o
problematiche. Non sempre è possibile sviluppare ogni singolo
alunno, sia chiaro, anche volendo (e molti professori, non credete,
lo vogliono sul serio): manca, molto semplicemente, il tempo. A
questo c'è da aggiungersi tutti i possibili problemi di famiglie e
amicizie a cui i ragazzi, nel frattempo, possono andare incontro
facendogli perdere la voglia di continuare (la depressione tra i
giovani esiste, non facciamo finta di non vederla). Ma la colpa, che
piace così tanto agli italiani, la colpa, la colpa dov'è? Di chi è?
Quale il capro espiatorio, il signor Maloussen, il colpevole?
Potremmo dire che la responsabilità pesa su alcuni professori che
non hanno voglia/non sanno fare il proprio lavoro (e ragazzi
esistono, fidatevi, ne ho incontrati), sul programma scolastico
italiano troppo desueto ma alo stesso tempo così essenziale, sui
materiali non adeguati e costosi o sui genitori che a volte non si
curano dell'educazione dei figli ma la soluzione? Mi dispiace, cari
italioti, ma la soluzione a questo vostro amletico dubbio non esiste!
Non c'è una colpa, ci sono però tante responsabilità concatenate.
Servirebbe una vera riforma ma non della scuola o del governo ma
della mentalità comune, dell'uso del buonsenso e della voglia di
provare a cooperare. Ci vuole reciproca apertura mentale nel cercare
di superare i problemi comuni: è sempre colpa dei professori? è
sempre colpa degli alunni? è colpa del sistema? è colpa della
religione? è colpa del governo? Non importa trovare un colpevole, è
indispensabile però cercare di migliorare TUTTI la situazione.
Ma
veniamo alla domanda più interessante, la più scottante. È
indispensabile andare a scuola? E imparare? La domanda, a prima vista
di ovvia soluzione, viene da quel "You, Start to Learn!"
iniziale della canzone. La cultura è un obbligo imposto dalla
società o dovrebbe, ed è, parte di un normale processo di
formazione della persona? Teoricamente, a mio parere, la seconda ma,
di fatti, la prima soluzione è la più pertinente alla realtà. La
filosofia, prima forma di sapere teorico (anche se alle origini non
lo era affatto), è arrivata in modo autonomo e spontaneo, quando
l'uomo ha soddisfatto i suoi bisogni primari. I primi pensatori non
hanno avuto una scuola ma è pur vero che erano tempi
Veramente diversi, si era anche Molti di meno in società
assolutamente imparagonabili con quelle moderne. Eppure possiamo
provare a rapportarci ad adesso: l'uomo medio del paese ormai sviluppato ha pienamente appagato i suoi bisogni primari (viveri,
abitazione, stabilità) ma altri, tutti nuovi, gli vengono
costantemente imposti dalla società che lo controlla e manipola.
Potrà egli, quindi, sviluppare da solo un pensiero critico adeguato?
No, ha bisogno di un luogo in cui, stando con gli altri, possa
imparare ad usare il cervello. Nel 2015 non possiamo più permetterci
di essere dei semplici pastori, non possiamo osservare il rapido
scorrere della vita, non possiamo concederci rilassatezze ma dobbiamo
stare al passo coi tempi, capire le complesse meccaniche che ci
circondano e cercare di stare a galla. La scuola risulta, quindi,
indispensabile ma insufficiente da sola (ricollegandoci a quel che
dicevamo all'inizio, ricordate?).
Quindi, cercando di dare una risposta alla nostra domanda: sì, ormai
andare a scuola e avere un minimo di conoscenze base è più che
indispensabile, anche a costo di rinunciare in parte alla nostra
autonomia ed indipendenza. Ma quindi questo tipo di istruzione ci rende tutti uguali, "just another brick in the wall" ("semplicemente un altro mattone nel muro")? La risposta è semplice, rileggete bene l'articolo e la troverete da voi...
La
verità è che quest'articolo era ed è pensato per tutti coloro che
in questi giorni iniziano la scuola, elementare, media o liceo. Il
posto che frequentate, comunque lo affrontiate, che vi piaccia o
meno, sarà uno dei più importanti della vostra vita: è inutile e molto banale dirlo, ma godetevelo anche se non è facile! Noi ci vediamo martedì
prossimo, intanto fate i bravi e, se volete, ditemi che ne pensate
dell'articolo commentando qua o sotto e venendomi a trovare sulla pagina Facebook!
Ciao
e benvenuti a un nuovo articolo della rubrica "A Bordo di
Libro", la serie che ci accompagna nei viaggi della letteratura.
L'articolo di oggi riguarda il folle viaggio degli Argonauti, un
gruppo di 50 eroi dell'antica Grecia che, capitanati da Giasone,
hanno il compito di riportare in patria il misterioso vello d'oro
situato a est, ai confini del mondo, in Colchide (l'attuale Georgia).
Lì incontrano Medea, l'eroina che stiamo seguendo assieme quest'anno
con due articoli che potete trovare QUI e QUA e con un altro che
necessita di questo per essere introdotto. Infatti oggi non la
vedremo quasi per nulla ma ci concentreremo sul viaggio degli eroi
che, di per sé, merita un articolo a parte: infatti sarà, per i
nostri, ancora più complesso tornare a casa di quanto non fu per
Ulisse, come ci racconta Omero nell' "Odissea". Insomma, un
vero viaggio epico pieno di sfide impossibili, sesso e morte
raccontato dalla penna di un grande poeta quale fu Apollonio Rodio (295 a.C.-215 a.C.),
scrittore del periodo alessandrino! Ma non perdiamo altro tempo e
tuffiamoci in questa frizzante avventura! Se vi perdete ho messo una cartina spoilerosa a fine articolo!
Gli
antefatti ve li ho già spiegati all'inizio del primo articolo su
Medea ma, per non costringervi ad andarveli a leggere di là,
vediamo di recuperarli assieme. Pelia, re di Iolco, ha preso il
potere sottraendolo illegittimamente a suo fratello. Un giorno riceve
una profezia: la prima persona che si sarebbe presentato da lui senza
una scarpa lo avrebbe scalzato dalla sua posizione prendendo il
potere. Ed ecco che, da lì a poco, gli fa visita il figlio di suo
fratello, Giasone, un giovane della campagna che nel tragitto per
arrivare alla reggia aveva perso un sandalo in un fiume! Pelia è
sconvolto, teme di perdere il potere e allora escogita un modo per
mandare fuori dalle palle il giovane: gli intima di dirigersi fino alla selvaggia Colchide a prendere il vello dorato di quel montone
magico che, anni prima, aveva portato in volo Elle e Frisso, due
personaggi mitici figli di Atamante, lontani dal padre che li voleva
sacrificare. L'eroe non viaggerà da solo ma sarà accompagnato dai
50 eroi più famosi di tutta la Grecia tra cui Argo, che costruirà
l'omonima nave, Ercole e i Dioscuri, giusto per dirne alcuni. E da
qui inizia il viaggio vero e proprio.
Non
è facile riassumervi in breve le tappe ma giuro ci provo. L'isola di
Lemno è la prima tappa. Qui le donne avevano, precedentemente,
ucciso tutti gli uomini dell'isola perché si rifiutavano di
accoppiarsi con loro in quanto "puzzavano" per via di una
qualche maledizione divina. Loro, che non ci vedevano più dalla
voglia di... bhe ci siamo capiti, accolsero con GRANDISSIMA gioia il
gruppone dei cinquata bellissimi e muscolosissimi eroi e li
intrattennero... per ben un anno! Ercole, dopo un po', stufo della
situazione, riporterà tutti alla ragione facendoli imbracare di
nuovo. Gli argonauti, dopo essere stati ospiti del re Cizico in Tracia e aver
sconfitto con lui dei giganti a sei braccia figli della Terra,
partiranno nella notte ma, perdendosi, torneranno sulle stesse
spiagge dove, non riconoscendo nessuno nel buio, stermineranno
l'esercito dei loro benefattori, regnante compreso. Resisi conto
dello sbaglio leggermente troppo tardi, riprenderanno la navigazione
verso un'altra isola. Qui il giovane Ila, bellissimo e delicatissimo
scudiero-amante di Eracle, viene rapito da delle ninfe e portato
sott'acqua. Il gigante, pazzo di dolore, non seguirà più il viaggio
con gli Argonauti che si vedranno costretti a risalpare senza il
fortissimo compagno che proseguirà con le sue fatiche. Dopo un incontro di pugilato tra
uno dei Dioscuri e il figlio di Nettuno Amico, sconfitto e ucciso, la
navigazione si avvicina alla volta dell stretto dei Dardanelli dove,
in un fittissimo mare di nebbia, le porte del passaggio si
schiantavano l'una contro l'altra continuamente, affondando ogni nave
di passaggio. L'impresa sembrava impossibile ma, grazie al segno
premonitore di una colomba che, illesa, ce l'aveva fatta, gli
eroi si fanno coraggio e riescono per un pelo a superare l'ostacolo
mortale: in questo frangente, tra le varie cose, la nave parlerà
agli Argonauti ma, dato il tenore degli avvenimenti, mi pare, tutto
sommato, un avvenimento nella norma. Lungo la costa nord della
Turchia bagnata dal mar Nero perdono svariati compagni fino a raggiungere la
temutissima isola di Marte. Qui uno stormo di uccelli di ferro li
attaccherà scagliandoli contro le piume a mo di lance: i nostri eroi
ci metteranno un po' a capire che, per sconfiggere il nemico, sarò
necessario creare un frastuono tale da farli fuggire. Riescono
finalmente ad approdare e a riposarsi. Da lì a poco, lungo la rotta
incontrano quattro naufraghi: sono nobili della Colchide i quali,
grati per il salvataggio, verranno condotti finalmente a destinazione. Da
qui in poi la storia, se avete letto gli articoli su Medea, la
dovreste conoscere ma il ritorno sarà un po'... avventuroso!
Infatti
prendono su Medea e vello d'oro inseguiti (nel caso di Apollonio, o con il suo
appoggio secondo altri) dal fratello di lei. Alla prima sosta la cara
sorellina lo fa a pezzi con l'aiuto di Giasone per distrarre il padre
ma si rendono conto, anche in questo caso un po' troppo tardi, di
aver commesso un peccato sgraditissimo alle divinità. A questo punto
non possono più nemmeno passare, come all'andata, dalle pietre che
si schiantano perché nessuna divinità li vuole proteggere e hanno bisogno di
trovare un'altra via di fuga. Questo sarà possibile solo grazie alla
concezione greca della geografia del mondo che vedeva tutti i fiumi connessi tra loro (e no, non sto scherzando). Quindi tenetevi forte perché saliranno
su dal Reno, da lì si ricongiungeranno con il Po', si faranno la
Lombardia e l'Emilia, sbucheranno nell'Adriatico ma da lì verranno rispediti
indietro e dovranno, rifacendo un pezzo di strada, uscire sul Tirreno dalla Liguria. Dopo poco saranno costretti a fare una sosta dalla maga
Circe, zia di Medea, che con riti antichissimi li purificherà dal
loro peccato. Ripartiti, vicino alle coste del Nord Africa si
areneranno sulle aride spiagge e dovranno, attenzione, portarsi
la nave SULLA SCHIENA per chilometri e chilometri in mezzo al
deserto. Fortuna vuole che dopo 12 giorni di cammino riescano a
trovare un lago in cui bere e lasciare la nave. Loro non lo sanno ma
questa "fortuna" è
dovuta solo al fatto che Eracle non li aveva più
seguiti ed era andato avanti con le sue fatiche, tra cui
quella che avrebbe fatto sorgere la sorgente, futura salvezza
per gli ormai non più 50. Nel mentre altri eroi continuano a morire riescono, in
cambio di un dono, a farsi portare la nave in mare da Tritone, figlio
di Nettuno. Solo a questo punto, finalmente, dopo tanti anni Giasone
riuscirà a tornare a casa col vello d'oro e Medea.
Che? Vi siete persi?
Quel
che accade da qui in poi lo potete scoprire con gli altri articoli.
Mi dispiace che non ci sia tempo per approfondire la figura di
Giasone e di Ercole, meriterebbero uno spazio a sé: magari in
futuro, perché no? Quest'articolo mi serviva soprattutto come base
per il conclusivo sulla "Medea" di Pasolini che racconta,
in parte, anche le vicende degli Argonauti. Per il resto non posso far altro che abbracciarvi, darvi il benvenuto in questo umido settembre e, ricordandovi di passare dalla pagina Facebook, vi do appuntamento alla settimana prossima!
"Good
evening ladies and gentlemen" e benvenuti non solo a un nuovo
articolo, ma anche a una nuova, nuovissima rubrica. "Letterarte's Meaning of Life", titolo ispirato al celebre film
dei Monty Python (il mio preferito), si propone il compito
di porMi e porVi delle domande. Domande, queste, non di facile e
unica soluzione ma, anzi, molto Grandi e Importanti. Il "destino"
(chiamiamolo così per ora) ci pone davanti situazioni molto dure da
affrontare, realtà con cui è quasi impossibile convivere senza
diventar folli e agghiaccianti dubbi che non fanno dormire la notte.
Possiamo trovare una risposta univoca a certi quesiti? No, è
impossibile. Possiamo, però, cercare di affrontare il problema sotto
molteplici punti di vista e con un'ottica particolare per cercare di
sedare le nostre paure senza, però, poterle curare.
Mi
sembra chiaro che ci siano due noccioli duri da tener presente per
questo tipo di articoli: discussione e relativismo. Entrambi,
strettamente correlati, vogliono porre l'attenzione sul fatto che le
opinioni qui espresse sono le Mie, seppur ragionate, e non si tratta di risposte universalmente corrette: fatemi sentire le vostre! Ma bando alle
premesse, e iniziamo con la domanda di oggi:
In
Italia siamo 60 milioni e passa di esseri umani. Sulla Terra più di 7 miliardi. La
Terra è uno dei pianeti più piccoli del sistema solare. Il sistema
solare è uno dei miliardi di sistemi che compongono la nostra
galassia. Ci sono centinaia di migliaia di galassie, anche più
grandi della nostra. Ora, la nostra singola vita, quando si ha a che
fare con questa realtà schiacciante e opprimente, ha senso di
esistere? Serve a qualcosa? La nostra vita è inutile? Secondo me NO,
e ora vi spiego perché.
Giusto per intenderci, esistono stelle così grande che, a confronto, il Sole nemmeno si vedrebbe!
O
meglio, non lo è sotto un punto di vista ma sotto un altro lo è.
Sì, è inutile se confrontata con l'universo infinito e misterioso:
non conosciamo il 99.99999% del suo "funzionamento", non
sappiamo bene da dove viene o da dove veniamo noi stessi, del perché
del miracolo della vita e della nostra coscienza. Siamo come granelli
di polvere che fluttuano nel nulla cosmico, pronti a essere
schiacciati da un momento all'altro. Potremmo essere soli o in
tantissimi, al centro o in estrema periferia, persi in qualcosa che
va oltre la nostra comprensione.
Sì, in relazione a tutto questo la nostra vita è a conti fatti
inutile, che moriamo o viviamo i pianeti continueranno a muoversi per
conto loro, seguendo l'inesorabile moto impostogli dalla Natura.
MA
allo stesso tempo NO, la nostra vita non è mai inutile. L'uomo, si
sa, è un animale sociale e ha continue relazioni coi suoi simili, pur non volendo: anche l'eremita che si ciba di muschi e licheni in
Siberia penserà, volente o nolente, con un linguaggio umano
comunicabile, anche se non ha mai avuto modo di sperimentarlo. La
nostra relazione, virtuale o reale, con un "altro" crea,
automaticamente, un micro-universo formato da persone-pianeti,
ambienti-galassie e circostanze-moti universali. Poco importa se
asteroidi di passaggio o centri di gravità permanente, entreremo tra
i giri di "conoscenze" di un altro individuo anche solo
incrociando il suo sguardo per strada. Nel momento, quindi, che si va
a creare questo micro-universo siamo diventati importantissimi:
pensate se il Sole, stella più che modesta nell'universo, si
spostasse anche solo di poche migliaia di chilometri in una direzione!
L'intero sistema solare, e quindi a sua volta la galassia intera, ne
risentirebbe parecchio. Così pure noi diventiamo importanti anche
per il senzatetto che incroceremo all'angolo della strada. Certo, per
lui non saremo che un asteroide che vola lontano ma, come per magia,
se ogni mattina gli doneremo un euro diverremo dei piccoli pianeti a
suoi occhi. E lo stesso vale, ovviamente, anche al contrario ma non
per forza in modo proporzionale: potrebbe, infatti, non essere un
personaggio così essenziale nella nostra esistenza come lo siamo noi
per lui.
Ogni
azione genera delle conseguenze che saranno, in un modo o nell'altro, recepite dagli altri e produrranno reazioni. Così la nascita di un
bambino o la morte di un uomo sono sempre destinati ad avere la loro
dovuta importanza agli occhi degli altri, in qualunque caso, ma non
a quelli impassibili ed eterni dell'universo. Il nostro tempo di
permanenza su questo piano d'esistenza è breve, brevissimo, ma
possiamo fare veramente tanto per migliorare (o peggiorare, occhio!)
la vita al nostro vicino, basta un piccolo gesto.
A
questo punto lascio la parola a voi. Essendo il primo articolo non ho
voluto essere troppo prolisso ma presentarvi il mio punto di vista in
maniera molto sintetica. Ora mi piacerebbe sentire cos'avete,
invece, da dire voi: siete d'accordo? Sì? No? Perché? Vi ricordo
che potete farlo sia qui sotto (commenti aperti a tutti gente!) sia
sulla pagina Facebook. Mentre riflettete su cosa dirmi, vi do
appuntamento a martedì prossimo con un nuovo articolo!