sabato 22 febbraio 2014

Comunicazione di servizio (1): i fattacci mie e altro!

Questo è un post a sorpresa per tutti voi (e per me). Come potete vedere i caratteri sono diversi e probabilmente anche la grandezza non sarà la solita. Questo perché sto improvvisando il testo (quindi scusate se ci saranno ripetizioni o errori di battitura, non rileggo il testo) e non lo scrivo prima su World per poi copia-incollarlo. Ma dunque, che vi devo dire? Allora, come sapete, più o meno gli articoli escono uno a settimana all'incirca verso il sabato (anche se nell'ultimo mese ero un po' sfasato). Ebbene, domani niente articolo. Perché? Per più di un motivo:
1) Lunghezza: il nuovo pezzo sarà così lungo e complesso che dovrò dividerlo in due parti che pubblicherò lo stesso giorno: la trama da una parte e il commento dall'altra. Questo perché della "Storia Vera" ho ripreso ogni singolo episodio, perché volevo farvi capire il perché del mio entusiasmo di fronte a quest'opera. Quindi, brano più lungo=tempi di revisione più lunghi, tutto qua.
2) I tempi, appunto: sono molto molto stretto con i tempi per una serie di motivi personali. Innanzitutto giovedì ho dato l'ultimo pesantissimo esame del semestre (passato per fortuna) e questo mi ha sottratto tempo ma soprattutto energie, e tante. Inoltre, contemporaneamente, mi sto trasferendo a vivere da solo. Sì, a 20 anni da solo... certo, non sarò distante anni luce rispetto alla casa dei miei, starò via solo dalla domenica sera al giovedì primo pomeriggio ma intanto vi assicuro che curare l'arredamento, il riscaldamento una balla e l'altra toglie molto tempo e, anche qui, energie (anche oggi impegnato tutto il giorno per sta casa sono tornato che mi sentivo come un uovo sbattuto nella lavatrice). Quindi niente, sono stato molto preso.
3) Motivi familiari e personali. Ho avuto un pochino di altre preoccupazioni in sti giorni, ora risolte tutte nel migliore dei modi (so che stai leggendo, spero ti facciano piacere le mie parole!), che magari non mi hanno occupato fisicamente ma mentalmente sì.

Ora dunque, cosa accadrà nei prossimi giorni? Domenica sera avviene il trasferimento definitivo. (Lunedì ricominciano le lezioni. A casa non ho ancora internet. Dunque: il pc (partito comunista, ovviamente) me lo porto se possibile nella casa nuova, lavorerò ai testi, ma non potrò pubblicarli anche se tanto lo farei sabato in ogni caso. Però ciò vuol dire che non avrò alcuna forma di controllo diretto per quei giorni (finchè Fastweb non mi porta il macchinino per connettermi) ma mica muoio, poi torno più in forma di prima. Non penso che le lezioni ostacolino troppo il mio scrivere, non più di tanto almeno, certo, mi devo organizzare, ma per me recensire roba è un divertimento, non un obbligo. In ogni caso, se vedeste ritardi, nessun allarme, sono solo almeno minimamente impegnato in quel periodo. Anche  vero però che a maggio, il 5 forse, le lezioni finiscono e io torno dai miei, quindi nella condizione in cui vi ho scritto fin' ora. Quindi ricapitolando, non si chiude proprio per niente, non preoccupatevi (e chi si preoccupa direte voi), ho solo bisogno di tempo per stabilizzarmi.

Inoltre faccio un piccolo annuncio in via PER NULLA UFFICIALE. Forse aprirò una piccola collaborazione con un altro forum di ragazzi di cui conosco un membro che parlano un po' di robe varie da quello che ho capito, quando qualcuno vuole scrive senza obblighi e su vari temi. Questa collaborazione non ufficiale consisterebbe in una serie di miei articoli su un'opera di cui non vi parlo nel blog di letteratura: One Piece di Eichiro Oda. Sì, è un manga, un "fumetto" come molti dicono, ma non è soltanto questo. Innanzitutto è il più venduto di tutti i tempi (anche più del calebre Dragon Ball) e continua ad accumulare record stratosferici di vendita quasi ogni numero, quindi non propri una merda, ecco. Oltretutto a me, oltre che dal punto di vista grafico, piace per due motivi: le ambientazioni (di cui non parlerei) e i temi. Raramente in un manga di avventura come questo ho visto così tante tematiche di attualità (il razzismo, la concezione della storia, il valore dato ai defunti, il concetto di giustizia, il tradimento e la schiavitù per citarne solo alcuni) racchiuse in una storia a fumetti colorata, appassionante e intrigante come questa. Certamente molti temi non sono proprio sviscerati con dissertazioni psicologiche, ma portano il lettore a riflette a vari livelli, in base all'età e alla maturità, su questioni molto pesanti ma affrontate in modo leggero: spetta al lettore dare importanza a ciò che legge e a approfondire i termini che vuole quando e come vuole (cosa negataci dall' istruzione ora come ora). Ed è per questo che io volevo analizzare tutti i temi, saga per saga, senza parlare della storia, così tutti possono seguirmi, in maniera più o meno approfondita. Inoltre il primo articolo metterebbe in relazione proprio la "Storia Vera" con quest'opera: tantissimi sono infatti i riferimenti diretti nella trama. però non posso parlarvene sul Letterarte, non ce la caviamo più altrimenti e magari a voi non interessa. Però RIPETO, la collaborazione NON è UFFICIALE ANCORA, mi devono far sapere, magari rifiutano e nulla. Per cui, appunto, in caso di rifiuto e qualora a qualcuno di voi interessasse, se avete un blog in cui volete ospitare queste mie riflessioni, commentate qua sotto che poi ne parliamo in privato. Non è da escludersi che una collaborazione per uno non escluda anche l'altro, cioè potrei pubblicare gli articoli su più di un altro blog. Questo comporterebbe comunque una maggior visibilità e pubblicità per entrambi i blog, quindi tanta tanta pubblicità gratis!

Per il resto ho già più o meno una mia scaletta di possibili futuri articoli da pubblicare, state sempre aggiornati!
Un saluto da Riccardo, gestore del Letterarteblog! (come sono serioso, sembro quasi serio)

Pagina Twitter
Pagina Google Plus 

sabato 15 febbraio 2014

Il Grande Mistero di Luciano e Apuleio: due romanzi a confronto! (EXTRA)


Salve a tutti, e benvenuti a un nuovo capitolo! Oggi, dopo i soliti ringraziamenti (grazie), passiamo subito a questo articolo “extra”: infatti non tratterò di un’opera nel dettaglio ma della vita di due grandissimi autori, Luciano e Apuleio, che mi servirà da base per parlare soprattutto del primo nel dettaglio senza dovervi ripetere tutto ogni volta.

Innanzitutto, perché dedicare un capitolo a parte proprio per queste due figure? Della loro vita, in effetti, sappiamo molto poco ma le analogie tra i due sono così particolari e misteriose che meritano di essere analizzate perché creano un caso unico ed eccezionale nella storia della letteratura.

 Ma iniziamo subito con quello di cui più mi preme parlare, Luciano di Samosata (120 d.C.-190 d.C. circa). Egli nacque in Siria, all’estremità orientale dell’impero romano, a pochissimi passi dal regno dei Parti, o Persiani a dir si voglia, da una famiglia di ceto medio. Molte informazioni sulla sua infanzia ci vengono fornite dall’ opera autobiografica “Il Sogno” in cui racconta come, vista la sua predisposizione da bambino  a fare piccole statuette di animaletti di cera a scuola, sia stato introdotto nella bottega dello zio scultore. E questi, che il giorno che c’era lezione di pedagogia a scuola aveva la febbre, al primo sbaglio del piccolo Luciano, lo riempì di botte costringendolo a tornare a casa piangendo dalla mamma. La notte però fece un sogno molto strano: due donne, una grossa e rude, personificazione della Scultura, e l’altra aggraziata e delicata, la Letteratura, gli apparvero per cercare di convincerlo a scegliere una di loro. Ma il giovane Luciano, dopo la brutta giornata passata, non ebbe dubbi: Letteratura non fece nemmeno in tempo finire il suo discorso che il ragazzo già si era lanciato tra le sue braccia. L’opera, molto breve e semplice, presenta qualche tratto interessante che mi ha colpito. Innanzitutto tutti i nomi dei familiari, del nonno e del padre in questo caso, sono stati volutamente censurati dall’autore con una serie di asterischi. In un’epoca in cui il concetto di privacy non era poi così importante la scelta risulta particolare. Inoltre, se Luciano si fosse vergognato della sua famiglia di origine, non avrebbe continuato per tutta la vita a vantare le sue origini culturali siriane (nessuno al tempo gli chiedeva un kebab senza salsa bianca) e, se fosse stato famoso presso i suoi contemporanei, perché evitare che la sua fama ricadesse sui suoi parenti? Un’altra particolarità sta proprio nella scelta dell’argomento. Un’opera autobiografica e elogiativa allo stesso tempo è tipica solo di figure molto egocentriche (come Cicerone che, tra le righe, e sono molte, si vanta di aver salvato tutta Roma da solo), non di autori scherzosi e spiritosi come lui che anzi ridicolizzava questi personaggi scrivendo feroci testi satirici. Certo, scrisse molte opere strane come l’ ”Elogio della Mosca”, ma questo perché faceva parte dei neosofisti, una corrente filosofica che sosteneva che si potesse parlare di qualunque cosa sostenendo, grazie all’uso illimitato della parola, tutto e il contrario di tutto (ma diciamo pure che ci tornerò su un’altra volta, se sto a spiegarvi tutto ora non ce le caviamo più). Per il resto, della sua vita, non sappiamo troppo: si mosse prevalentemente tra l’Italia, la Grecia e l’attuale Turchia diventando maestro di retorica e ricoprendo incarichi politici vari. Egli attraversò diversi periodi di produzione, da quello puramente satirico (il “Dialogo dei Morti”) a quello filosofico (“I Filosofi all’Asta”), fornendoci diverse biografie di personaggi celebri del suo tempo con ritratti nitidi, particolareggiati e spietati (“Alessandro o il Falso Profeta”). Ma di tutte queste opere ho deciso che ne parlerò a parte: infatti, come avrete capito, Luciano è uno dei miei autori preferiti di sempre e ci tengo a sviscerarlo bene ma con calma, così da non confondervi le idee. Quel che mi importa ora è invece palare della sua attività di romanziere con “La Storia Vera” e “l’Asino”, opera di cui ci occuperemo oggi mentre l’altra la rimando al prossimo articolo!

Ma ora passiamo invece ad Apuleio (125 d.C.-170 d.C.)! Egli nacque a Madaura, nell’attuale Algeria, ma non sappiamo nulla né della sua famiglia di origine né ci sono pervenute troppe notizie certe sulla sua vita. Sappiamo che, di sicuro, egli amava viaggiare tantissimo, tant’è che si recò pure in Egitto dove si convertì al culto di Iside e Osiride (religione di cui ci parla anche Plutarco in un trattato particolare, “Iside e Osiride” appunto). Tale scelta religiosa fu talmente determinante da influenzare il suo più grande lavoro, le “Metamorfosi o Lucio e l’Asino d’Oro”, soprattutto nel finale (di cui non vi spoilero NULLA DI NULLA, andate a leggervi il romanzo che merita assolutamente!). Ma, attraverso un suo lavoro autobiografico, “La Magia”, noi sappiamo che fu accusato da della gente di un paese del nord Africa di essere uno stregone. Quest’ accusa, ovviamente infondata, era stata fatta da dei parenti di una vecchia e ricca vedova che il giovane Apuleio era stato accusato di aver sedotto con dei filtri magici per poi sposarla (ma lui l’amava comunque, sicuro). In quest’opera, che altro non è che il testo di difesa scritto e pronunciato da Apuleio, sono presentati tutti gli indizi che avevano portato gli accusatori a condurlo davanti al giudice e si basavano su fatti che noi oggi definiremmo normali ma che per quell’epoca erano qualcosa di magico e misterioso come… lavarsi i denti (cosa sconosciuta ad alcuni ancora oggi) con del dentifricio (sì, c’era già ai tempi, e veniva importato dall’oriente) e guardarsi allo specchio (il vetro ai tempi veniva poco usato perché difficilissimo da realizzare). Non sappiamo poi come andò a finire il processo, ma è probabile che Apuleio si sia salvato. Ma perché è così interessante questo testo? Innanzitutto si tratta di una delle pochissime difese in tribunale che ci è giunta per intero di quel periodo storico oltre ad essere l’unico vero documento biografico sull’autore in nostro possesso. Come si può evincere dal testo, Apuleio era molto interessato alle culture diverse dalla sua e assorbiva usi e costumi particolari che lo rendevano misterioso e sospetto agli occhi della gente (come un templare o un Maya, dicono le fonti). Per il resto non sappiamo nulla, nemmeno come si chiamasse veramente! Il nome che ci è stato tramandato, Lucio, è lo stesso di quello del protagonista della sua opera e la cosa è alquanto sospetta. Come può essere successo? Vi ricordate forse di quel patriarca bizantino, Fozio, a cui piaceva scrivere riassunti e di cui vi ho parlato qualche articolo indietro? No? Malissimo, ma potete rimediare andando tutti QUI per mettervi in pari! In ogni caso il sant’uomo (nel vero senso della parola)  decise di riassumere anche la trama di quest’opera, forse attribuendo al suo autore il nome del protagonista, confondendosi come un ubriaco a un Gay Pride (cose che capitano quando ancora Wikipedia non esisteva anche se, diciamocelo, prima di scrivere certe cagate poteva anche buttarci un occhio a quel che faceva o fare almeno un paio di riletture). Ma, attenzione, il nostro Fozio potrebbe averne fatte anche di peggio! Infatti pure Luciano (forse, ma non si è certi sia lui) ha composto un’opera molto molto simile, “L’Asino” appunto, di cui il nostro riassuntista (o riassuntatore, fate voi) parla. Ora, che Luciano sia diventato il Lucio del libro e questi a sua volta Lucio Apuleio? Molto probabile ma… tutte ste storie di asini da dove spuntano (ma soprattutto, la mia voglia di parlare di questi animali, da dove nasce?)? Perché c’è un mega romanzo al riguardo e poi un suo riassunto con un finale completamente diverso? Da dove sono nate tutte queste leggende? Non lo sappiamo. Non ci sono arrivati infatti altri romanzi o testi che accennino ad alcun tipo di trama del genere. Però, senza un modello precedente, non è possibile che due opere del genere siano nate nello stesso periodo e con caratteristiche così sfacciatamente uguali! A questo punto diventa una semi certezza ormai che Apuleio e Luciano (o chiunque abbia scritto quest’opera) quantomeno si conoscessero o avessero a che fare con un circolo culturale perlomeno simile.

Quindi, per riassumere, ci ritroviamo con due autori contemporanei parecchio misteriosi, entrambi grandissimi viaggiatori e conoscitori di culture molto lontane che hanno scritto opere molto molto simili (quella di Luciano è veramente un riassunto di quella di Apuleio, riprende anche gli stessi episodi). Una cosa del genere è destinata a non ripetersi mai più nella storia della letteratura e ciò mi fa sospettare che sotto ci sia qualcosa di più di una banale collaborazione o scambio di idee. Probabilmente è andato perso uno dei più grandi romanzi mai stati scritti sulla faccia della terra e, che per un motivo  per l’altro, non ci è arrivato. La stessa opera di Apuleio fu rinvenuta solo nel 1300 da Boccaccio (1313 d.C.-1375 d.C.) che la utilizzò come spunto per il suo “Decamerone” (1351). E non è nemmeno difficile immaginare perché la trama sia stata così censurata dai copisti medievali dati i contenuti parecchio spinti (il culmine viene raggiunto con un episodio di zoofilia in cui l’asino, date le sue doti, è il protagonista indiscusso tanto per intenderci). Inoltre, all’interno dell’opera di Apuleio, è incastrata, proprio a metà, rompendo tutta la storia, la famosa favola di Amore e Psiche che ispirò tantissime opere d’arte successivamente (tipo questa e questa).

Prima della conclusione qualche informazione per i consigli sugli acquisti! “La Magia” di Apuleio io l’ho trovata in un’edizione sconosciuta ma molto accurata della “Acquarelli”, una collana della Giunti penso introvabile (non c’è su il prezzo per dirvi), però l’ho vista in giro anche in economica della BUR, per cui penso venga 10€ o anche meno. Il “Sogno” e l’ “Asino” di Luciano li ho trovati insieme al “Gallo”, un dialogo filosofico molto divertente, in un unico libricino (di cui non trovo la copertina) della Oscar Mondadori a soli 9,50€ e, penso, non sia difficile da trovare. Infine per le “Metamorfosi” di Apuleio andate sul sicuro con una versione BUR completissima di note a soli 10,60€. Tutte queste opere sono facili da leggere, interessanti ma soprattutto divertenti e godibilissime quindi che aspettate a prenderle?

Ed eccoci arrivati alla fine di questo articolo. So che non è stato magari dei più brillanti ma mi serve come base per parlarvi tranquillamente di Luciano. Ed è per questo che ho deciso di considerarlo un extra, qualcosa di piccolo e a parte, che mi serve da introduzione al prossimo brano in cui parlerò della “Storia Vera”, una delle mie opere preferite di sempre e su cui mi soffermerò parecchio. L’unico dispiacere è di aver liquidato così in fretta il povero Apuleio col suo straordinario romanzo ma, veramente, sono stufo di parlare di asini, basta! Quindi nulla, se avete trovato un po’ giù di tono questo articolo non preoccupatevi, col prossimo si ricomincia alla grande! Ovviamente COMMENTATE condividete e mi piacciate! Questo brano lo dedico agli amici dell’associazione “Anche Fozio Ha un’Anima” che da anni si batte per salvaguardare la figura del bistrattato santo bizantino che altrimenti sarebbe bandito da ogni libro di testo.

Pagina Twitter:Twitter

Pagina Google Plus:Google Plus

venerdì 7 febbraio 2014

Collana i "merdalavori", ep II: il maledetto "Castello di Otranto"


Un saluto a tutti quanti e benvenuti a questo secondo merdalavoro! Però, prima di iniziare, ci tenevo a dirvi due cose: innanzitutto GRAZIE, ma davvero tanto! <<Ma come, ma basta dire grazie, già l’altra volta sembrava ti avessimo donato il fegato!>> Sì, questo lo so, ma stavolta abbiamo superato le 1000 visualizzazioni in un mese, che altro posso aggiungere? Inoltre ci tengo a ricordarvi che, in questa collana, più che nelle altre, sto esprimendo il mio personale gusto e opinione sulla bellezza e gradevolezza in sé dell’opera (e sul suo senso logico spesso e volentieri) ma non sul suo valore artistico e letterario: infatti, se il libro mi ha fatto schifo da una parte, dall’altra apprezzo e riconosco il significato dell’opera in quanto tale. <<Sì, ma se non ci dici di che vuoi parlare noi come facciamo a capire? E dì sto titolo, su forza, ogni volta mille giri di parole prima di rivelarlo…>> Bene, questa volta vi voglio parlare del primo romanzo gotico della storia della letteratura, ovvero del “Castello di Otranto”(1764) di Horace Walpole (1717 d.C.-1797 d.C.)!

Ma iniziamo, come al solito, con qualche breve cenno alla vita del nostro autore. A scuola, magari, avrete sentito parlare del famoso politico e “economista” (perché non si può certo dire che fosse un genio nella materia) Robert Walpole (1676 d.C-1745 d.C.) famoso per aver compiuto un’operazione finanziaria a dir poco rovinosa che portò l’Inghilterra sull’orlo del disastro economico (una specie di misto tra Andreotti, Craxi, Berlusconi e Monti insomma). Per riassumervi molto velocemente un suo ipotetico discorso fatto agli inglesi, possiamo ipotizzare che avrebbe più o meno detto:

<<Salve a tutti, ricchi investitori inglesi! Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva. Quella buona è che ho convertito tutti i vostri titoli di stato in azioni per la “Compagnia delle Indie” che rischiava il tracollo finanziario! In pratica tutti i vostri soldi sono stati investiti in questa compagnia che commercia con le nostre care e prolifiche colonie. Ma passiamo alla notizia brutta: la Compagnia delle Indie è fallita e i vostri soldi sono andati persi!>>

Ovviamente le cose sono  state molto più complesse di così e il nostro fine economista cercò di correre ai ripari, ma non siamo qui oggi a parlare di lui. Infatti, come qualche panciuta professoressa di inglese potrebbe far notare, <<Eccheccentra Robert Walpole con l’autore del “Castello di Otranto”?>>. Horace Walpole non era che suo figlio (cresciuto nei peggiori bar di Caracas proprio)! Il nostro scrittore, a dir la verità, non ebbe una vita poi troppo affascinante: fece un grande viaggio per l’Europa da giovane, come era di moda tra i nobili del tempo, con il suo amico Thomas Gray (1716-1771), un noto poeta preromantico, che lo influenzò tantissimo. Tornato in patria diventò politico per poco tempo grazie ai giri del padre (sì, gli inciucci erano parecchio efficaci per trovare lavoro anche all’epoca). Per il resto, a parte un grande epistolario di oltre 3000 lettere (sicuramente tutte interessantissime, eh, per carità…) e il “Castello di Otranto” non compose nulla di speciale.

Ma passiamo al romanzo. Purtroppo. L’opera è ambientata a Otranto (ma dai? Non l’avrei mai detto!) nel 1300 circa, non troppo tempo dopo le crociate. L’intreccio è volutamente molto molto confuso e, per una visione dei contenuti più approfondita, vi rimando alla fonte somma del sapere universale (Wikipedia) che vi aiuterà a comprendere il perché non voglia troppo addentrarmi nel dettaglio. Per i meno curiosi di voi  ecco delle linee generali per comprendere quanto segue, ma prima…

SSSSSPOOOILEEER!

(così, tanto per essere sicuri che nessun figamolle ingenuone ci caschi in pieno e poi si lamenti)

Il protagonista/antagonista è Manfred (tipico nome medievale del sud Italia), proprietario del maniero di Otranto, dove vive con la moglie e i due figli, un maschio e una femmina. Il ragazzo si deve sposare con una ricca feudataria ma, proprio il giorno delle nozze, viene schiacciato da un elmo gigante, grosso più o meno come una casa, nel cortile del castello. Sì, avete capito bene, ma ve lo ripeto per sicurezza. Viene schiacciato da un enorme elmo medievale di qualche tonnellata caduto dal cielo senza un perché. Ma non è questo l’unico fatto straordinario. La servitù, a volte, aprendo la sera le stanze del castello, vede degli arti giganteschi muoversi e, a un certo punto, un ritratto si stacca dalla tela e inizia ad aggirarsi per i corridoi del maniero. Ma chi è questo misterioso e titanico cavaliere che si aggira indisturbato per la reggia? Un giovane contadino, quando viene rinvenuto ciò che rimane del corpo del figlio di Manfred, dice che l’elmo gigante è uguale identico a quello di un antenato del protagonista che combatté nelle crociate. Inoltre afferma che dalla statua dell’eroe, conservata nella chiesa, è venuto a mancare proprio il copricapo da battaglia. Ovviamente, seguendo una logica di stampo medievale a dir poco impeccabile, il popolo pensa che il povero contadino sia il colpevole del tutto e, tanto per non perdere tempo, si appresta a farlo fuori sul posto senza troppi complimenti quando interviene il parroco del paese che lo salva affermando che quello in realtà è… suo figlio (musica drammatica)! Questo è il primo dei tanti colpi di scena completamente a cazzo del romanzo, ma non temete, ci tornerò sopra più avanti. Intanto Manfred è disperato non tanto per la perdita del figlio (non ci avrebbe messo tanto a sfornarne uno nuovo) quanto per il fatto che non può acquistare nuove terre tramite il matrimonio e consolidare il suo potere. E allora che fa? Gli viene in mente un’idea geniale e assolutamente improbabile per l’epoca in cui è ambientata la vicenda: vuole divorziare dalla moglie per sposarsi lui con la ex-promessa sposa del figlio cercando di convincerla ad accettarlo come sostituto. E qual è il modo più sicuro e romantico con cui cercare di convincere una giovane ragazza a sposare te, vecchio e brutto feudatario? Ma che domande, ovviamente CERCANDO DI STUPRARLA (oltretutto fallendo miseramente)! Il giorno dopo arriva Federico, il padre della fanciulla, il quale, oltre a volerla riportare a casa, dice di essere il vero erede del principato di Otranto. Comincia così una serie di inseguimenti di coppiette innamorate e uccisioni casuali (del tipo: <<Oh, eri tu? Scusa, non mi ero accorto di star combattendo contro mia figlia, che sbadato>>) che portano a un finale assurdo: il castello crolla e appare la gigantesca figura dell’antenato crociato tra le rovine mentre San Nicola, dall’alto dei cieli, nomina vero erede il figlio del parroco (San Nicola recentemente paparazzato). Chi si doveva sposare si sposa, i cattivoni vivono male, gli altri no e finisce così. Su dai, diciamolo tutti insieme:

QUESTA TRAMA È

UNAMMERDA

Cioè, è veramente difficile trovare un senso a questo pattume. Mi dispiace dirlo, perché si tratta di un’opera talmente importante da aver dato il via a un intero genere letterario, quello del romanzo gotico, ma questo è veramente troppo! Torniamo a parlare dei punti dolenti del libro che ci attendono dolorosi e numerosi.

FINE SPOILER!

La trama del libro diciamo che non si basa su un concatenarsi logico di eventi ma su colpi di scena a raffica buttati dentro a forza solo per tenere alta la curiosità nel lettore, altrimenti si sarebbe decisamente annoiato (è come puntare solo sugli effetti speciali per un film, perché la sceneggiatura fa schifo, senza saperli fare). La cosa, infatti, volendo semplificare (ma nemmeno troppo) si può riassumere con:

<< Aspettate tutti, io non sono tua madre ma sono… TUO PADRE! (musica molto drammatica)>>, << E io non sono tuo figlio ma… TUA ZIA!(musica drammaticissima)>>, << Eh no, non così in fretta! Infatti io non sono il cane ma… LO SCERIFFO DELLA CITTÀ e ti dichiaro in arresto! (una musica così drammatica che più drammatica non si può)>>.

 E così per pagine e pagine (una sorta di episodio di Scooby Doo in loop). Ma qualcuno potrebbe dire:<< Sì, ok, ci sono tantissimi colpi di scena, ma in un romanzo abbastanza corposo non ci stanno poi tanto male, ravvivano l’azione.>>. Sì, gentile lettore, questo è vero, però peccato che il libro non superi le 100 pagine.

 Inoltre ogni colpo di scena è seguito da intere paginate di dialoghi del tipo:

 <<Oh, mi è successo qualcosa di terribile che nemmeno immagini!>> <<Ommioddio che cosa ti ha turbato così tanto? Parlamene, ti prego!>> <<No, non posso, è qualcosa di veramente tragico!>>                              <<Ma ti prego, sono in ansia, comunicamelo subito!>>                             <<No, sul serio, rimarresti sconvolta…>>                                                            << Su dai, siamo amiche, a me puoi dirlo, sfogati!>>                                       <<E va bene, se proprio vuoi… sappi… sappi… sappi che… è finito il latte! (il dramma proprio)>>.

 Questo misero espediente narrativo per far crescere l’ansia (e il nervoso) del lettore sono lunghi anche pagine e pagine in cui non succede veramente NULLA DI NULLA!

Passiamo poi ai prodigi prodigiosi e ai misteri misteriosi. Una sola domanda: PERCHÉ? Sì, perché è caduto un elmo gigantesco scomparso da una statua? Perché appaiono arti a caso nelle stanze del castello? Perché i dipinti si staccano dalle tele? Perché compare San Nicola? Perché? Come? Non lo sappiamo. Probabilmente il tutto ha a che fare con i Maya e gli alieni (con i templari di sicuro stavolta!), ma non possediamo abbastanza prove. Molti di questi miracoli sono oltretutto fini a sé stessi. Quando, ad esempio, Manfred sa di ste gambe e braccia per il castello, pensate si preoccupi, che cambi le sue azioni in qualche modo, che si redima? Certo che no, nulla di tutto ciò, continua a vivere tranquillo come se non fosse successo nulla. E allora perché inserire un episodio del genere?

Ma ancora, questo romanzo è completamente sconnesso dal punto di vista storico. Non dimentichiamoci che siamo nel 1300. Quando mai, in quell’epoca, le persone si separavano o potevano anche solo pensare lontanamente di fare una cosa del genere? Solo nel 1500 Enrico VIII (1491 d.C.-1547 d.C.) ci ha provato e per farlo ha dovuto fondare una religione tutta sua, figuratevi come il principe di Otranto, duecento anni prima, sarebbe mai potuto arrivare a un passo del genere! Poi, una parte che mi ha fatto morire dal ridere è quella del quadro con il dipinto che si stacca dalla tela. E voi vi chiederete: <<Maccheccè di così divertente in una cosa del genere?>>. Vi devo proprio ricordare come erano fatti i disegni in quell’epoca? (gente disegnata molto bene) Cioè, immaginatevi questo personaggio deforme in 2 dimensioni, con gli occhioni tutti d fuori, che cammina per le stanza del castello come i fantasmini di Pac-Man sullo schermo!

Inoltre i personaggi sono stilizzati in una maniera atroce: Manfred, il cattivo, è veramente cattivone cattivone e malvagio, la giovane fanciulla casta e purissima e i servi, per dire, sono tutti dei tontoloni balbuzienti ma la lista potrebbe essere molto lunga.

Tirando le somme, questo libro fa proprio schifo sia come intreccio sia per la tecnica narrativa. Però la sua influenza è stata grandissima (basti pensare che il “Manfred” è un famoso poema di Byron e Matilda, la figlia del protagonista, sarà il nome dell’eroina del romanzo omonimo di Mary Shelley di cui parlerò) ma adesso non è il tempo di parlare dei tratti generali del romanzo gotico e di quanto sia effettivamente molto bello. Rinvio infatti il tutto a un pezzo che farò tra non troppissimo su un VERO capolavoro del genere, il “Monaco” di Lewis.

Il libro, che mi è stato regalato per cui non so dirvi il prezzo, l’ho letto in un’edizione molto dubbia della “Costa&Nolan” (sembra il nome di una coppia di musicisti di quelli che suonano la fisarmonica nelle balere) di cui non so nulla anche se ce ne sono molte altre edizioni e non avrete troppa difficoltà a trovare questo merdalavoro. Ovviamente, personalmente, vi sconsiglio l’acquisto dell’opera, ma potrebbe piacere ai più masochisti di voi.

Vi ringrazio ancora tantissimo per tutte le visualizzazioni e il vostro supporto! Ovviamente mipiacciate, condividete ma soprattutto COMMENTATE! Ditemi le vostre esperienze con questo libro se ne avete avute, oppure ditemi cosa ne pensate dell’articolo o insultatemi, come vi pare! Dedico questo brano alla mia professoressa di italiano che, l’ultimo giorno della quinta liceo, vedendomi arrivare tutti baldanzoso con il libro sottomano per chiederle una piccola dedica, dopo aver fatto una sofferentissima espressione di dolore, mi scrisse sulla prima pagina “Lo sai, non condivido con te certe scelte culturali, oltranzistiche… Ma ammiro e apprezzo la tua passione…”

La prossima volta invece torniamo nel passato a parlare di due autori abbastanza misteriosi ma pieni di fascino: Luciano ed Apuleio!


Pagina Google Plus:Goggle Plus

Pagina Twitter:Twitter

martedì 28 gennaio 2014

Collana "A Bordo di Libro" (titolo provvisorio), ep.0: Il Viaggio Come Supermanto di Ogni Limite: Thule e l'opera di Antonio Diogene


Chiusi nella nostra stanza, il capo chino sui libri e l’aria, sempre più viziata, ormai irrespirabile è inevitabile che il nostro sguardo cerchi la libertà fuori dalla finestra: il sole splende scintillante, gli uccellini volano liberi da qualunque legame nel cielo limpido e tutto sembra pieno d vita (immagini bucoliche a caso). In questi momenti vorremmo essere in posti sconosciuti, lontanissimi, circondati da suoni, odori e colori indescrivibili… ma il corpo rimane legato alla nuda, fredda e grigia realtà. Viaggiare, muoversi e ampliare le proprie conoscenze è il principio primo che ha portato l’uomo a essere più civilizzato e aperto, a entrare in contatto con comunità dagli usi e i costumi molto diversi dai suoi (e poi a bombardarlo coi droni, ma questa è un’altra storia). Ma come abbattere queste barriere spazio-temporali che ci tengono legati tra le quattro mura di casa nostra (ovviamente senza utilizzare un disintegratore di materia al plutonio arricchito)? Uno dei modi più semplici e rapidi è quello di accendere il cervello (sempre che riusciate a trovare l’interruttore), aprire un libro e immedesimarsi, anima e corpo, con il contesto vissuto dal protagonista della nostra storia. Ed è proprio questo il proposito della mia nuova collana! Ci addentreremo in terre lontane e leggendarie popolate da essere bizzarri e mostruosi (no, niente rettiliani, mi dispiace) che ci sorprenderanno con il loro aspetto e le loro inusuali abitudini.

Ma ci serve un punto di partenza comune, un “gate” a cui ritrovarsi (come i gruppi organizzati alle sei di mattino alla Malpensa). E quale posto migliore se non il confine estremo del mondo conosciuto dagli antichi, l’ ”isola che non c’è” per eccellenza? Di che sto parlando? Ma della nordica Thule! Quest’isola, in cui i periodi di luce e di buio durano mesi e mesi, circondata da un mare ghiacciato e morto, viene descritta per la prima volta da un certo Pitea di Marsiglia che, circa nel 330 a.C., dice di averla raggiunta navigando per sei giorni dalla Britannia (Greci in Inghilterra 300 anni prima di Cristo… scommetto che non ce li avreste mai visti!). Questo aneddoto ci viene riportato da storici illustri quali Polibio (206 a.C.-124 a.C.) e Strabone (60 a.C.-23 d.C.) come esempio negativo, perché raccontaballe, di avventuriero o “logografo”, come lo definivano i Greci. Questo termine veniva usato per indicare chi si metteva a fare lunghissimi viaggi in terre sconosciute a raccogliere informazioni interessanti sui costumi e le tradizioni degli altri popoli da raccontare, oralmente o per iscritto, a chi non si poteva muovere (ancora non c’era la Lonely Planet, ci si doveva accontentare). Il problema nacque però quando i vari autori cominciarono a comporre i loro diari di viaggio standosene tranquillamente seduti a casa e inventandosi tutto di sana pianta, oppure aggiungendo particolari inesistenti tratti dalle varie leggende locali solo per attirare gente e essere più popolari (un tempo dire di aver visto una popolazione con la testa da cane e il corpo umano valeva all’incirca 500 mi piace, secondo una stima fatta da alcuni storici recentemente). Solo in seguito, nell’antica Grecia, il termine logografo indicherà, con disprezzo, chi componeva orazioni di difesa per altri da recitare in tribunale (una sorta di avvocati, insomma). Ma sul problema dell’attendibilità delle testimonianze tratterrò a parte in seguito, non temete (sì, lo so, sto cominciando a dirlo un po’ troppo spesso ma abbiate fede, c’è tempo per tutto)! Ora, tornando al nostro Pitea di Marsiglia, sembra quanto mai improbabile che effettivamente sia riuscito a raggiungere una terra del genere coi mezzi a disposizione per quell’epoca. Sì, è vero che sono condizioni climatiche che si trovano in paesi come l’Islanda o la Norvegia del nord ma, in sei giorni, con una nave di legno in mezzo al nulla è quantomeno poco credibile. È invece decisamente più probabile che abbia sentito parlare di questi paesi da altri viaggiatori magari proprio in Britannia, da cui dice di essere salpato . Oggi, però, non siamo qui a parlare di quest’individuo in particolare, di cui ignoriamo praticamente tutto, ma di una grande opera letteraria: “Le Incredibili Avventure al di là di Thule” di Antonio Diogene.

 <<Antonio Diogene? E chi cazzo è costui?>> (cit. Don Abbondio)

 Bho. Bho sul serio, non sappiamo nulla di nulla del personaggio se non che aveva una sorella di nome Isidora (i dettagli utili). Si stima però che sia vissuto all’incirca nel I secolo d.C. .

 << E vabbè, di lui non sappiamo nulla ma sorvoliamo. E dell’opera che ci dici? Com’è? Sarà sicuramente un grande capolavoro!>>

 Bho. Bho anche qui, mi dispiace, ma a noi, di questo romanzo gigantesco in 24 libri, non è che rimasto uno scarno riassunto di poche righe composto da Fozio (820 d.C.-893 d.C.), un bibliografo bizantino (che ho scoperto essere pure santo, alla faccia!) che ha scritto varie sintesi di opere del passato, e un paio di frammenti molto inconsistenti. Fine. Tutto qui: come non aver nulla, più o meno. Inoltre il riassunto, di qualche decina di righe, non fa altro che tracciare le linee base di una trama intricata e sicuramente molto nota a tempi senza dare il minimo dettaglio: a Fozio non interessa illuminarci con le meraviglie incontrate dai personaggi in viaggio che, anzi, riteneva, come qualunque scritto frutto della fantasia dell’autore, opera del demonio (un uomo dalla mentalità aperta diremmo oggi).

 <<Vabbè dai, niente autore, niente opera, ma almeno la trama com’è?>>

Mha, a dire il vero, senza il minimo dettaglio, sembra abbastanza anonima. La storia è narrata a turno dai tre protagonisti a un amico in visita nella loro casa a Tiro con la tecnica del flashback. Non starò qua a riassumervi punto per punto quelle poche righe lasciateci da Fozio perché non si può fare la sintesi di una sintesi: in poche parole c’è Dinia, il protagonista, che arriva, dopo mille peripezie, a Thule dove incontra Dercillide, una ragazza di cui si innamorerà, che, giunta lì dopo mille avversità, si trova legata all’isola dove, per malvagio incantesimo di uno stregone egiziano, può vivere solo di notte mentre di giorno lei, insieme al fratello, giacciono come morti (no, una frase più contorta non sono riuscito a trovarla, prego.). Solo nell’ultimo libro riescono a sciogliere l’incantesimo e, in sogno (non chiedetemi perché), a varcare i confini estremi del mondo superando Thule e raggiungendo la Luna dove… non sappiamo cosa vedono. Questa parte, sicuramente molto fantasiosa e piena di dettagli interessanti, viene brutalmente troncata dal nostro mai-così-simpatico Fozio e dalla sua fede. Grazie Fozio, grazie davvero, non dovevi proprio, troppo gentile! Sappiamo però che le cose sono finite bene perché, a parlare, è proprio Dinia, ora sposato con Dercillide. Questa storia capita nelle mani di Antonio Diogene perché, prima di morire, i protagonisti l’hanno trascritta su delle cortecce d’albero ritrovate secoli dopo da un generale di Alessandro Magno durante l’assedio di Tiro nelle loro tombe. Ovviamente tutto ciò non è mai successo (no bambini, i Greci non sono arrivati sulla Luna), si tratta di un falso storico: la tecnica del manoscritto ritrovato è stata in seguito usata da molti autori come ad esempio Rabelais nel “Gargantua e Pantagruele”  e Manzoni nei “Promessi Sposi”.

Ma dunque, perché quest’opera è così importante anche se di lei sappiamo poco o nulla? Perché, come ci dice lo stesso Fozio, questo romanzo è stato uno dei primi ed è servito da modello a tutte le altre opere, antiche e non, che sono state scritte in seguito: ritroviamo non solo schemi narrativi come quello dell’abbandono e del ritrovo presenti in numerosissime opere tra cui ancora una volta il capolavoro di Manzoni, ma anche situazioni tipiche divenute ormai famosissime come la scena dell’amante che si suicida perché pensa che l’amata sia morta quando invece non lo era (Shakespeare nel “Romeo e Giulietta” non si è inventato nulla). Ma come nasce un’opera così complessa e piena di temi? Evoluzione graduale o intuizione geniale? Probabilmente una via di mezzo. Gli unici modelli, da noi conosciuti, che esistevano precedentemente erano il poema epico ( “Odissea” e le “Argonautiche” di Apollonio Rodio (295 a.C.-215 a.C.)) per il racconto avventuroso e le fabulae milesiae, stoirelle di origine popolare, per l’uso della prosa: tutte queste influenze non sono però sufficienti a giustificare un qualcosa di così innovativo, impegnato e perfetto stilisticamente, stando almeno a quel che ci dice Fozio.

E dunque ancora, perché dedicare un intero brano ad un’opera di cui sappiamo così poco? Il capitolo vuole essere un piccolo punto di partenza per il mio progetto di gestione del blog, ma cerco di spiegarmi meglio. Il 29 gennaio il blog compie un mese e, in 30 giorni, sono riuscito ad arrivare dal nulla a 900 visualizzazioni. Ma sono solo numeri, direte voi, non sono quelli che rendono bello o popolare il tuo spazio, possono anche essere casuali le visualizzazioni, non contano nulla. Questo è vero, da un certo punto di vista, però per me tutto ciò significa molto molto di più di quanto voi non possiate immaginare. Quindi, dopo un mese di collaudo di questa pagina, sono pronto a prendermi carico seriamente del tutto e vi prometto che non vi deluderò. Thule, il limite geografico sulla mappa degli antichi, il mio limite interno di timidezza e ritrosia nel gestire questo spazio, è ormai superata: preparatevi a salpare con me! Quindi un ringraziamento dovuto va a tutti voi che state leggendo queste righe e, se pensate che vi abbia rotto le palle continuando a chiedervi opinioni a ciascuno fin’ora, sappiate che questo è solo l’inizio. Volevo dedicare questo brano ai miei genitori che, da 13 anni, mi fanno conoscere il mondo grazie a tanti viaggi che non tutti possono permettersi di fare ma che dovrebbero essere d’obbligo per capire il valore di tutto ciò che è diverso da noi.

So di essere stato eccessivamente sentimentale, scusatemi ancora!

E come non concludere un brano su Thule senza rimandarvi a chi l’ha cantata meglio di me? Colonna sonora per i titoli di coda più che doverosa!

Link pagina Twitter:inutili tweets

Link pagina Google Plus:social network molto utile

La prossima volta cambiamo genere portandoci in un filone “oscuro” della letteratura!    

giovedì 23 gennaio 2014

Chi è il miglior amico dell'uomo? Viaggio popolare nella storia con l'asino!


!!!ATTENZIONE!!!
QUEST'ARTICOLO NON è PIU' RAPPRESENTATIVO DEL BLOG!
TROVATE LA SUA VERSIONE UFFICIALE QUI!!!


Salve a tutti ed eccoci all’appuntamento tanto (???) atteso! Vi siete spaccati il cranio contro la parete per capire quale potesse essere l’animale di cui vi parlerò in questo episodio? No, eh? Leggendo gli indizi alcuni di voi magari hanno pensato che oggi vi volessi parlare del cane, infaticabile amico dell’uomo nelle varie epoche e che, quando eravamo ancora dei cavernicoli nomadi, ci ha servito come compagno di caccia sotto forma dei suoi antenati sciacallo e lupo per poi diventare nostro aiutante quotidiano nelle faccende domestiche (anche se ciò non toglie che io ne abbia comunque una certa paura). E invece no! L’animale più utile alla gente sul piano del lavoro umano non è stato il cavallo viaggiatore (come un mio amico ha ipotizzato), non il bue aratore ma l’asino, infaticabile lavoratore. Ma questo sgraziato animale, brutto a vedersi e dal verso così terribile, è solo un sostitutivo del più pratico e agevole schiavo (oh, quanto sono comodi, sono DANNATAMENTE comodi, non trovate?)? La verità è che dietro alla figura apparentemente semplice di questo mammifero dalle lunghe orecchie si celano simboli arcani ormai dimenticati.

Come avrete capito dall’introduzione, non andrò qui a trattare di nessuna opera letteraria nello specifico, il mio sarà un discorso molto molto più generale che vuole focalizzarsi su una concezione del mondo molto particolare. Il filone da me considerato è quello della cultura popolare da piazza che si oppone al ramo del sapere ufficiale che, in poche parole, è quello che si affronta maggiormente a scuola. Questa corrente “bassa”, se così si può dire, attraversa i millenni portandosi dietro caratteri fissi e tendenzialmente immutati nel corso del tempo e comuni a culture diversissime tra di loro, dall’antica Grecia al Giappone feudale. Il discorso, complesso e non di immediata comprensione, ve lo spiego in termini molto semplici così che tutti possiate comprenderlo con facilità nonostante le sue dimensioni e la complessità: vi dico soltanto che, sebbene lo stia approfondendo da più di un anno e l’abbia sviluppato per la tesina, sto continuando a studiarlo imparando cose sempre nuove come quella di cui vi parlo oggi. Comunque, appunto, voi non preoccupatevi e scusate, anzi, se ripeto gli stessi concetti più e più volte.

Ciò che vi racconto è tratto dal doppio volume “Sesso e Mito” (1962) di Francesco Saba Sardi (1922-2012) e soprattutto dall’opera monumentale di Michail Bachtin (1895-1975) “L’Opera di Rabelais e la Cultura Popolare” (1965) attualmente in fase di lettura. A ciò va aggiunta qualche considerazione personale ma non perdiamo altro tempo e passiamo ad analizzare il tutto!

Come già accennato la cultura popolare ha origini millenarie e coinvolge temi quali, ad esempio, la fertilità, la vita e la morte intesa come rinascita. Tutti questi concetti vengono portati alla luce tramite una serie di immagini apparentemente molto semplici (ai limiti della banalità per noi abituati a ragionamenti molto più complessi) ma che nascondono grandi messaggi. Per capirli dobbiamo però abbandonare la mentalità da persone del 2014 e, con qualche vestito in meno e pelo in più, immedesimarci nell’uomo primitivo, privo di televisione, computer e di quasi qualunque utensile. L’uomo antico non sa nulla, può solo intuire, non ha conoscenze scientifiche di alcun tipo (in questo ci assomigliamo, non è vero matematica?). Ad esempio intuisce che, mettendo quella cosa strana e lunga in un buco che ha quell’altro essere a lui simile, si fanno dei bambini che poi diventeranno adulti. Spremendosi le meningi riesce a concepire quindi che a dar origine a tutto ciò è lo sperma (per il riconoscere il ruolo della donna ci vorrà tempo, nemmeno Aristotele c’era arrivato), il seme, che uscendo dal pene entra nel ventre della donna e qui viene “sepolto”. Quindi la pancia, sotto questo aspetto, assomiglia alla terra, al suolo, che accoglie il seme per generare la pianta. Tutte queste immagini come i genitali, il ventre piuttosto che il suolo si trovano in basso: in basso nel nostro corpo, in basso sulla terra. E, come è facilmente intuibile, dalla parte opposta troveremo l’alto. Ripeto, è un modo di pensare molto molto ma MOLTO semplice, cercate di seguirlo senza farvi troppi problemi e i vostri neuroni rimarranno illesi, ancora impacchettati nel cellophane (sì si scrive così, io pensavo che si scrivesse celophan, non so voi!) come li avete trovati alla nascita.

<<E in alto cosa c’è, voi che avete la vista buona e il cervello fino?>> Nel corpo la testa, nel mondo il cielo, la casa degli dei e… il paradiso (no vi giuro lo vedo da qua… no, nessun ufo o scia chimica, mi spiace…)! E quindi “di sotto” troveremo l’inferno e dunque la morte (e Andreotti che ci aspetta). Quindi, ricapitolando: vita su, morte giù; paradiso su, inferno giù; testa su, ventre e genitali giù. Quindi dovete pensare ora che tutti gli elementi alti sono legati tra di loro così come quelli bassi. Però appunto la vita (della pianta, del bambino) viene da un posto in cui invece si trova la morte (il terreno che ospita i cadaveri, il ventre), come mai? Questo perché la morte, in questo sistema di immagini, non è mai fine a sé stessa ma è indissolubilmente legata al concetto di rinascita, di rinnovamento. << Eh, vabbè Riccardo, maccheccentra con l’asino?>>. Seguitemi nel ragionamento e presto vi sarà chiaro come questo animale sia un vero, grande simbolo di “morte-rinascita”.

 Qual’ è una delle grandi doti dell’animale? Non tanto la dentatura perfetta o il verso armonioso quanto un grande, grandissimo pene (non vedevate l’ora di rileggere questa parola, dite la verità!). E non vi devo certo stare a spiegare come questo simboleggi fertilità. E qual’ è un’ altra grande caratteristica dell’animale? Se lo guardiamo nemmeno troppo attentamente noteremo un ventre abbastanza prominente (pancia=terreno=morte=rinascita) in cui Bear Grylls dormirebbe senza problemi con tutta la famiglia. E di cosa va riempita questa pancia se non di giovani e tenere pianticelle pronte a sacrificarsi tra le fauci della bestia (vegani insensibili, anche le piante hanno dei sentimenti, non ve ne frega nulla di loro!)? Quindi è la vita che si estingue ma… in che cosa si tramuta? Semplice, ESCREMENTI (ah, la poesia…)! <<Ma che schifo- direte voi -non sai che parlare di ste cose terribili! Ma non ti vergogni?>> Invece pensate, bambini, cosa ci fanno i contadini col letame? Ci coltivano i campi per far maturare i semi generando nuova vita dall’ apparente morte del terreno e delle feci (<<Wiiiii!!!>>)! E, con tutto il cibo che l’asino ingurgita, ma avete idea di quanta merda produca? Una vera manna dal cielo per l’uomo dell’era dei contadini che, suo malgrado, non aveva ancora inventato i fertilizzanti e altre sostanze chimiche per poterci avvelenare (Gomblotto! Gomblotto!). Inoltre l’animale è un infaticabile lavoratore, bastava riempirlo di botte: dice il più simpatico dei proverbi medievali “Cos’hanno in comune l’asino, l’albero di noce e il contadino? Bisogna picchiarli perché diano qualche frutto”. Così l’asino è allo stesso tempo martire degli animalisti e fonte di guadagno e sostentamento quando ancora non esistevano tutte le comodità di oggi ma anche simbolo di tutto ciò che è abbassante: genitali,  ventre e escrementi in gran quantità. E così si entra in un gioco di immagini e rimandi che si fa strada lungo la storia dell’uomo nei secoli. Ad esempio, nel medioevo, il tamburo, fatto con la pelle d’asino conciata e tirata, veniva suonato ai matrimoni con la mazza, chiaro simbolo fallico ben evidente nel nome in francese, come rito di fertilità e allo stesso modo il tamburello, dal suono così allegro, era simbolo dell’amante cornificatore.

 Nell’antica Grecia Dioniso (Bacco per i romani) era il dio dell’ebbrezza, del vino e dell’incontrollabilità delle passioni: le menadi, sue sacerdotesse, si dedicavano a culti orgiastici, detti misteri, in suo onore in cui come pazze perdevano completamente il controllo di sé (come ci racconta bene Euripide (485 a.C.-406 a.C.) nelle sue “Baccanti” (405 a.C.)). Ma tra le schiere del dio che l’accompagnavano festose, oltre a satiri danzanti e menadi festeggianti, si trovava anche una figura molto particolare: Sileno. Vecchio, grasso e effeminato (si vestiva di giallo come le donne), simbolo del passato che si rinnova in futuro, è un satiro raffigurato sul dorso di un mulo. E così ci viene mostrato da Piero di Cosimo (1461 d.C.-1522 d.C.) nel suo “Le disavventure di Sileno” (1505) e pure Lorenzo De’ Medici (1449 d.C.-1492 d.C.), nella celebre “Canzone di Bacco” (1490), ne dà una descrizione simile (Quant’e bella giovinezza/che si fugge tuttavia!/Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è certezza su, dai che la conoscete anche voi!). Inoltre anticamente le processioni festose di vita in onore di Bacco presentavano oggetti utilizzati anche nei riti funebri in cui, come noi ormai sappiamo, la morte è sinonimo di rinascita.

Gli asini sono anche i veri protagonisti di due grandi romanzi antichi: del greco “L’Asino d’Oro” di Luciano di Samosata (120 d.C.-190 d.C.) e del latino “Le Metamorfosi” di Apuleio (125 d.C-170 d.C.). Le due opere hanno un rapporto molto particolare tra di loro: infatti lo scritto di Luciano ha lo stesso contenuto riassunto di quello di Apuleio ma in lingua greca. Però adesso non ci interessa parlare dei due romanzi in sé quanto del protagonista, Lucio, che si trasforma in un asino e, per tutta l’avventura, ne passa di cotte e di crude nel tentativo di tornare ad essere umano. Qua l’asino non è solo un semplice componente della trama: è un elemento comico che gode di vita propria, carico di tutti i significati visti e che di certo i due autori avevano a mente. Tornerò su questo argomento in futuro comunque.

L’asino come essere buffo, sgraziato e poco sveglio emerge anche in altre occasioni. Si pensava, ad esempio, che uno dei fondatori della scuola stoica (non chiedetemi chi fosse, ogni volta che leggo quest’episodio il tipo ha un nome diverso, illuminatemi voi!), vedendo l’animale mangiare dei fichi e bere vino, sia letteralmente morto dal ridere (ancora non c’era la televisione, cerchiamo di capirlo…).

 Anche tra gli uomini colti del medioevo correva una celebre storiella: quella dell’asino di Buridano. Questa povera bestia, posta tra due mangiatoie piene, non sapendo a quale attingere per prima, morì di fame corrosa dal dubbio.

Ma la figura di questa buffa bestia affiora spesso anche nella letteratura successiva: Sancho Panza, coprotagonista del “Don Quishotte” di Cervantes (1547 d.C.-1616 d.C.), vera e propria personificazione della cultura popolare, ha praticamente come unico bene durante il viaggio quest’ animale. Anche in questo caso parlerò di questo lavoro, uno dei più complessi nella letteratura mondiale, un’altra volta.

Ma l’importanza di questo animale era nota non solo agli uomini di lettere ma anche al popolo che l’ha celebrato con riti vari che si sono succeduti e trasformati nei secoli. Nel medioevo venivano messe in atto nei periodi di festa le così dette “messe dell’asino”: veniva celebrata dal vescovo o dal prete un’intera liturgia in cui le parole erano sostituite col verso dell’animale imitato da tutti i presenti, chierici compresi!

Quindi, ricapitolando, l’asino è un animale che da noi viene spesso sottostimato perché non riusciamo a coglierne l’importanza che aveva invece un tempo, così abituati alle nostre comodità. Esso racchiudeva le speranze delle persone che sopravvivevano grazie al suo lavoro ed era così fondamentale per loro da incarnare una serie di significati così complessi e arcaici da venir tramandati per secoli e secoli.

E dunque eccoci arrivati alla fine. Non sono entrato troppo nello specifico ma ho cercato di darvi un quadro molto molto generale. Tutti i temi lasciati da me in sospeso saranno comunque sicuramente ripresi e trattati a parte in seguito! Vi voglio ringraziare tanto tantissimo per tutte le visualizzazioni che tra poco arriveranno addirittura a 800! Se c’è qualcosa che non capite, di cui non siete sicuri o che magri vi è sfuggito ma anche un vostro parere o qualunque cosa vi venga in mente non avete che da scriverla qui! Inoltre da poco il blog è anche social con la sua pagina su Google plus e twitter! Dedico infine questo brano all’asino di Buridano che mi fa molta tenerezza!

E voi che fate ancora lì? Cominciate a fare le valigie che col prossimo articolo Letterarte vi porta in viaggio!

 Link pagina twitter:Qui
Link pagina Google Plus:Qua

sabato 18 gennaio 2014

Risate a corte: quando l'autore diventa cattivo.

!!ATTENZIONE!!
QUEST'ARTICOLO NON è 
RAPPRESENTATIVO DEL BLOG
LO TROVATE RISCRITTO E MIGLIORATO
QUI!!!



<<Un carissimo saluto a tutti quanti! Oggi vi parlerò di uno delle opere più particolari dell’età imperiale romana e che, spesso, non viene affrontata nelle scuole perché troppo particolare o per mancanza di tempo. Ma non perdiamoci in chiacchere inutili e iniziamo subito!

Roma, 41 d.C. .Con la morte dell’imperatore Caligola (12 d.C.-41 d.C.), famoso per la sua folle crudeltà (dopo aver fatto erigere un gigantesco ponte che collegava due tratti di costa fece annegare tutti i civili che facevano parte del pubblico dell’inaugurazione. Perché? Così, perché gli andava, tanto lui era l’imperatore) e per questo ucciso prontamente con una congiura che ponesse fine a un governo fondato sul terrore, ecco salire al potere suo zio Claudio (10 a.C.-54 d.C.). Seppur non giovanissimo per l’epoca, decise di tenere le redini di un impero ormai vastissimo e molto eterogeneo varcando le porte del palazzo imperiale, pieno di tranelli e trabocchetti orditi da un folto stuolo di adulatori, spie, concubine e altre figure dalla dubbia morale. E Claudio era proprio l’uomo che faceva per loro. Egli era molto ingenuo e anche, almeno così pare, leggermente ritardato, per cui tutti si approfittavano di lui. L’esempio più famoso? Possibile che abbiate già sentito parlare della sua prima moglie, Messalina, famosa per la sua insaziabile ninfomania (voglia di cazzo): sono in molti a descrivercela come una predatrice affamata, ma il più famoso è sicuramente Giovenale (60 d.C.-127 d.C. circa) nella celebre satira sesta contro le donne: qui Messalina la notte, camuffatasi grazie a una parrucca ,si reca in un bordello a Roma tutte le sere e fa una gara con le colleghe: avrebbe vinto chi sarebbe riuscita a far venire più uomini nella stessa sera. Un’esagerazione dell’autore? Sicuramente, ma gli aneddoti non si fermano certo qua. Pare infatti che l’imperatore Claudio, completamente assoggettato ai capricci della consorte, le abbia procurato un giovane schiavo ballerino (ma non sarà stata questa la dote da lei notata con molta probabilità) affinché ne potesse disporre come voleva. Ma tutto ha un limite, e Claudio iniziò a intuire di essere utilizzato (meglio tardi che mai). Così nel 48 d.C., quando gli comunicarono a cena che la moglie era morta avvelenata, ovviamente per ordine suo anche se non palese, non se ne curò più di tanto e continuò ad assaporare il suo vino come se nulla fosse: e come dargli torto, con una moglie così troia? Però questo fu solo uno dei numerosissimi omicidi politici e delle nefandezze che commise nell’ambito della corte sfruttando il suo potere illimitato. Tanti i motivi per odiarlo, numerosissime le persone che ce l’avevano a morte con lui e tra questi vi era una figura che negli anni a venire sarebbe stata potentissima all’interno della corte. Un uomo non solo considerato puro e integerrimo, sempre leale alla sua dottrina filosofica, lo stoicismo, ma anche un abilissimo retore e autore di numerosi trattati: era Seneca, l’imperturbabile.

Ma quando Claudio salì al potere non si trovava a Roma. Dal 39 d.C. infatti era stato esiliato da Caligola (e gli è andata pure bene che, se per lui non avesse interceduto una “amica” dell’imperatore, sarebbe stato condannato a morte senza troppi giri di parole). Il capo d’accusa? Aveva difeso in modo fin troppo brillante una causa in tribunale e pertanto era da ritenersi un uomo pericoloso. E poi insomma, era completamente fuori di testa quell’imperatore, ci si poteva aspettare di tutto da lui! In seguito con la morte del suo persecutore nel 41 sperava finalmente di poter tornare in patria. Ma Claudio, invece, rimase insensibile ad ogni supplica del filosofo. Molte le lettere che Seneca aveva cercato di fargli arrivare ma nulla si muoveva. E come sarebbe potuto cambiare qualcosa finché Polibio, un liberto agli ordini dell’imperatore, incaricato di vagliare la posta diretta al regnante, le bloccava tutte? Ma Seneca era veramente disperato e fece qualcosa di inaspettato e poco coerente con la sua figura: arrivò addirittura a comporre una “consolazione”, ovvero un testo consolatorio per un lutto, a Polibio per la morte del fratello come pretesto per supplicarlo con leccaculate varie, senza un briciolo di dignità, di far arrivare le sue lettere all’imperatore. Uno dei capisaldi infatti della dottrina stoica era la così detta “atarassia”, ovvero l’imperturbabilità di fronte a ogni turbamento dell’anima o gioia terrena. Diciamo pure che, sotto questo punto di vista, Seneca predicava bene ma razzolava male, molto male: scrive a favore dell’abolizione della schiavitù al fratello ma non per questo si priva degli schiavetti personali che lo aiutino in OGNI faccenda della casa (che questo fosse o meno il caso del filosofo, resta il fatto che secondo il diritto chi era sottomesso al padrone doveva servirlo anche dal punto di vista sessuale e i giovinetti, in quel periodo, erano di gran voga. Seneca birbone…), ci dice che non bisogna farsi tentare da beni materiali di alcun tipo ma aveva molte ville a cui teneva molto e, infine, ci vuol far credere che la morte sia da affrontare con serenità ma, quando fu ucciso Afranio Burro, collega precettore di Nerone, capendo l’andazzo delle cose, si ritirò prontamente a vita privata: anche lui ci teneva alla pelle in un modo o nell’altro, insomma! Alla fine riuscì finalmente a tornare in patria solo nel 50 d.C. per intercessione di Agrippina, seconda moglie di Claudio nonché madre di Nerone, il futuro imperatore. In ogni caso a Seneca decisamente non era andato giù il comportamento del regnante e, quando quattro anni dopo il vecchio Claudio morì, poté finalmente sfogare tutto il suo odio, condiviso da molti, con un’opera sconvolgente per quei tempi e che nessuno si aspetterebbe dal saggio e imperturbabile Seneca:  l’ ”Apokolokyntosis”, ovvero la “Zucchificazione del Divo Claudio”. Ma perché “zucchificazione”?  Il motivo non è a dire il vero ancora chiarissimo e la parola che viene dal greco è molto poco usata ma i critici hanno pensato ci si potesse riferire al fatto che Claudio fosse considerato un vero e proprio zuccone (no, non sto scherzando)!

LA TRAMA IN BREVE BREVISSIMO

Riassumo il tutto in poche, pochissime parole, per non spoilerarvi tutte le bellissime battute e scenette divertenti che abbondano tra le pagine.

 Claudio muore “emettendo” l’anima al cesso (la diarrea l’ha sempre accompagnato fedele per tutta la sua vita ma potrebbe anche essere stato avvelenato) e questa ascende all’Olimpo come tutti gli spiriti degli ex imperatori con l’intento di diventare una divinità. Lì fanno pure fatica a capire chi sia perché, oltre ad essere brutto gobbo e zoppicante, non sa nemmeno parlare bene e continua balbettare. Sarà il divino Augusto a riconoscerlo e, con disprezzo, a mandarlo nell’Ade (il nostro inferno) dove è condannato a giocare a dadi con un bussolotto bucato per l’eternità perché nessuno gli vuole stare vicino.

FINE DELLA BREVE BREVISSIMA TRAMA

  Sì, la trama non è molto complessa, e nemmeno aspettatevi un finale particolare con sorprendenti colpi di scena ma, vi posso assicurare, le molte battute all’interno, raccontate con l’umorismo mordace e caustico di Seneca, fanno veramente spanciare dal ridere. Salta subito all’occhio però la forza con cui il nostro filosofo si scaglia contro la figura dell’imperatore da poco deceduto prendendo in giro qualunque sua abitudine o difetto. Si tratta infatti di un genere molto particolare: la satira menippea.

La satira, come ci dice Quintiliano (35 d.C.-90 d.C.) nella sua “Formazione dell’Oratore”, è “un genere tutto latino” che affonda le sue radici in Lucilio (180 a.C.-102 a.C.), maestro di uno dei più arguti scrittori del mondo latino: Orazio (65 a.C.-8 a.C.). L’origine della parola satira è per noi ancora un mistero: c’è chi dice che derivi dal satiro, una figura mitologica classica famosa per i suoi scherzi e l’aspetto buffo, oppure che venga da “satura lanx”, ovvero il vassoio pieno di primizie, come simbolo dei diversi temi trattati all’interno della stessa composizione. Ma in ogni caso abbiamo delle caratteristiche sempre ricorrenti: brani di prosa e poesia mischiati, la diversità dei temi trattati e il carattere comico e spietato delle sue composizioni. Però quella di Seneca è particolarmente violenta, molto più di quelle dei predecessori, e si dirige contro una figura importantissima: infatti merita solo per sé l’appellativo di “menippea”.

Questa prende il nome da Menippo di Gadara (310 a.C-250 a.C.), un filosofo appartenente alla scuola cinica che insultava e prendeva in giro tutti in maniera molto violenta e caustica, sostanzialmente fottendosene di quello che gli altri potessero pensare di lui (“solo dio mi può giudicare, cioè…”). Addirittura il fondatore di questa scuola cinica, Diogene di Sinope (412 a.C.- 323 a.C.),detto il “Socrate pazzo”, viveva nudo in una botte che si portava sempre in giro e pare arrivasse addirittura a masturbarsi in pubblico per dimostrare il suo menefreghismo e la sua libertà di fronte a tutti. Il personaggio è stato in seguito utilizzato da diversi autori come protagonista di opere satiriche e, in particolare, da Luciano di Samosata (120 d.C.-180 d.C.),autore di cui vi parlerò davvero tantissimo, che tra i suoi capolavori annovera per l’appunto il “Menippo” e il “Dialogo dei Morti” che lo vedono protagonista di numerose scene comiche.

Seneca ha di sicuro preso spunto anche dalle “fabulae milesiae”, una serie di racconti di origini popolari di cui però ormai è troppo tardi per occuparsene qui ma che di sicuro riprenderò tra qualche numero per parlarvi di un altro argomento.

E quindi, anche per oggi abbiamo finito! <<Ma come? Di già? Perché così poco? Cioè, non hai detto quasi nulla!>> Effettivamente mi rendo conto che questo pezzo è un po’ più snello degli altri ma è anche vero che come genere è molto molto immediato e va letto per essere apprezzato appieno. Poi i temi sì, sono diversi e vari, ma tutti legati alla figura di Claudio, nulla di filosofico o complesso come le altre volte. Anche di Seneca, non è che riguardo a  questo argomento ci sia da dire molto altro, e la vita del personaggio richiederebbe molto più tempo e cura.

Quindi, vi consiglio caldamente di leggervi questo meraviglioso libro perché risulterà essere un acquisto particolarmente valido. Vi posso rimandare al momento solo all’edizione Mondadori perché è l’unica che onestamente conosco ma non sono sicuro che ce ne siano altre facilmente reperibili come questa. In ogni caso questa presenta un’ottima traduzione, moltissime note esplicative e una ricca introduzione che per motivi di tempo io non ho avuto modo di leggere ma che sicuramente chiarirà le idee anche ai meno pratici di voi. Il prezzo dovrebbe essere più che accessibile e non superare i 12 euro trattandosi della collana “Oscar” ma con sicurezza non vi so dire trattandosi di un regalo.

Poi ovviamente non posso non ringraziarvi tutti quanti per le visualizzazioni che, come potete notare, hanno superato il bordo del 500 in meno di un mese! È vero, non contano nulla di per sé, ma per me questo è già un grandissimo risultato che non mi sarei mai aspettato sinceramente. Mi raccomando: commentate, condividete e soprattutto leggete! Dedico questo pezzo alla mia professoressa di greco e latino che, vedendo questo volumetto appoggiato sul banco, mi chiese chi me lo facesse fare di leggermi certe cose.

Il prossimo pezzo non sarà incentrato su un autore o su un opera ma su un tema che, possiamo dire, attraversa le epoche. Un indizio? È un animale!>>

sabato 11 gennaio 2014

Collana i "merdalavori", ep.I: l' "Anti-Justine" di Restif de la Bretonne


!!ATTENZIONE!!
QUEST?ARTICOLO NON E' PIU' VALIDO E RAPPRESENTATIVO DEL BLOG!
POTETE TROVARE LA VERSIONE AGGIORNATA, RIVEDUTA E CORRETTA
QUI!!

<<Inizialmente mi ero riproposto di scrivere dell’ “Anti-Justine”(1798) di Restif De La Bretonne (1734-1806) solo dopo aver dato l’esame martedì. Ma qualche sera fa, sotto una calda doccia meditativa post karate, ho cominciato a pensare a come mettere giù il pezzo e al libro letto quest’estate. Al che mi è saltata la scintilla d’ira funesta. I libri che compro di solito non sono mai scelti a caso: so di cosa parleranno più o meno o, quantomeno, già conosco l’autore anche se non ho mai letto nulla di suo. Poche le volte in cui mi sono lanciato nel vuoto non sapendo nulla. Raramente quindi mi capita di imbattermi in veri obbrobri, come questo, che non riesco nemmeno a finire. E, per rientrare nella categoria, bisogna non solo che sia scritto male, ma anche che non mi trasmetta o dica nulla e che i temi trattati siano praticamente inesistenti. E così è stato per questo libro. Il mio fine parere critico sull’opera?

UNAMMERDA!!!

Partiamo dalla complicatissima trama: c’è un tipo dalla sfilza di nomi impronunciabili che si scopa qualunque essere di sesso anche ignoto che passi dalle sue parti. E quando dico qualunque, intendo veramente QUALUNQUE! Fine. Cioè veramente questo nobile francese, fin da bambino, salta addosso alle sorelle, alla madre e a tutto ciò che ha un buco: più che una famiglia sembra un bordello (e non sto scherzando)! Prendiamo la “Justine” della volta scorsa: trama poverissima (va di qua, stuprata, si sposta di là, stuprata, si risposta da un’altra parte e così via) ma c’è uno schema generale su cui poi incastrare le scene di sesso. Qui no. No assolutamente. I fatti che si susseguono non sono nient’altro che un susseguirsi  quasi convulso di scopate su scopate a cazzo (letteralmente). Non mi credete? Pensate siano esagerazioni? Allora vi riporto il titolo di qualche capitolo così, giusto per farvi un’idea! E subito incontriamo “Il Bambino che Già Rizza”, titolo che ci lascia quantomeno perplessi e poi, capitolo terzo “La Madre Fottuta”, in cui si inizia a intuire l’andazzo dell’opera per passare al dodicesimo  “Il Più Delizioso Degli Incesti”, e chiudiamo questa magnifica raccolta in bellezza con: “Consigli di un Padre Mentre Sta Chiavando la Figlia”. Oh, ma che titoli profondi e ricchi di struggente significato! Inoltre, magari (e dico magari eh, senza troppe pretese), un qualche sprovveduto lettore vorrebbe anche cercare di capire chi sono i personaggi o anche solo intuire il loro grado di parentela, tipo, ma giusto così per dire,  ma no, non chiamiamo in modo normale questi nobili francesi, sarebbe fin troppo semplice, diamogli invece mille mila doppi nomi che  mutano ogni volta che si sposano, così uno non capisce nemmeno da che parte è girato. E le cose sono difficili non perché siamo noi a essere scemi, per carità, ma, per stessa ammissione del traduttore, in una delle note, ci vien detto che non solo i nomi sono ininfluenti in un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia in più punti: nemmeno degli errori di stampa, ecchecazzo! Nemmeno lui sapeva cosa stava scrivendo! Solo a parlarne mi sento bollire il sangue! Ma parliamo della cosa principale: la visione della sessualità per il nostro caro Restif che, a mio parere, è giusto un pochino confusa. Passiamo quindi a:

La Sessualità Secondo Restif De La Bretonne

·       Gli organi sessuali maschili. Il mondo, si sa, è bello perché vario. Ma non tutti la pensano così. Secondo il nostro autore infatti esistono dei tipi ben precisi di peni e questi si ripetono all’infinito, come se fossero fatti in fabbrica o avessero un carattere predeterminato. Abbiamo: peni piccoli mal funzionanti, peni grandi che fanno il loro mestiere, peni giganti che sono troppo abbondanti per entrare in qualunque orifizio e peni giganti che invece si incastrano alla perfezione. Ora. Quando? Quando? QUANDO, CAZZO?? Non funziona così, mi dispiace Restif, ma ce ne possono essere di tutte le taglie e misure, funzionanti e non, e, per fortuna, ci sono anche delle sane vie di mezzo, gli estremi sono contemplati ma qua sono ingigantiti. Giusto qualche sporadica eccezione la troviamo tra le pagine, ma per il resto le categorie sono queste: ma si può?

·       Sperma. Questo termine, ancora tabù per molti, nell’opera non è solamente del banalissimo liquido seminale che serve a sfornare bambini, ma un abbondante condimento (e sappiamo bene di che pasto), come che ne so, l’olio o l’aceto, se non addirittura una zuppa tipica dei paesi nordici, di quelle belle calde da servire nelle gelate serate invernali. Anche qui: esagero? Direi di no, se una delle protagoniste (credo, almeno) tutte le mattine va dal promesso sposo a farsi una scorpacciata di bianco liquame per colazione. D’altra parte, come soddisfarlo altrimenti? È talmente iperdotato che la spaccherebbe a metà! Ma per favore, su dai!

·       La quantità e la frequenza. Come tutti noi ometti sappiamo ci sono dei tempi di recupero tra un’ eiaculazione e l’altra e non possiamo pretendere che, dopo averci dato dentro 3 volte in un pomeriggio, alla quarta esca una fontana tale da ricoprire una persona intera. Inutile dire che qui no, nulla di tutto questo accade! I tempi di recupero tra un’erezione e l’altra sono ridicolamente inesistenti e il ciclo rigenerativo dello sperma infinito e super veloce: basta aspettare due minuti e i testicoli sono già lì che tirano, come le mammelle delle mucche di primo mattino. Io non ti ho conosciuto, caro Restif, ma di sicuro il tuo corpo non funzionava così, no no.

·       La morale. Ciascuno ha i propri limiti, le cose che non farebbe mai nemmeno sotto tortura e che rimangono sepolte in zone inesplorate della nostra mente . Anche i più libertini e sregolati tra di noi a un certo punto, anche se non se ne rendono conto, sono costretti a fermarsi o, quantomeno, a pensare a quello che stanno facendo. Qui no, tutte le azioni meno corrette per la morale sono PAF!, spiattellate sulla pagina, come un toast imburrato che cade per terra, con una velocità assurda e senza il minimo ripensamento da parte dei protagonisti. È una cosa pazzesca come nessuno abbia nemmeno un briciolo di freni inibitori! Ma nemmeno in un cartone animato si ha una leggerezza nel vivere del genere! Mi riferisco soprattutto agli incesti, ma  non solo! Ci sono dei brani, anche abbastanza frequenti, come quello già citato della colazione proteica, in cui la realtà viene appallottolata come un foglio di carta e buttata nel caminetto.

·       La realtà delle cose. La società che viene descritta è completamente sballata. Cioè, non soltanto dal punto di vista prettamente delle pratiche sessuali, di cui ho appena parlato nel punto sopra, ma anche del modo in cui ci si comporta. I mariti, per farvi un esempio molto semplice, non sono scelti dal padre della sposa per la condizione sociale o il reddito ma, ovviamente, e come dargli torto d’altra parte, in base alla grossezza del pene. Ma quando? Dove? E soprattutto: perché? Ma non solo, può capitare pure che un uomo non riesca a soddisfare la moglie per via delle sue dimensioni o perché non gli si rizza. E allora cosa fa? Chiede a un amico o, ancora meglio, a un perfetto sconosciuto, di riempirla al posto suo! E magari si fermasse qui la cosa, no, si deve pure sdraiare accanto alla coppia che scopa! Ma vi pare? E poi come non parlare di chi fa prostituire la moglie solo per vedersela scopata da dei cazzi talmente grossi che finiscono per uccidere la poveretta?


<<Ma come, scusa, queste cose ci sono pure in De Sade eppure lui ti piace, di che ti lamenti che sei pure tu un pervertito?>> potrebbe chiedere qualcuno tra i più simpatici tra voi. Ma il problema qui sta nel fatto che il nostro Restif de la Bretonne non perde tempo a dare una giustificazione della sua filosofia, no, lui è troppo figo, non ne ha bisogno! Mica come quello sfigato di De Sade che si è scritto pagine e pagine di teorie filosofiche scervellandosi per trovare una giustificazione allo stupro e all’omicidio e a tutte le perversioni che abbondano nelle sue opere. Restif scrive quest’obbrobrio per stupire, per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale, che ci si può divertire anche con delle semplici scarpette (infatti il termine “retifismo” viene da lui, ovvero il feticismo per le calzature), per far capire che chiunque può scrivere porcate, mica ci vuole De Sade! Peccato che oltre all’invidia, dietro a quest’opera, non ci sia praticamente nient’altro.


Ah già, ma perché il nome di “Anti-Justine”? Questo titolo, frutto dello sfacciato desiderio di opporsi al marchese rivale, sottintende l’unico abbozzo (aborto) di teoria sessuale: nel sesso bisogna godere entrambi, mica farsi male con mille torture come avviene nella “Jusine”. Tutto qua. Fine. Questo il complicatissimo concetto alla base dell’opera oltretutto non corretto perché non tiene conto della componente perversa degli atti sessuali.


Dunque tiriamo le somme: un’opera nata dall’invidia per il capolavoro del rivale che risulta essere una gran bella merda senza trama, senza motivazioni ma anzi, avulsa da qualunque realtà e normalità di pensiero e azione.


L’edizione in cui ho trovato questo merdalavoro è quella in ogni caso ottima e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio vivamente l’acquisto perché non fa nemmeno sorridere che dici: <<La compro per farmici due risate.>> NO! Fa, solo schifo, nemmeno lontanamente farà comparire una smorfia sul vostro volto se non di disgusto.


Spero che il pezzo vi sia piaciuto! Scusate la volgarità sia per questo brano che per quello scorso ma, visto l’argomento, potevo forse trattenermi? Non vorrei che però questo mio modo di esprimermi lasciasse intendere una leggerezza di contenuti o un modo superficiale di affrontare le cose: solo voglio far capire  tutti in breve quello che ci ho messo mesi e mesi a rielaborare! Inoltre vorrei ricordarvi pure che queste sono miei personali punti di vista, non verità assolute scese in terra. Oltretutto non condanno in toto l'autore ma solo il libro dato che ha scritto anche opere più interessanti e degne. Ovviamente lasciate un commento o scrivetemi per qualunque cosa legata o meno all’argomento trattato, non fatevi scrupoli, sarò felice di seguirvi ciascuno! Dedico questo brano al comitato “Peni Che Non si Riconoscono Nelle Opere Di Restif De La Bretonne” che combatte da diversi anni contro quest’opera e a cui pure il mio aderisce ormai da tempo.


Con il prossimo appuntamento cambiamo radicalmente genere ma non stile! Aspettatevi un’opera stravolgente da un autore che non vi saresti aspettati su un blog come questo! Ciao!>>