Questo è un post a sorpresa per tutti voi (e per me). Come potete vedere i caratteri sono diversi e probabilmente anche la grandezza non sarà la solita. Questo perché sto improvvisando il testo (quindi scusate se ci saranno ripetizioni o errori di battitura, non rileggo il testo) e non lo scrivo prima su World per poi copia-incollarlo. Ma dunque, che vi devo dire? Allora, come sapete, più o meno gli articoli escono uno a settimana all'incirca verso il sabato (anche se nell'ultimo mese ero un po' sfasato). Ebbene, domani niente articolo. Perché? Per più di un motivo:
1) Lunghezza: il nuovo pezzo sarà così lungo e complesso che dovrò dividerlo in due parti che pubblicherò lo stesso giorno: la trama da una parte e il commento dall'altra. Questo perché della "Storia Vera" ho ripreso ogni singolo episodio, perché volevo farvi capire il perché del mio entusiasmo di fronte a quest'opera. Quindi, brano più lungo=tempi di revisione più lunghi, tutto qua.
2) I tempi, appunto: sono molto molto stretto con i tempi per una serie di motivi personali. Innanzitutto giovedì ho dato l'ultimo pesantissimo esame del semestre (passato per fortuna) e questo mi ha sottratto tempo ma soprattutto energie, e tante. Inoltre, contemporaneamente, mi sto trasferendo a vivere da solo. Sì, a 20 anni da solo... certo, non sarò distante anni luce rispetto alla casa dei miei, starò via solo dalla domenica sera al giovedì primo pomeriggio ma intanto vi assicuro che curare l'arredamento, il riscaldamento una balla e l'altra toglie molto tempo e, anche qui, energie (anche oggi impegnato tutto il giorno per sta casa sono tornato che mi sentivo come un uovo sbattuto nella lavatrice). Quindi niente, sono stato molto preso.
3) Motivi familiari e personali. Ho avuto un pochino di altre preoccupazioni in sti giorni, ora risolte tutte nel migliore dei modi (so che stai leggendo, spero ti facciano piacere le mie parole!), che magari non mi hanno occupato fisicamente ma mentalmente sì.
Ora dunque, cosa accadrà nei prossimi giorni? Domenica sera avviene il trasferimento definitivo. (Lunedì ricominciano le lezioni. A casa non ho ancora internet. Dunque: il pc (partito comunista, ovviamente) me lo porto se possibile nella casa nuova, lavorerò ai testi, ma non potrò pubblicarli anche se tanto lo farei sabato in ogni caso. Però ciò vuol dire che non avrò alcuna forma di controllo diretto per quei giorni (finchè Fastweb non mi porta il macchinino per connettermi) ma mica muoio, poi torno più in forma di prima. Non penso che le lezioni ostacolino troppo il mio scrivere, non più di tanto almeno, certo, mi devo organizzare, ma per me recensire roba è un divertimento, non un obbligo. In ogni caso, se vedeste ritardi, nessun allarme, sono solo almeno minimamente impegnato in quel periodo. Anche vero però che a maggio, il 5 forse, le lezioni finiscono e io torno dai miei, quindi nella condizione in cui vi ho scritto fin' ora. Quindi ricapitolando, non si chiude proprio per niente, non preoccupatevi (e chi si preoccupa direte voi), ho solo bisogno di tempo per stabilizzarmi.
Inoltre faccio un piccolo annuncio in via PER NULLA UFFICIALE. Forse aprirò una piccola collaborazione con un altro forum di ragazzi di cui conosco un membro che parlano un po' di robe varie da quello che ho capito, quando qualcuno vuole scrive senza obblighi e su vari temi. Questa collaborazione non ufficiale consisterebbe in una serie di miei articoli su un'opera di cui non vi parlo nel blog di letteratura: One Piece di Eichiro Oda. Sì, è un manga, un "fumetto" come molti dicono, ma non è soltanto questo. Innanzitutto è il più venduto di tutti i tempi (anche più del calebre Dragon Ball) e continua ad accumulare record stratosferici di vendita quasi ogni numero, quindi non propri una merda, ecco. Oltretutto a me, oltre che dal punto di vista grafico, piace per due motivi: le ambientazioni (di cui non parlerei) e i temi. Raramente in un manga di avventura come questo ho visto così tante tematiche di attualità (il razzismo, la concezione della storia, il valore dato ai defunti, il concetto di giustizia, il tradimento e la schiavitù per citarne solo alcuni) racchiuse in una storia a fumetti colorata, appassionante e intrigante come questa. Certamente molti temi non sono proprio sviscerati con dissertazioni psicologiche, ma portano il lettore a riflette a vari livelli, in base all'età e alla maturità, su questioni molto pesanti ma affrontate in modo leggero: spetta al lettore dare importanza a ciò che legge e a approfondire i termini che vuole quando e come vuole (cosa negataci dall' istruzione ora come ora). Ed è per questo che io volevo analizzare tutti i temi, saga per saga, senza parlare della storia, così tutti possono seguirmi, in maniera più o meno approfondita. Inoltre il primo articolo metterebbe in relazione proprio la "Storia Vera" con quest'opera: tantissimi sono infatti i riferimenti diretti nella trama. però non posso parlarvene sul Letterarte, non ce la caviamo più altrimenti e magari a voi non interessa. Però RIPETO, la collaborazione NON è UFFICIALE ANCORA, mi devono far sapere, magari rifiutano e nulla. Per cui, appunto, in caso di rifiuto e qualora a qualcuno di voi interessasse, se avete un blog in cui volete ospitare queste mie riflessioni, commentate qua sotto che poi ne parliamo in privato. Non è da escludersi che una collaborazione per uno non escluda anche l'altro, cioè potrei pubblicare gli articoli su più di un altro blog. Questo comporterebbe comunque una maggior visibilità e pubblicità per entrambi i blog, quindi tanta tanta pubblicità gratis!
Per il resto ho già più o meno una mia scaletta di possibili futuri articoli da pubblicare, state sempre aggiornati!
Un saluto da Riccardo, gestore del Letterarteblog! (come sono serioso, sembro quasi serio)
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sabato 22 febbraio 2014
sabato 15 febbraio 2014
Il Grande Mistero di Luciano e Apuleio: due romanzi a confronto! (EXTRA)
Salve a
tutti, e benvenuti a un nuovo capitolo! Oggi, dopo i soliti ringraziamenti
(grazie), passiamo subito a questo articolo “extra”: infatti non tratterò di
un’opera nel dettaglio ma della vita di due grandissimi autori, Luciano e
Apuleio, che mi servirà da base per parlare soprattutto del primo nel dettaglio
senza dovervi ripetere tutto ogni volta.
Innanzitutto,
perché dedicare un capitolo a parte proprio per queste due figure? Della loro
vita, in effetti, sappiamo molto poco ma le analogie tra i due sono così
particolari e misteriose che meritano di essere analizzate perché creano un
caso unico ed eccezionale nella storia della letteratura.
Ma iniziamo subito con quello di cui più mi preme
parlare, Luciano di Samosata (120 d.C.-190 d.C. circa). Egli nacque in Siria,
all’estremità orientale dell’impero romano, a pochissimi passi dal regno dei
Parti, o Persiani a dir si voglia, da una famiglia di ceto medio. Molte
informazioni sulla sua infanzia ci vengono fornite dall’ opera autobiografica
“Il Sogno” in cui racconta come, vista la sua predisposizione da bambino a fare piccole statuette di animaletti di
cera a scuola, sia stato introdotto nella bottega dello zio scultore. E questi,
che il giorno che c’era lezione di pedagogia a scuola aveva la febbre, al primo
sbaglio del piccolo Luciano, lo riempì di botte costringendolo a tornare a casa
piangendo dalla mamma. La notte però fece un sogno molto strano: due donne, una
grossa e rude, personificazione della Scultura, e l’altra aggraziata e
delicata, la Letteratura, gli apparvero per cercare di convincerlo a scegliere
una di loro. Ma il giovane Luciano, dopo la brutta giornata passata, non ebbe
dubbi: Letteratura non fece nemmeno in tempo finire il suo discorso che il
ragazzo già si era lanciato tra le sue braccia. L’opera, molto breve e semplice,
presenta qualche tratto interessante che mi ha colpito. Innanzitutto tutti i
nomi dei familiari, del nonno e del padre in questo caso, sono stati
volutamente censurati dall’autore con una serie di asterischi. In un’epoca in
cui il concetto di privacy non era poi così importante la scelta risulta
particolare. Inoltre, se Luciano si fosse vergognato della sua famiglia di
origine, non avrebbe continuato per tutta la vita a vantare le sue origini
culturali siriane (nessuno al tempo gli chiedeva un kebab senza salsa bianca)
e, se fosse stato famoso presso i suoi contemporanei, perché evitare che la sua
fama ricadesse sui suoi parenti? Un’altra particolarità sta proprio nella
scelta dell’argomento. Un’opera autobiografica e elogiativa allo stesso tempo è
tipica solo di figure molto egocentriche (come Cicerone che, tra le righe, e
sono molte, si vanta di aver salvato tutta Roma da solo), non di autori
scherzosi e spiritosi come lui che anzi ridicolizzava questi personaggi
scrivendo feroci testi satirici. Certo, scrisse molte opere strane come l’ ”Elogio
della Mosca”, ma questo perché faceva parte dei neosofisti, una corrente
filosofica che sosteneva che si potesse parlare di qualunque cosa sostenendo,
grazie all’uso illimitato della parola, tutto e il contrario di tutto (ma
diciamo pure che ci tornerò su un’altra volta, se sto a spiegarvi tutto ora non
ce le caviamo più). Per il resto, della sua vita, non sappiamo troppo: si mosse
prevalentemente tra l’Italia, la Grecia e l’attuale Turchia diventando maestro
di retorica e ricoprendo incarichi politici vari. Egli attraversò diversi
periodi di produzione, da quello puramente satirico (il “Dialogo dei Morti”) a
quello filosofico (“I Filosofi all’Asta”), fornendoci diverse biografie di
personaggi celebri del suo tempo con ritratti nitidi, particolareggiati e
spietati (“Alessandro o il Falso Profeta”). Ma di tutte queste opere ho deciso
che ne parlerò a parte: infatti, come avrete capito, Luciano è uno dei miei
autori preferiti di sempre e ci tengo a sviscerarlo bene ma con calma, così da
non confondervi le idee. Quel che mi importa ora è invece palare della sua
attività di romanziere con “La Storia Vera” e “l’Asino”, opera di cui ci
occuperemo oggi mentre l’altra la rimando al prossimo articolo!
Ma ora
passiamo invece ad Apuleio (125 d.C.-170 d.C.)! Egli nacque a Madaura,
nell’attuale Algeria, ma non sappiamo nulla né della sua famiglia di origine né
ci sono pervenute troppe notizie certe sulla sua vita. Sappiamo che, di sicuro,
egli amava viaggiare tantissimo, tant’è che si recò pure in Egitto dove si
convertì al culto di Iside e Osiride (religione di cui ci parla anche Plutarco
in un trattato particolare, “Iside e Osiride” appunto). Tale scelta religiosa
fu talmente determinante da influenzare il suo più grande lavoro, le
“Metamorfosi o Lucio e l’Asino d’Oro”, soprattutto nel finale (di cui non vi
spoilero NULLA DI NULLA, andate a leggervi il romanzo che merita assolutamente!).
Ma, attraverso un suo lavoro autobiografico, “La Magia”, noi sappiamo che fu
accusato da della gente di un paese del nord Africa di essere uno stregone.
Quest’ accusa, ovviamente infondata, era stata fatta da dei parenti di una
vecchia e ricca vedova che il giovane Apuleio era stato accusato di aver
sedotto con dei filtri magici per poi sposarla (ma lui l’amava comunque,
sicuro). In quest’opera, che altro non è che il testo di difesa scritto e
pronunciato da Apuleio, sono presentati tutti gli indizi che avevano portato
gli accusatori a condurlo davanti al giudice e si basavano su fatti che noi
oggi definiremmo normali ma che per quell’epoca erano qualcosa di magico e
misterioso come… lavarsi i denti (cosa sconosciuta ad alcuni ancora oggi) con
del dentifricio (sì, c’era già ai tempi, e veniva importato dall’oriente) e
guardarsi allo specchio (il vetro ai tempi veniva poco usato perché
difficilissimo da realizzare). Non sappiamo poi come andò a finire il processo,
ma è probabile che Apuleio si sia salvato. Ma perché è così interessante questo
testo? Innanzitutto si tratta di una delle pochissime difese in tribunale che
ci è giunta per intero di quel periodo storico oltre ad essere l’unico vero
documento biografico sull’autore in nostro possesso. Come si può evincere dal
testo, Apuleio era molto interessato alle culture diverse dalla sua e assorbiva
usi e costumi particolari che lo rendevano misterioso e sospetto agli occhi
della gente (come un templare o un Maya, dicono le fonti). Per il resto non
sappiamo nulla, nemmeno come si chiamasse veramente! Il nome che ci è stato
tramandato, Lucio, è lo stesso di quello del protagonista della sua opera e la
cosa è alquanto sospetta. Come può essere successo? Vi ricordate forse di quel
patriarca bizantino, Fozio, a cui piaceva scrivere riassunti e di cui vi ho
parlato qualche articolo indietro? No? Malissimo, ma potete rimediare andando tutti
QUI per mettervi in pari! In ogni caso il sant’uomo (nel vero senso della
parola) decise di riassumere anche la
trama di quest’opera, forse attribuendo al suo autore il nome del protagonista,
confondendosi come un ubriaco a un Gay Pride (cose che capitano quando ancora
Wikipedia non esisteva anche se, diciamocelo, prima di scrivere certe cagate
poteva anche buttarci un occhio a quel che faceva o fare almeno un paio di
riletture). Ma, attenzione, il nostro Fozio potrebbe averne fatte anche di peggio! Infatti pure Luciano (forse, ma non si è certi sia lui) ha composto
un’opera molto molto simile, “L’Asino” appunto, di cui il nostro riassuntista
(o riassuntatore, fate voi) parla. Ora, che Luciano sia diventato il Lucio del
libro e questi a sua volta Lucio Apuleio? Molto probabile ma… tutte ste storie
di asini da dove spuntano (ma soprattutto, la mia voglia di parlare di questi
animali, da dove nasce?)? Perché c’è un mega romanzo al riguardo e poi un suo
riassunto con un finale completamente diverso? Da dove sono nate tutte queste
leggende? Non lo sappiamo. Non ci sono arrivati infatti altri romanzi o testi
che accennino ad alcun tipo di trama del genere. Però, senza un modello precedente,
non è possibile che due opere del genere siano nate nello stesso periodo e con
caratteristiche così sfacciatamente uguali! A questo punto diventa una semi
certezza ormai che Apuleio e Luciano (o chiunque abbia scritto quest’opera)
quantomeno si conoscessero o avessero a che fare con un circolo culturale
perlomeno simile.
Quindi, per
riassumere, ci ritroviamo con due autori contemporanei parecchio misteriosi,
entrambi grandissimi viaggiatori e conoscitori di culture molto lontane che
hanno scritto opere molto molto simili (quella di Luciano è veramente un
riassunto di quella di Apuleio, riprende anche gli stessi episodi). Una cosa
del genere è destinata a non ripetersi mai più nella storia della letteratura e
ciò mi fa sospettare che sotto ci sia qualcosa di più di una banale
collaborazione o scambio di idee. Probabilmente è andato perso uno dei più
grandi romanzi mai stati scritti sulla faccia della terra e, che per un
motivo per l’altro, non ci è arrivato.
La stessa opera di Apuleio fu rinvenuta solo nel 1300 da Boccaccio (1313
d.C.-1375 d.C.) che la utilizzò come spunto per il suo “Decamerone” (1351). E
non è nemmeno difficile immaginare perché la trama sia stata così censurata dai
copisti medievali dati i contenuti parecchio spinti (il culmine viene raggiunto
con un episodio di zoofilia in cui l’asino, date le sue doti, è il protagonista
indiscusso tanto per intenderci). Inoltre, all’interno dell’opera di Apuleio, è
incastrata, proprio a metà, rompendo tutta la storia, la famosa favola di Amore
e Psiche che ispirò tantissime opere d’arte successivamente (tipo questa e
questa).
Prima della
conclusione qualche informazione per i consigli sugli acquisti! “La Magia” di
Apuleio io l’ho trovata in un’edizione sconosciuta ma molto accurata della
“Acquarelli”, una collana della Giunti penso introvabile (non c’è su il prezzo
per dirvi), però l’ho vista in giro anche in economica della BUR, per cui penso
venga 10€ o anche meno. Il “Sogno” e l’ “Asino” di Luciano li ho trovati
insieme al “Gallo”, un dialogo filosofico molto divertente, in un unico
libricino (di cui non trovo la copertina) della Oscar Mondadori a soli 9,50€ e, penso, non sia difficile da
trovare. Infine per le “Metamorfosi” di Apuleio andate sul sicuro con una
versione BUR completissima di note a soli 10,60€. Tutte queste opere sono
facili da leggere, interessanti ma soprattutto divertenti e godibilissime
quindi che aspettate a prenderle?
Ed eccoci
arrivati alla fine di questo articolo. So che non è stato magari dei più
brillanti ma mi serve come base per parlarvi tranquillamente di Luciano. Ed è
per questo che ho deciso di considerarlo un extra, qualcosa di piccolo e a
parte, che mi serve da introduzione al prossimo brano in cui parlerò della
“Storia Vera”, una delle mie opere preferite di sempre e su cui mi soffermerò
parecchio. L’unico dispiacere è di aver liquidato così in fretta il povero
Apuleio col suo straordinario romanzo ma, veramente, sono stufo di parlare di
asini, basta! Quindi nulla, se avete trovato un po’ giù di tono questo articolo
non preoccupatevi, col prossimo si ricomincia alla grande! Ovviamente COMMENTATE condividete e mi piacciate! Questo brano lo
dedico agli amici dell’associazione “Anche Fozio Ha un’Anima” che da anni si
batte per salvaguardare la figura del bistrattato santo bizantino che
altrimenti sarebbe bandito da ogni libro di testo.
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venerdì 7 febbraio 2014
Collana i "merdalavori", ep II: il maledetto "Castello di Otranto"
Un saluto a
tutti quanti e benvenuti a questo secondo merdalavoro! Però, prima di iniziare,
ci tenevo a dirvi due cose: innanzitutto GRAZIE, ma davvero tanto! <<Ma come, ma basta dire grazie, già l’altra
volta sembrava ti avessimo donato il fegato!>> Sì, questo lo so, ma
stavolta abbiamo superato le 1000 visualizzazioni in un mese, che altro posso
aggiungere? Inoltre ci tengo a ricordarvi che, in questa collana, più che nelle
altre, sto esprimendo il mio personale gusto e opinione sulla bellezza e gradevolezza
in sé dell’opera (e sul suo senso logico spesso e volentieri) ma non sul suo
valore artistico e letterario: infatti, se il libro mi ha fatto schifo da una
parte, dall’altra apprezzo e riconosco il significato dell’opera in quanto
tale. <<Sì, ma se non ci dici di
che vuoi parlare noi come facciamo a capire? E dì sto titolo, su forza, ogni
volta mille giri di parole prima di rivelarlo…>> Bene, questa volta
vi voglio parlare del primo romanzo gotico della storia della letteratura,
ovvero del “Castello di Otranto”(1764) di Horace Walpole (1717 d.C.-1797 d.C.)!
Ma iniziamo,
come al solito, con qualche breve cenno alla vita del nostro autore. A scuola,
magari, avrete sentito parlare del famoso politico e “economista” (perché non
si può certo dire che fosse un genio nella materia) Robert Walpole (1676
d.C-1745 d.C.) famoso per aver compiuto un’operazione finanziaria a dir poco
rovinosa che portò l’Inghilterra sull’orlo del disastro economico (una specie
di misto tra Andreotti, Craxi, Berlusconi e Monti insomma). Per riassumervi
molto velocemente un suo ipotetico discorso fatto agli inglesi, possiamo
ipotizzare che avrebbe più o meno detto:
<<Salve a tutti, ricchi investitori inglesi!
Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva. Quella buona è che ho
convertito tutti i vostri titoli di stato in azioni per la “Compagnia delle
Indie” che rischiava il tracollo finanziario! In pratica tutti i vostri soldi
sono stati investiti in questa compagnia che commercia con le nostre care e
prolifiche colonie. Ma passiamo alla notizia brutta: la Compagnia delle Indie è
fallita e i vostri soldi sono andati persi!>>
Ovviamente
le cose sono state molto più complesse
di così e il nostro fine economista cercò di correre ai ripari, ma non siamo
qui oggi a parlare di lui. Infatti, come qualche panciuta professoressa di
inglese potrebbe far notare, <<Eccheccentra
Robert Walpole con l’autore del “Castello di Otranto”?>>. Horace Walpole
non era che suo figlio (cresciuto nei peggiori bar di Caracas proprio)! Il
nostro scrittore, a dir la verità, non ebbe una vita poi troppo affascinante:
fece un grande viaggio per l’Europa da giovane, come era di moda tra i nobili
del tempo, con il suo amico Thomas Gray (1716-1771), un noto poeta
preromantico, che lo influenzò tantissimo. Tornato in patria diventò politico
per poco tempo grazie ai giri del padre (sì, gli inciucci erano parecchio
efficaci per trovare lavoro anche all’epoca). Per il resto, a parte un grande
epistolario di oltre 3000 lettere (sicuramente tutte interessantissime, eh, per
carità…) e il “Castello di Otranto” non compose nulla di speciale.
Ma passiamo
al romanzo. Purtroppo. L’opera è ambientata a Otranto (ma dai? Non l’avrei mai
detto!) nel 1300 circa, non troppo tempo dopo le crociate. L’intreccio è
volutamente molto molto confuso e, per una visione dei contenuti più
approfondita, vi rimando alla fonte somma del sapere universale (Wikipedia) che vi aiuterà a comprendere il perché non voglia troppo addentrarmi
nel dettaglio. Per i meno curiosi di voi ecco delle linee generali per comprendere quanto
segue, ma prima…
SSSSSPOOOILEEER!
(così, tanto
per essere sicuri che nessun figamolle ingenuone ci caschi in pieno e
poi si lamenti)
Il
protagonista/antagonista è Manfred (tipico nome medievale del sud Italia),
proprietario del maniero di Otranto, dove vive con la moglie e i due figli, un maschio
e una femmina. Il ragazzo si deve sposare con una ricca feudataria ma, proprio
il giorno delle nozze, viene schiacciato da un elmo gigante, grosso più o meno
come una casa, nel cortile del castello. Sì, avete capito bene, ma ve lo ripeto
per sicurezza. Viene schiacciato da
un enorme elmo medievale di qualche tonnellata caduto dal cielo senza un perché. Ma non è questo
l’unico fatto straordinario. La servitù, a volte, aprendo la sera le stanze del
castello, vede degli arti giganteschi muoversi e, a un certo punto, un ritratto
si stacca dalla tela e inizia ad aggirarsi per i corridoi del maniero. Ma chi è
questo misterioso e titanico cavaliere che si aggira indisturbato per la
reggia? Un giovane contadino, quando viene rinvenuto ciò che rimane del corpo
del figlio di Manfred, dice che l’elmo gigante è uguale identico a quello di un
antenato del protagonista che combatté nelle crociate. Inoltre afferma che
dalla statua dell’eroe, conservata nella chiesa, è venuto a mancare proprio il
copricapo da battaglia. Ovviamente, seguendo una logica di stampo medievale a
dir poco impeccabile, il popolo pensa che il povero contadino sia il colpevole
del tutto e, tanto per non perdere tempo, si appresta a farlo fuori sul posto
senza troppi complimenti quando interviene il parroco del paese che lo salva affermando
che quello in realtà è… suo figlio (musica drammatica)! Questo è il primo dei tanti
colpi di scena completamente a cazzo del romanzo, ma non temete, ci tornerò
sopra più avanti. Intanto Manfred è disperato non tanto per la perdita del
figlio (non ci avrebbe messo tanto a sfornarne uno nuovo) quanto per il fatto
che non può acquistare nuove terre tramite il matrimonio e consolidare il suo
potere. E allora che fa? Gli viene in mente un’idea geniale e assolutamente
improbabile per l’epoca in cui è ambientata la vicenda: vuole divorziare dalla
moglie per sposarsi lui con la ex-promessa sposa del figlio cercando di
convincerla ad accettarlo come sostituto. E qual è il modo più sicuro e
romantico con cui cercare di convincere una giovane ragazza a sposare te,
vecchio e brutto feudatario? Ma che domande, ovviamente CERCANDO DI STUPRARLA
(oltretutto fallendo miseramente)! Il giorno dopo arriva Federico, il padre
della fanciulla, il quale, oltre a volerla riportare a casa, dice di essere il
vero erede del principato di Otranto. Comincia così una serie di inseguimenti
di coppiette innamorate e uccisioni casuali (del tipo: <<Oh, eri tu? Scusa, non mi ero accorto di
star combattendo contro mia figlia, che sbadato>>) che portano a un
finale assurdo: il castello crolla e appare la gigantesca figura dell’antenato
crociato tra le rovine mentre San Nicola, dall’alto dei cieli, nomina vero
erede il figlio del parroco (San Nicola recentemente paparazzato). Chi si doveva sposare si sposa, i cattivoni
vivono male, gli altri no e finisce così. Su dai, diciamolo tutti insieme:
QUESTA TRAMA È
UNAMMERDA
Cioè, è
veramente difficile trovare un senso a questo pattume. Mi dispiace dirlo,
perché si tratta di un’opera talmente importante da aver dato il via a un
intero genere letterario, quello del romanzo gotico, ma questo è veramente
troppo! Torniamo a parlare dei punti dolenti del libro che ci attendono
dolorosi e numerosi.
FINE SPOILER!
La trama del
libro diciamo che non si basa su un concatenarsi logico di eventi ma su colpi
di scena a raffica buttati dentro a forza solo per tenere alta la curiosità nel
lettore, altrimenti si sarebbe decisamente annoiato (è come puntare solo sugli
effetti speciali per un film, perché la sceneggiatura fa schifo, senza saperli fare). La cosa, infatti, volendo
semplificare (ma nemmeno troppo) si può riassumere con:
<< Aspettate tutti, io non sono tua madre ma
sono… TUO PADRE! (musica molto drammatica)>>, << E io non sono tuo figlio ma… TUA ZIA!(musica drammaticissima)>>,
<< Eh no, non così in fretta!
Infatti io non sono il cane ma… LO SCERIFFO DELLA CITTÀ e ti dichiaro in
arresto! (una musica così drammatica che più drammatica non si può)>>.
E così per pagine e pagine (una sorta di
episodio di Scooby Doo in loop). Ma qualcuno potrebbe dire:<< Sì, ok, ci sono tantissimi colpi di scena,
ma in un romanzo abbastanza corposo non ci stanno poi tanto male, ravvivano
l’azione.>>. Sì, gentile lettore, questo è vero, però peccato che il
libro non superi le 100 pagine.
Inoltre ogni colpo di scena è seguito da
intere paginate di dialoghi del tipo:
<<Oh,
mi è successo qualcosa di terribile che nemmeno immagini!>> <<Ommioddio che cosa ti ha turbato così tanto?
Parlamene, ti prego!>> <<No,
non posso, è qualcosa di veramente tragico!>> <<Ma ti prego, sono in ansia, comunicamelo
subito!>>
<<No, sul serio, rimarresti
sconvolta…>> << Su
dai, siamo amiche, a me puoi dirlo, sfogati!>> <<E va bene, se proprio vuoi… sappi… sappi…
sappi che… è finito il latte! (il dramma proprio)>>.
Questo misero espediente narrativo per far
crescere l’ansia (e il nervoso) del lettore sono lunghi anche pagine e pagine
in cui non succede veramente NULLA DI NULLA!
Passiamo poi
ai prodigi prodigiosi e ai misteri misteriosi. Una sola domanda: PERCHÉ? Sì,
perché è caduto un elmo gigantesco scomparso da una statua? Perché appaiono
arti a caso nelle stanze del castello? Perché i dipinti si staccano dalle tele?
Perché compare San Nicola? Perché? Come? Non lo sappiamo. Probabilmente il
tutto ha a che fare con i Maya e gli alieni (con i templari di sicuro
stavolta!), ma non possediamo abbastanza prove. Molti di questi miracoli sono
oltretutto fini a sé stessi. Quando, ad esempio, Manfred sa di ste gambe e
braccia per il castello, pensate si preoccupi, che cambi le sue azioni in
qualche modo, che si redima? Certo che no, nulla di tutto ciò, continua a
vivere tranquillo come se non fosse successo nulla. E allora perché inserire un
episodio del genere?
Ma ancora,
questo romanzo è completamente sconnesso dal punto di vista storico. Non
dimentichiamoci che siamo nel 1300. Quando mai, in quell’epoca, le persone si
separavano o potevano anche solo pensare lontanamente di fare una cosa del
genere? Solo nel 1500 Enrico VIII (1491 d.C.-1547 d.C.) ci ha provato e per
farlo ha dovuto fondare una religione tutta sua, figuratevi come il principe di
Otranto, duecento anni prima, sarebbe mai potuto arrivare a un passo del genere!
Poi, una parte che mi ha fatto morire dal ridere è quella del quadro con il
dipinto che si stacca dalla tela. E voi vi chiederete: <<Maccheccè di così divertente in una cosa del
genere?>>. Vi devo proprio ricordare come erano fatti i disegni in
quell’epoca? (gente disegnata molto bene) Cioè, immaginatevi questo personaggio deforme in 2 dimensioni,
con gli occhioni tutti d fuori, che cammina per le stanza del castello come i
fantasmini di Pac-Man sullo schermo!
Inoltre i
personaggi sono stilizzati in una maniera atroce: Manfred, il cattivo, è
veramente cattivone cattivone e malvagio, la giovane fanciulla casta e
purissima e i servi, per dire, sono tutti dei tontoloni balbuzienti ma la lista
potrebbe essere molto lunga.
Tirando le
somme, questo libro fa proprio schifo sia come intreccio sia per la tecnica
narrativa. Però la sua influenza è stata grandissima (basti pensare che il
“Manfred” è un famoso poema di Byron e Matilda, la figlia del protagonista,
sarà il nome dell’eroina del romanzo omonimo di Mary Shelley di cui parlerò) ma
adesso non è il tempo di parlare dei tratti generali del romanzo gotico e di
quanto sia effettivamente molto bello. Rinvio infatti il tutto a un pezzo che
farò tra non troppissimo su un VERO capolavoro del genere, il “Monaco” di
Lewis.
Il libro,
che mi è stato regalato per cui non so dirvi il prezzo, l’ho letto in
un’edizione molto dubbia della “Costa&Nolan” (sembra il nome di una coppia
di musicisti di quelli che suonano la fisarmonica nelle balere) di cui non so
nulla anche se ce ne sono molte altre edizioni e non avrete troppa difficoltà a
trovare questo merdalavoro. Ovviamente, personalmente, vi sconsiglio l’acquisto
dell’opera, ma potrebbe piacere ai più masochisti di voi.
Vi ringrazio
ancora tantissimo per tutte le visualizzazioni e il vostro supporto! Ovviamente
mipiacciate, condividete ma soprattutto COMMENTATE! Ditemi le vostre esperienze
con questo libro se ne avete avute, oppure ditemi cosa ne pensate dell’articolo
o insultatemi, come vi pare! Dedico questo brano alla mia professoressa di
italiano che, l’ultimo giorno della quinta liceo, vedendomi arrivare tutti
baldanzoso con il libro sottomano per chiederle una piccola dedica, dopo aver
fatto una sofferentissima espressione di dolore, mi scrisse sulla prima pagina
“Lo sai, non condivido con te certe scelte culturali, oltranzistiche… Ma ammiro
e apprezzo la tua passione…”
La prossima
volta invece torniamo nel passato a parlare di due autori abbastanza misteriosi
ma pieni di fascino: Luciano ed Apuleio!
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martedì 28 gennaio 2014
Collana "A Bordo di Libro" (titolo provvisorio), ep.0: Il Viaggio Come Supermanto di Ogni Limite: Thule e l'opera di Antonio Diogene
Chiusi nella
nostra stanza, il capo chino sui libri e l’aria, sempre più viziata, ormai
irrespirabile è inevitabile che il nostro sguardo cerchi la libertà fuori dalla
finestra: il sole splende scintillante, gli uccellini volano liberi da
qualunque legame nel cielo limpido e tutto sembra pieno d vita (immagini
bucoliche a caso). In questi momenti vorremmo essere in posti sconosciuti,
lontanissimi, circondati da suoni, odori e colori indescrivibili… ma il corpo
rimane legato alla nuda, fredda e grigia realtà. Viaggiare, muoversi e ampliare
le proprie conoscenze è il principio primo che ha portato l’uomo a essere più
civilizzato e aperto, a entrare in contatto con comunità dagli usi e i costumi
molto diversi dai suoi (e poi a bombardarlo coi droni, ma questa è un’altra
storia). Ma come abbattere queste barriere spazio-temporali che ci tengono
legati tra le quattro mura di casa nostra (ovviamente senza utilizzare un
disintegratore di materia al plutonio arricchito)? Uno dei modi più semplici e
rapidi è quello di accendere il cervello (sempre che riusciate a trovare
l’interruttore), aprire un libro e immedesimarsi, anima e corpo, con il
contesto vissuto dal protagonista della nostra storia. Ed è proprio questo il
proposito della mia nuova collana! Ci addentreremo in terre lontane e
leggendarie popolate da essere bizzarri e mostruosi (no, niente rettiliani, mi
dispiace) che ci sorprenderanno con il loro aspetto e le loro inusuali
abitudini.
Ma ci serve
un punto di partenza comune, un “gate” a cui ritrovarsi (come i gruppi
organizzati alle sei di mattino alla Malpensa). E quale posto migliore se non
il confine estremo del mondo conosciuto dagli antichi, l’ ”isola che non c’è”
per eccellenza? Di che sto parlando? Ma della nordica Thule! Quest’isola, in
cui i periodi di luce e di buio durano mesi e mesi, circondata da un mare
ghiacciato e morto, viene descritta per la prima volta da un certo Pitea di
Marsiglia che, circa nel 330 a.C., dice di averla raggiunta navigando per sei
giorni dalla Britannia (Greci in Inghilterra 300 anni prima di Cristo…
scommetto che non ce li avreste mai visti!). Questo aneddoto ci viene riportato
da storici illustri quali Polibio (206 a.C.-124 a.C.) e Strabone (60 a.C.-23
d.C.) come esempio negativo, perché raccontaballe, di avventuriero o “logografo”,
come lo definivano i Greci. Questo termine veniva usato per indicare chi si
metteva a fare lunghissimi viaggi in terre sconosciute a raccogliere
informazioni interessanti sui costumi e le tradizioni degli altri popoli da
raccontare, oralmente o per iscritto, a chi non si poteva muovere (ancora non
c’era la Lonely Planet, ci si doveva accontentare). Il problema nacque però
quando i vari autori cominciarono a comporre i loro diari di viaggio standosene
tranquillamente seduti a casa e inventandosi tutto di sana pianta, oppure
aggiungendo particolari inesistenti tratti dalle varie leggende locali solo per
attirare gente e essere più popolari (un tempo dire di aver visto una
popolazione con la testa da cane e il corpo umano valeva all’incirca 500 mi
piace, secondo una stima fatta da alcuni storici recentemente). Solo in seguito,
nell’antica Grecia, il termine logografo indicherà, con disprezzo, chi
componeva orazioni di difesa per altri da recitare in tribunale (una sorta di
avvocati, insomma). Ma sul problema dell’attendibilità delle testimonianze
tratterrò a parte in seguito, non temete (sì, lo so, sto cominciando a dirlo un
po’ troppo spesso ma abbiate fede, c’è tempo per tutto)! Ora, tornando al
nostro Pitea di Marsiglia, sembra quanto mai improbabile che effettivamente sia
riuscito a raggiungere una terra del genere coi mezzi a disposizione per
quell’epoca. Sì, è vero che sono condizioni climatiche che si trovano in paesi
come l’Islanda o la Norvegia del nord ma, in sei giorni, con una nave di legno
in mezzo al nulla è quantomeno poco credibile. È invece decisamente più
probabile che abbia sentito parlare di questi paesi da altri viaggiatori magari
proprio in Britannia, da cui dice di essere salpato . Oggi, però, non siamo qui
a parlare di quest’individuo in particolare, di cui ignoriamo praticamente
tutto, ma di una grande opera letteraria: “Le Incredibili Avventure al di là di
Thule” di Antonio Diogene.
<<Antonio
Diogene? E chi cazzo è costui?>> (cit. Don Abbondio)
Bho. Bho sul serio, non sappiamo nulla di
nulla del personaggio se non che aveva una sorella di nome Isidora (i dettagli
utili). Si stima però che sia vissuto all’incirca nel I secolo d.C. .
<<
E vabbè, di lui non sappiamo nulla ma sorvoliamo. E dell’opera che ci dici?
Com’è? Sarà sicuramente un grande capolavoro!>>
Bho. Bho anche qui, mi dispiace, ma a noi, di
questo romanzo gigantesco in 24 libri, non è che rimasto uno scarno riassunto
di poche righe composto da Fozio (820 d.C.-893 d.C.), un bibliografo bizantino
(che ho scoperto essere pure santo, alla faccia!) che ha scritto varie sintesi
di opere del passato, e un paio di frammenti molto inconsistenti. Fine. Tutto
qui: come non aver nulla, più o meno. Inoltre il riassunto, di qualche decina
di righe, non fa altro che tracciare le linee base di una trama intricata e
sicuramente molto nota a tempi senza dare il minimo dettaglio: a Fozio non
interessa illuminarci con le meraviglie incontrate dai personaggi in viaggio
che, anzi, riteneva, come qualunque scritto frutto della fantasia dell’autore,
opera del demonio (un uomo dalla mentalità aperta diremmo oggi).
<<Vabbè
dai, niente autore, niente opera, ma almeno la trama com’è?>>
Mha, a dire
il vero, senza il minimo dettaglio, sembra abbastanza anonima. La storia è
narrata a turno dai tre protagonisti a un amico in visita nella loro casa a
Tiro con la tecnica del flashback. Non starò qua a riassumervi punto per punto quelle
poche righe lasciateci da Fozio perché non si può fare la sintesi di una sintesi:
in poche parole c’è Dinia, il protagonista, che arriva, dopo mille peripezie, a
Thule dove incontra Dercillide, una ragazza di cui si innamorerà, che, giunta
lì dopo mille avversità, si trova legata all’isola dove, per malvagio
incantesimo di uno stregone egiziano, può vivere solo di notte mentre di giorno
lei, insieme al fratello, giacciono come morti (no, una frase più contorta non
sono riuscito a trovarla, prego.). Solo nell’ultimo libro riescono a sciogliere
l’incantesimo e, in sogno (non chiedetemi perché), a varcare i confini estremi
del mondo superando Thule e raggiungendo la Luna dove… non sappiamo cosa
vedono. Questa parte, sicuramente molto fantasiosa e piena di dettagli
interessanti, viene brutalmente troncata dal nostro mai-così-simpatico Fozio e
dalla sua fede. Grazie Fozio, grazie davvero, non dovevi proprio, troppo
gentile! Sappiamo però che le cose sono finite bene perché, a parlare, è
proprio Dinia, ora sposato con Dercillide. Questa storia capita nelle mani di
Antonio Diogene perché, prima di morire, i protagonisti l’hanno trascritta su
delle cortecce d’albero ritrovate secoli dopo da un generale di Alessandro
Magno durante l’assedio di Tiro nelle loro tombe. Ovviamente tutto ciò non è
mai successo (no bambini, i Greci non sono arrivati sulla Luna), si tratta di
un falso storico: la tecnica del manoscritto ritrovato è stata in seguito usata
da molti autori come ad esempio Rabelais nel “Gargantua e Pantagruele” e Manzoni nei “Promessi Sposi”.
Ma dunque,
perché quest’opera è così importante anche se di lei sappiamo poco o nulla?
Perché, come ci dice lo stesso Fozio, questo romanzo è stato uno dei primi ed è
servito da modello a tutte le altre opere, antiche e non, che sono state scritte
in seguito: ritroviamo non solo schemi narrativi come quello dell’abbandono e
del ritrovo presenti in numerosissime opere tra cui ancora una volta il
capolavoro di Manzoni, ma anche situazioni tipiche divenute ormai famosissime
come la scena dell’amante che si suicida perché pensa che l’amata sia morta
quando invece non lo era (Shakespeare nel “Romeo e Giulietta” non si è
inventato nulla). Ma come nasce un’opera così complessa e piena di temi?
Evoluzione graduale o intuizione geniale? Probabilmente una via di mezzo. Gli
unici modelli, da noi conosciuti, che esistevano precedentemente erano il poema
epico ( “Odissea” e le “Argonautiche” di Apollonio Rodio (295 a.C.-215 a.C.))
per il racconto avventuroso e le fabulae milesiae, stoirelle di origine
popolare, per l’uso della prosa: tutte queste influenze non sono però
sufficienti a giustificare un qualcosa di così innovativo, impegnato e perfetto
stilisticamente, stando almeno a quel che ci dice Fozio.
E dunque
ancora, perché dedicare un intero brano ad un’opera di cui sappiamo così poco?
Il capitolo vuole essere un piccolo punto di partenza per il mio progetto di
gestione del blog, ma cerco di spiegarmi meglio. Il 29 gennaio il blog compie
un mese e, in 30 giorni, sono riuscito ad arrivare dal nulla a 900
visualizzazioni. Ma sono solo numeri, direte voi, non sono quelli che rendono
bello o popolare il tuo spazio, possono anche essere casuali le
visualizzazioni, non contano nulla. Questo è vero, da un certo punto di vista,
però per me tutto ciò significa molto molto di più di quanto voi non possiate immaginare.
Quindi, dopo un mese di collaudo di questa pagina, sono pronto a prendermi
carico seriamente del tutto e vi prometto che non vi deluderò. Thule, il limite
geografico sulla mappa degli antichi, il mio limite interno di timidezza e
ritrosia nel gestire questo spazio, è ormai superata: preparatevi a salpare con
me! Quindi un ringraziamento dovuto va a tutti voi che state leggendo queste
righe e, se pensate che vi abbia rotto le palle continuando a chiedervi
opinioni a ciascuno fin’ora, sappiate che questo è solo l’inizio. Volevo
dedicare questo brano ai miei genitori che, da 13 anni, mi fanno conoscere il
mondo grazie a tanti viaggi che non tutti possono permettersi di fare ma che
dovrebbero essere d’obbligo per capire il valore di tutto ciò che è diverso da
noi.
So di essere
stato eccessivamente sentimentale, scusatemi ancora!
E come non
concludere un brano su Thule senza rimandarvi a chi l’ha cantata meglio di me? Colonna sonora per i titoli di coda più che doverosa!
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La prossima
volta cambiamo genere portandoci in un filone “oscuro” della letteratura!
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giovedì 23 gennaio 2014
Chi è il miglior amico dell'uomo? Viaggio popolare nella storia con l'asino!
!!!ATTENZIONE!!!
QUEST'ARTICOLO NON è PIU' RAPPRESENTATIVO DEL BLOG!
TROVATE LA SUA VERSIONE UFFICIALE QUI!!!
TROVATE LA SUA VERSIONE UFFICIALE QUI!!!
Salve a
tutti ed eccoci all’appuntamento tanto (???) atteso! Vi siete spaccati il
cranio contro la parete per capire quale potesse essere l’animale di cui vi
parlerò in questo episodio? No, eh? Leggendo gli indizi alcuni di voi magari
hanno pensato che oggi vi volessi parlare del cane, infaticabile amico
dell’uomo nelle varie epoche e che, quando eravamo ancora dei cavernicoli
nomadi, ci ha servito come compagno di caccia sotto forma dei suoi antenati
sciacallo e lupo per poi diventare nostro aiutante quotidiano nelle faccende
domestiche (anche se ciò non toglie che io ne abbia comunque una certa paura).
E invece no! L’animale più utile alla gente sul piano del lavoro umano non è
stato il cavallo viaggiatore (come un mio amico ha ipotizzato), non il bue
aratore ma l’asino, infaticabile lavoratore. Ma questo sgraziato animale,
brutto a vedersi e dal verso così terribile, è solo un sostitutivo del più
pratico e agevole schiavo (oh, quanto sono comodi, sono DANNATAMENTE comodi,
non trovate?)? La verità è che dietro alla figura apparentemente semplice di
questo mammifero dalle lunghe orecchie si celano simboli arcani ormai
dimenticati.
Come avrete
capito dall’introduzione, non andrò qui a trattare di nessuna opera letteraria
nello specifico, il mio sarà un discorso molto molto più generale che vuole
focalizzarsi su una concezione del mondo molto particolare. Il filone da me
considerato è quello della cultura popolare da piazza che si oppone al ramo del
sapere ufficiale che, in poche parole, è quello che si affronta maggiormente a
scuola. Questa corrente “bassa”, se così si può dire, attraversa i millenni
portandosi dietro caratteri fissi e tendenzialmente immutati nel corso del
tempo e comuni a culture diversissime tra di loro, dall’antica Grecia al
Giappone feudale. Il discorso, complesso e non di immediata comprensione, ve lo
spiego in termini molto semplici così che tutti possiate comprenderlo con
facilità nonostante le sue dimensioni e la complessità: vi dico soltanto che,
sebbene lo stia approfondendo da più di un anno e l’abbia sviluppato per la
tesina, sto continuando a studiarlo imparando cose sempre nuove come quella di
cui vi parlo oggi. Comunque, appunto, voi non preoccupatevi e scusate, anzi, se
ripeto gli stessi concetti più e più volte.
Ciò che vi
racconto è tratto dal doppio volume “Sesso e Mito” (1962) di Francesco Saba
Sardi (1922-2012) e soprattutto dall’opera monumentale di Michail Bachtin
(1895-1975) “L’Opera di Rabelais e la Cultura Popolare” (1965) attualmente in
fase di lettura. A ciò va aggiunta qualche considerazione personale ma non
perdiamo altro tempo e passiamo ad analizzare il tutto!
Come già
accennato la cultura popolare ha origini millenarie e coinvolge temi quali, ad
esempio, la fertilità, la vita e la morte intesa come rinascita. Tutti questi
concetti vengono portati alla luce tramite una serie di immagini apparentemente
molto semplici (ai limiti della banalità per noi abituati a ragionamenti molto
più complessi) ma che nascondono grandi messaggi. Per capirli dobbiamo però abbandonare
la mentalità da persone del 2014 e, con qualche vestito in meno e pelo in più,
immedesimarci nell’uomo primitivo, privo di televisione, computer e di quasi
qualunque utensile. L’uomo antico non sa nulla, può solo intuire, non ha
conoscenze scientifiche di alcun tipo (in questo ci assomigliamo, non è vero
matematica?). Ad esempio intuisce che, mettendo quella cosa strana e lunga in
un buco che ha quell’altro essere a lui simile, si fanno dei bambini che poi
diventeranno adulti. Spremendosi le meningi riesce a concepire quindi che a dar
origine a tutto ciò è lo sperma (per il riconoscere il ruolo della donna ci
vorrà tempo, nemmeno Aristotele c’era arrivato), il seme, che uscendo dal pene
entra nel ventre della donna e qui viene “sepolto”. Quindi la pancia, sotto
questo aspetto, assomiglia alla terra, al suolo, che accoglie il seme per
generare la pianta. Tutte queste immagini come i genitali, il ventre piuttosto
che il suolo si trovano in basso: in basso nel nostro corpo, in basso sulla
terra. E, come è facilmente intuibile, dalla parte opposta troveremo l’alto.
Ripeto, è un modo di pensare molto molto ma MOLTO semplice, cercate di seguirlo
senza farvi troppi problemi e i vostri neuroni rimarranno illesi, ancora
impacchettati nel cellophane (sì si scrive così, io pensavo che si scrivesse
celophan, non so voi!) come li avete trovati alla nascita.
<<E in alto cosa c’è, voi che avete la vista
buona e il cervello fino?>> Nel corpo la testa, nel mondo il cielo,
la casa degli dei e… il paradiso (no vi giuro lo vedo da qua… no, nessun ufo o
scia chimica, mi spiace…)! E quindi “di sotto” troveremo l’inferno e dunque la
morte (e Andreotti che ci aspetta). Quindi, ricapitolando: vita su, morte giù;
paradiso su, inferno giù; testa su, ventre e genitali giù. Quindi dovete pensare
ora che tutti gli elementi alti sono legati tra di loro così come quelli bassi.
Però appunto la vita (della pianta, del bambino) viene da un posto in cui
invece si trova la morte (il terreno che ospita i cadaveri, il ventre), come
mai? Questo perché la morte, in questo sistema di immagini, non è mai fine a sé
stessa ma è indissolubilmente legata al concetto di rinascita, di rinnovamento.
<< Eh, vabbè Riccardo,
maccheccentra con l’asino?>>. Seguitemi nel ragionamento e presto vi
sarà chiaro come questo animale sia un vero, grande simbolo di
“morte-rinascita”.
Qual’ è una delle grandi doti dell’animale?
Non tanto la dentatura perfetta o il verso armonioso quanto un grande,
grandissimo pene (non vedevate l’ora di rileggere questa parola, dite la
verità!). E non vi devo certo stare a spiegare come questo simboleggi fertilità.
E qual’ è un’ altra grande caratteristica dell’animale? Se lo guardiamo nemmeno
troppo attentamente noteremo un ventre abbastanza prominente
(pancia=terreno=morte=rinascita) in cui Bear Grylls dormirebbe senza problemi
con tutta la famiglia. E di cosa va riempita questa pancia se non di giovani e
tenere pianticelle pronte a sacrificarsi tra le fauci della bestia (vegani insensibili,
anche le piante hanno dei sentimenti, non ve ne frega nulla di loro!)? Quindi è
la vita che si estingue ma… in che cosa si tramuta? Semplice, ESCREMENTI (ah,
la poesia…)! <<Ma che schifo- direte
voi -non sai che parlare di ste cose
terribili! Ma non ti vergogni?>> Invece pensate, bambini, cosa ci fanno
i contadini col letame? Ci coltivano i campi per far maturare i semi generando
nuova vita dall’ apparente morte del terreno e delle feci (<<Wiiiii!!!>>)! E, con tutto il cibo
che l’asino ingurgita, ma avete idea di quanta merda produca? Una vera manna
dal cielo per l’uomo dell’era dei contadini che, suo malgrado, non aveva ancora
inventato i fertilizzanti e altre sostanze chimiche per poterci avvelenare
(Gomblotto! Gomblotto!). Inoltre l’animale è un infaticabile lavoratore,
bastava riempirlo di botte: dice il più simpatico dei proverbi medievali
“Cos’hanno in comune l’asino, l’albero di noce e il contadino? Bisogna
picchiarli perché diano qualche frutto”. Così l’asino è allo stesso tempo
martire degli animalisti e fonte di guadagno e sostentamento quando ancora non
esistevano tutte le comodità di oggi ma anche simbolo di tutto ciò che è
abbassante: genitali, ventre e
escrementi in gran quantità. E così si entra in un gioco di immagini e rimandi
che si fa strada lungo la storia dell’uomo nei secoli. Ad esempio, nel medioevo,
il tamburo, fatto con la pelle d’asino conciata e tirata, veniva suonato ai
matrimoni con la mazza, chiaro simbolo fallico ben evidente nel nome in
francese, come rito di fertilità e allo stesso modo il tamburello, dal suono
così allegro, era simbolo dell’amante cornificatore.
Nell’antica Grecia Dioniso (Bacco per i
romani) era il dio dell’ebbrezza, del vino e dell’incontrollabilità delle
passioni: le menadi, sue sacerdotesse, si dedicavano a culti orgiastici, detti
misteri, in suo onore in cui come pazze perdevano completamente il controllo di
sé (come ci racconta bene Euripide (485 a.C.-406 a.C.) nelle sue “Baccanti”
(405 a.C.)). Ma tra le schiere del dio che l’accompagnavano festose, oltre a
satiri danzanti e menadi festeggianti, si trovava anche una figura molto
particolare: Sileno. Vecchio, grasso e effeminato (si vestiva di giallo come le
donne), simbolo del passato che si rinnova in futuro, è un satiro raffigurato
sul dorso di un mulo. E così ci viene mostrato da Piero di Cosimo (1461
d.C.-1522 d.C.) nel suo “Le disavventure di Sileno” (1505) e pure Lorenzo De’
Medici (1449 d.C.-1492 d.C.), nella celebre “Canzone di Bacco” (1490), ne dà
una descrizione simile (Quant’e bella
giovinezza/che si fugge tuttavia!/Chi vuol esser lieto, sia: del doman non c’è
certezza su, dai che la conoscete anche voi!). Inoltre anticamente le
processioni festose di vita in onore di Bacco presentavano oggetti utilizzati
anche nei riti funebri in cui, come noi ormai sappiamo, la morte è sinonimo di
rinascita.
Gli asini
sono anche i veri protagonisti di due grandi romanzi antichi: del greco
“L’Asino d’Oro” di Luciano di Samosata (120 d.C.-190 d.C.) e del latino “Le
Metamorfosi” di Apuleio (125 d.C-170 d.C.). Le due opere hanno un rapporto
molto particolare tra di loro: infatti lo scritto di Luciano ha lo stesso
contenuto riassunto di quello di Apuleio ma in lingua greca. Però adesso non ci
interessa parlare dei due romanzi in sé quanto del protagonista, Lucio, che si
trasforma in un asino e, per tutta l’avventura, ne passa di cotte e di crude
nel tentativo di tornare ad essere umano. Qua l’asino non è solo un semplice
componente della trama: è un elemento comico che gode di vita propria, carico
di tutti i significati visti e che di certo i due autori avevano a mente.
Tornerò su questo argomento in futuro comunque.
L’asino come
essere buffo, sgraziato e poco sveglio emerge anche in altre occasioni. Si pensava,
ad esempio, che uno dei fondatori della scuola stoica (non chiedetemi chi
fosse, ogni volta che leggo quest’episodio il tipo ha un nome diverso,
illuminatemi voi!), vedendo l’animale mangiare dei fichi e bere vino, sia
letteralmente morto dal ridere (ancora non c’era la televisione, cerchiamo di
capirlo…).
Anche tra gli uomini colti del medioevo
correva una celebre storiella: quella dell’asino di Buridano. Questa povera
bestia, posta tra due mangiatoie piene, non sapendo a quale attingere per prima,
morì di fame corrosa dal dubbio.
Ma la figura
di questa buffa bestia affiora spesso anche nella letteratura successiva:
Sancho Panza, coprotagonista del “Don Quishotte” di Cervantes (1547 d.C.-1616
d.C.), vera e propria personificazione della cultura popolare, ha praticamente
come unico bene durante il viaggio quest’ animale. Anche in questo caso parlerò
di questo lavoro, uno dei più complessi nella letteratura mondiale, un’altra
volta.
Ma
l’importanza di questo animale era nota non solo agli uomini di lettere ma
anche al popolo che l’ha celebrato con riti vari che si sono succeduti e
trasformati nei secoli. Nel medioevo venivano messe in atto nei periodi di
festa le così dette “messe dell’asino”: veniva celebrata dal vescovo o dal
prete un’intera liturgia in cui le parole erano sostituite col verso
dell’animale imitato da tutti i presenti, chierici compresi!
Quindi,
ricapitolando, l’asino è un animale che da noi viene spesso sottostimato perché
non riusciamo a coglierne l’importanza che aveva invece un tempo, così abituati
alle nostre comodità. Esso racchiudeva le speranze delle persone che
sopravvivevano grazie al suo lavoro ed era così fondamentale per loro da
incarnare una serie di significati così complessi e arcaici da venir tramandati
per secoli e secoli.
E dunque
eccoci arrivati alla fine. Non sono entrato troppo nello specifico ma ho
cercato di darvi un quadro molto molto generale. Tutti i temi lasciati da me in
sospeso saranno comunque sicuramente ripresi e trattati a parte in seguito! Vi
voglio ringraziare tanto tantissimo per tutte le visualizzazioni che tra poco
arriveranno addirittura a 800! Se c’è qualcosa che non capite, di cui non siete
sicuri o che magri vi è sfuggito ma anche un vostro parere o qualunque cosa vi
venga in mente non avete che da scriverla qui! Inoltre da poco il blog è anche
social con la sua pagina su Google plus e twitter! Dedico infine questo brano
all’asino di Buridano che mi fa molta tenerezza!
E voi che
fate ancora lì? Cominciate a fare le valigie che col prossimo articolo
Letterarte vi porta in viaggio!
sabato 18 gennaio 2014
Risate a corte: quando l'autore diventa cattivo.
!!ATTENZIONE!!
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LO TROVATE RISCRITTO E MIGLIORATO
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<<Un carissimo saluto a tutti quanti! Oggi vi parlerò di uno delle opere più particolari dell’età imperiale romana e che, spesso, non viene affrontata nelle scuole perché troppo particolare o per mancanza di tempo. Ma non perdiamoci in chiacchere inutili e iniziamo subito!
Roma, 41 d.C.
.Con la morte dell’imperatore Caligola (12 d.C.-41 d.C.), famoso per la sua
folle crudeltà (dopo aver fatto erigere un gigantesco ponte che collegava due
tratti di costa fece annegare tutti i civili che facevano parte del pubblico
dell’inaugurazione. Perché? Così, perché gli andava, tanto lui era l’imperatore)
e per questo ucciso prontamente con una congiura che ponesse fine a un governo
fondato sul terrore, ecco salire al potere suo zio Claudio (10 a.C.-54 d.C.). Seppur
non giovanissimo per l’epoca, decise di tenere le redini di un impero ormai
vastissimo e molto eterogeneo varcando le porte del palazzo imperiale, pieno di
tranelli e trabocchetti orditi da un folto stuolo di adulatori, spie, concubine
e altre figure dalla dubbia morale. E Claudio era proprio l’uomo che faceva per
loro. Egli era molto ingenuo e anche, almeno così pare, leggermente ritardato,
per cui tutti si approfittavano di lui. L’esempio più famoso? Possibile che
abbiate già sentito parlare della sua prima moglie, Messalina, famosa per la
sua insaziabile ninfomania (voglia di cazzo): sono in molti a descrivercela
come una predatrice affamata, ma il più famoso è sicuramente Giovenale (60
d.C.-127 d.C. circa) nella celebre satira sesta contro le donne: qui Messalina
la notte, camuffatasi grazie a una parrucca ,si reca in un bordello a Roma
tutte le sere e fa una gara con le colleghe: avrebbe vinto chi sarebbe riuscita
a far venire più uomini nella stessa sera. Un’esagerazione dell’autore?
Sicuramente, ma gli aneddoti non si fermano certo qua. Pare infatti che
l’imperatore Claudio, completamente assoggettato ai capricci della consorte, le
abbia procurato un giovane schiavo ballerino (ma non sarà stata questa la dote
da lei notata con molta probabilità) affinché ne potesse disporre come voleva. Ma
tutto ha un limite, e Claudio iniziò a intuire di essere utilizzato (meglio
tardi che mai). Così nel 48 d.C., quando gli comunicarono a cena che la moglie
era morta avvelenata, ovviamente per ordine suo anche se non palese, non se ne
curò più di tanto e continuò ad assaporare il suo vino come se nulla fosse: e
come dargli torto, con una moglie così troia? Però questo fu solo uno dei
numerosissimi omicidi politici e delle nefandezze che commise nell’ambito della
corte sfruttando il suo potere illimitato. Tanti i motivi per odiarlo,
numerosissime le persone che ce l’avevano a morte con lui e tra questi vi era
una figura che negli anni a venire sarebbe stata potentissima all’interno della
corte. Un uomo non solo considerato puro e integerrimo, sempre leale alla sua
dottrina filosofica, lo stoicismo, ma anche un abilissimo retore e autore di numerosi
trattati: era Seneca, l’imperturbabile.
Ma quando
Claudio salì al potere non si trovava a Roma. Dal 39 d.C. infatti era stato
esiliato da Caligola (e gli è andata pure bene che, se per lui non avesse
interceduto una “amica” dell’imperatore, sarebbe stato condannato a morte senza
troppi giri di parole). Il capo d’accusa? Aveva difeso in modo fin troppo
brillante una causa in tribunale e pertanto era da ritenersi un uomo
pericoloso. E poi insomma, era completamente fuori di testa quell’imperatore,
ci si poteva aspettare di tutto da lui! In seguito con la morte del suo
persecutore nel 41 sperava finalmente di poter tornare in patria. Ma Claudio,
invece, rimase insensibile ad ogni supplica del filosofo. Molte le lettere che
Seneca aveva cercato di fargli arrivare ma nulla si muoveva. E come sarebbe
potuto cambiare qualcosa finché Polibio, un liberto agli ordini
dell’imperatore, incaricato di vagliare la posta diretta al regnante, le
bloccava tutte? Ma Seneca era veramente disperato e fece qualcosa di
inaspettato e poco coerente con la sua figura: arrivò addirittura a comporre
una “consolazione”, ovvero un testo consolatorio per un lutto, a Polibio per la
morte del fratello come pretesto per supplicarlo con leccaculate varie, senza
un briciolo di dignità, di far arrivare le sue lettere all’imperatore. Uno dei
capisaldi infatti della dottrina stoica era la così detta “atarassia”, ovvero
l’imperturbabilità di fronte a ogni turbamento dell’anima o gioia terrena.
Diciamo pure che, sotto questo punto di vista, Seneca predicava bene ma
razzolava male, molto male: scrive a favore dell’abolizione della schiavitù al
fratello ma non per questo si priva degli schiavetti personali che lo aiutino
in OGNI faccenda della casa (che questo fosse o meno il caso del filosofo,
resta il fatto che secondo il diritto chi era sottomesso al padrone doveva
servirlo anche dal punto di vista sessuale e i giovinetti, in quel periodo,
erano di gran voga. Seneca birbone…), ci dice che non bisogna farsi tentare da
beni materiali di alcun tipo ma aveva molte ville a cui teneva molto e, infine,
ci vuol far credere che la morte sia da affrontare con serenità ma, quando fu
ucciso Afranio Burro, collega precettore di Nerone, capendo l’andazzo delle
cose, si ritirò prontamente a vita privata: anche lui ci teneva alla pelle in
un modo o nell’altro, insomma! Alla fine riuscì finalmente a tornare in patria
solo nel 50 d.C. per intercessione di Agrippina, seconda moglie di Claudio
nonché madre di Nerone, il futuro imperatore. In ogni caso a Seneca decisamente
non era andato giù il comportamento del regnante e, quando quattro anni dopo il
vecchio Claudio morì, poté finalmente sfogare tutto il suo odio, condiviso da
molti, con un’opera sconvolgente per quei tempi e che nessuno si aspetterebbe
dal saggio e imperturbabile Seneca: l’
”Apokolokyntosis”, ovvero la “Zucchificazione del Divo Claudio”. Ma perché
“zucchificazione”? Il motivo non è a
dire il vero ancora chiarissimo e la parola che viene dal greco è molto poco
usata ma i critici hanno pensato ci si potesse riferire al fatto che Claudio
fosse considerato un vero e proprio zuccone (no, non sto scherzando)!
LA TRAMA IN BREVE
BREVISSIMO
Riassumo il
tutto in poche, pochissime parole, per non spoilerarvi tutte le bellissime
battute e scenette divertenti che abbondano tra le pagine.
Claudio muore “emettendo” l’anima al cesso (la
diarrea l’ha sempre accompagnato fedele per tutta la sua vita ma potrebbe anche
essere stato avvelenato) e questa ascende all’Olimpo come tutti gli spiriti
degli ex imperatori con l’intento di diventare una divinità. Lì fanno pure
fatica a capire chi sia perché, oltre ad essere brutto gobbo e zoppicante, non
sa nemmeno parlare bene e continua balbettare. Sarà il divino Augusto a
riconoscerlo e, con disprezzo, a mandarlo nell’Ade (il nostro inferno) dove è
condannato a giocare a dadi con un bussolotto bucato per l’eternità perché
nessuno gli vuole stare vicino.
FINE DELLA BREVE BREVISSIMA
TRAMA
Sì, la
trama non è molto complessa, e nemmeno aspettatevi un finale particolare con
sorprendenti colpi di scena ma, vi posso assicurare, le molte battute
all’interno, raccontate con l’umorismo mordace e caustico di Seneca, fanno
veramente spanciare dal ridere. Salta subito all’occhio però la forza con cui
il nostro filosofo si scaglia contro la figura dell’imperatore da poco deceduto
prendendo in giro qualunque sua abitudine o difetto. Si tratta infatti di un
genere molto particolare: la satira menippea.
La satira, come
ci dice Quintiliano (35 d.C.-90 d.C.) nella sua “Formazione dell’Oratore”, è “un
genere tutto latino” che affonda le sue radici in Lucilio (180 a.C.-102 a.C.),
maestro di uno dei più arguti scrittori del mondo latino: Orazio (65 a.C.-8
a.C.). L’origine della parola satira è per noi ancora un mistero: c’è chi dice
che derivi dal satiro, una figura mitologica classica famosa per i suoi scherzi
e l’aspetto buffo, oppure che venga da “satura lanx”, ovvero il vassoio pieno
di primizie, come simbolo dei diversi temi trattati all’interno della stessa
composizione. Ma in ogni caso abbiamo delle caratteristiche sempre ricorrenti:
brani di prosa e poesia mischiati, la diversità dei temi trattati e il
carattere comico e spietato delle sue composizioni. Però quella di Seneca è
particolarmente violenta, molto più di quelle dei predecessori, e si dirige
contro una figura importantissima: infatti merita solo per sé l’appellativo di
“menippea”.
Questa prende
il nome da Menippo di Gadara (310 a.C-250 a.C.), un filosofo appartenente alla
scuola cinica che insultava e prendeva in giro tutti in maniera molto violenta
e caustica, sostanzialmente fottendosene di quello che gli altri potessero
pensare di lui (“solo dio mi può
giudicare, cioè…”). Addirittura
il fondatore di questa scuola cinica, Diogene di Sinope (412 a.C.- 323 a.C.),detto
il “Socrate pazzo”, viveva nudo in una botte che si portava sempre in giro e
pare arrivasse addirittura a masturbarsi in pubblico per dimostrare il suo
menefreghismo e la sua libertà di fronte a tutti. Il personaggio è stato in
seguito utilizzato da diversi autori come protagonista di opere satiriche e, in
particolare, da Luciano di Samosata (120 d.C.-180 d.C.),autore di cui vi
parlerò davvero tantissimo, che tra i suoi capolavori annovera per l’appunto il
“Menippo” e il “Dialogo dei Morti” che lo vedono protagonista di numerose scene
comiche.
Seneca ha di
sicuro preso spunto anche dalle “fabulae milesiae”, una serie di racconti di
origini popolari di cui però ormai è troppo tardi per occuparsene qui ma che di
sicuro riprenderò tra qualche numero per parlarvi di un altro argomento.
E quindi, anche
per oggi abbiamo finito! <<Ma come?
Di già? Perché così poco? Cioè, non hai detto quasi nulla!>>
Effettivamente mi rendo conto che questo pezzo è un po’ più snello degli altri
ma è anche vero che come genere è molto molto immediato e va letto per essere
apprezzato appieno. Poi i temi sì, sono diversi e vari, ma tutti legati alla
figura di Claudio, nulla di filosofico o complesso come le altre volte. Anche
di Seneca, non è che riguardo a questo
argomento ci sia da dire molto altro, e la vita del personaggio richiederebbe
molto più tempo e cura.
Quindi, vi
consiglio caldamente di leggervi questo meraviglioso libro perché risulterà
essere un acquisto particolarmente valido. Vi posso rimandare al momento solo all’edizione
Mondadori perché è l’unica che onestamente conosco ma non sono sicuro che ce ne
siano altre facilmente reperibili come questa. In ogni caso questa presenta
un’ottima traduzione, moltissime note esplicative e una ricca introduzione che
per motivi di tempo io non ho avuto modo di leggere ma che sicuramente chiarirà
le idee anche ai meno pratici di voi. Il prezzo dovrebbe essere più che
accessibile e non superare i 12 euro trattandosi della collana “Oscar” ma con
sicurezza non vi so dire trattandosi di un regalo.
Poi
ovviamente non posso non ringraziarvi tutti quanti per le visualizzazioni che,
come potete notare, hanno superato il bordo del 500 in meno di un mese! È vero,
non contano nulla di per sé, ma per me questo è già un grandissimo risultato
che non mi sarei mai aspettato sinceramente. Mi raccomando: commentate,
condividete e soprattutto leggete! Dedico questo pezzo alla mia professoressa
di greco e latino che, vedendo questo volumetto appoggiato sul banco, mi chiese
chi me lo facesse fare di leggermi certe cose.
Il prossimo
pezzo non sarà incentrato su un autore o su un opera ma su un tema che,
possiamo dire, attraversa le epoche. Un indizio? È un animale!>>
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sabato 11 gennaio 2014
Collana i "merdalavori", ep.I: l' "Anti-Justine" di Restif de la Bretonne
!!ATTENZIONE!!
QUEST?ARTICOLO NON E' PIU' VALIDO E RAPPRESENTATIVO DEL BLOG!
POTETE TROVARE LA VERSIONE AGGIORNATA, RIVEDUTA E CORRETTA
QUI!!
QUI!!
<<Inizialmente mi ero
riproposto di scrivere dell’ “Anti-Justine”(1798) di Restif De La Bretonne
(1734-1806) solo dopo aver dato l’esame martedì. Ma qualche sera fa, sotto una
calda doccia meditativa post karate, ho cominciato a pensare a come mettere giù
il pezzo e al libro letto quest’estate. Al che mi è saltata la scintilla d’ira
funesta. I libri che compro di solito non sono mai scelti a caso: so di cosa
parleranno più o meno o, quantomeno, già conosco l’autore anche se non ho mai
letto nulla di suo. Poche le volte in cui mi sono lanciato nel vuoto non
sapendo nulla. Raramente quindi mi capita di imbattermi in veri obbrobri, come
questo, che non riesco nemmeno a finire. E, per rientrare nella categoria,
bisogna non solo che sia scritto male, ma anche che non mi trasmetta o dica
nulla e che i temi trattati siano praticamente inesistenti. E così è stato per
questo libro. Il mio fine parere critico sull’opera?
UNAMMERDA!!!
Partiamo
dalla complicatissima trama: c’è un tipo dalla sfilza di nomi impronunciabili
che si scopa qualunque essere di sesso anche ignoto che passi dalle sue parti.
E quando dico qualunque, intendo veramente QUALUNQUE! Fine. Cioè veramente
questo nobile francese, fin da bambino, salta addosso alle sorelle, alla madre
e a tutto ciò che ha un buco: più che una famiglia sembra un bordello (e non
sto scherzando)! Prendiamo la “Justine” della volta scorsa: trama poverissima
(va di qua, stuprata, si sposta di là, stuprata, si risposta da un’altra parte
e così via) ma c’è uno schema generale su cui poi incastrare le scene di sesso.
Qui no. No assolutamente. I fatti che si susseguono non sono nient’altro che un
susseguirsi quasi convulso di scopate su
scopate a cazzo (letteralmente). Non mi credete? Pensate siano esagerazioni?
Allora vi riporto il titolo di qualche capitolo così, giusto per farvi un’idea!
E subito incontriamo “Il Bambino che Già Rizza”, titolo che ci lascia
quantomeno perplessi e poi, capitolo terzo “La Madre Fottuta”, in cui si inizia
a intuire l’andazzo dell’opera per passare al dodicesimo “Il Più Delizioso Degli Incesti”, e chiudiamo
questa magnifica raccolta in bellezza con: “Consigli di un Padre Mentre Sta
Chiavando la Figlia”. Oh, ma che titoli profondi e ricchi di struggente
significato! Inoltre, magari (e dico magari eh, senza troppe pretese), un
qualche sprovveduto lettore vorrebbe anche cercare di capire chi sono i
personaggi o anche solo intuire il loro grado di parentela, tipo, ma giusto
così per dire, ma no, non chiamiamo in
modo normale questi nobili francesi, sarebbe fin troppo semplice, diamogli
invece mille mila doppi nomi che mutano ogni
volta che si sposano, così uno non capisce nemmeno da che parte è girato. E le
cose sono difficili non perché siamo noi a essere scemi, per carità, ma, per
stessa ammissione del traduttore, in una delle note, ci vien detto che non solo
i nomi sono ininfluenti in un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia
in più punti: nemmeno degli errori di stampa, ecchecazzo! Nemmeno lui sapeva
cosa stava scrivendo! Solo a parlarne mi sento bollire il sangue! Ma parliamo
della cosa principale: la visione della sessualità per il nostro caro Restif
che, a mio parere, è giusto un pochino confusa. Passiamo quindi a:
La Sessualità Secondo
Restif De La Bretonne
· Gli organi sessuali maschili. Il mondo,
si sa, è bello perché vario. Ma non tutti la pensano così. Secondo il nostro
autore infatti esistono dei tipi ben precisi di peni e questi si ripetono
all’infinito, come se fossero fatti in fabbrica o avessero un carattere predeterminato.
Abbiamo: peni piccoli mal funzionanti, peni grandi che fanno il loro mestiere,
peni giganti che sono troppo abbondanti per entrare in qualunque orifizio e
peni giganti che invece si incastrano alla perfezione. Ora. Quando? Quando?
QUANDO, CAZZO?? Non funziona così, mi dispiace Restif, ma ce ne possono essere
di tutte le taglie e misure, funzionanti e non, e, per fortuna, ci sono anche
delle sane vie di mezzo, gli estremi sono contemplati ma qua sono ingigantiti.
Giusto qualche sporadica eccezione la troviamo tra le pagine, ma per il resto
le categorie sono queste: ma si può?
· Sperma. Questo termine, ancora tabù
per molti, nell’opera non è solamente del banalissimo liquido seminale che
serve a sfornare bambini, ma un abbondante condimento (e sappiamo bene di che
pasto), come che ne so, l’olio o l’aceto, se non addirittura una zuppa tipica
dei paesi nordici, di quelle belle calde da servire nelle gelate serate
invernali. Anche qui: esagero? Direi di no, se una delle protagoniste (credo,
almeno) tutte le mattine va dal promesso sposo a farsi una scorpacciata di
bianco liquame per colazione. D’altra parte, come soddisfarlo altrimenti? È
talmente iperdotato che la spaccherebbe a metà! Ma per favore, su dai!
· La quantità e la frequenza. Come
tutti noi ometti sappiamo ci sono dei tempi di recupero tra un’ eiaculazione e
l’altra e non possiamo pretendere che, dopo averci dato dentro 3 volte in un
pomeriggio, alla quarta esca una fontana tale da ricoprire una persona intera.
Inutile dire che qui no, nulla di tutto questo accade! I tempi di recupero tra
un’erezione e l’altra sono ridicolamente inesistenti e il ciclo rigenerativo
dello sperma infinito e super veloce: basta aspettare due minuti e i testicoli
sono già lì che tirano, come le mammelle delle mucche di primo mattino. Io non
ti ho conosciuto, caro Restif, ma di sicuro il tuo corpo non funzionava così,
no no.
· La morale. Ciascuno ha i propri
limiti, le cose che non farebbe mai nemmeno sotto tortura e che rimangono
sepolte in zone inesplorate della nostra mente . Anche i più libertini e
sregolati tra di noi a un certo punto, anche se non se ne rendono conto, sono
costretti a fermarsi o, quantomeno, a pensare a quello che stanno facendo. Qui
no, tutte le azioni meno corrette per la morale sono PAF!, spiattellate sulla pagina, come un toast imburrato
che cade per terra, con una velocità assurda e senza il minimo ripensamento da
parte dei protagonisti. È una cosa pazzesca come nessuno abbia nemmeno un
briciolo di freni inibitori! Ma nemmeno in un cartone animato si ha una
leggerezza nel vivere del genere! Mi riferisco soprattutto agli incesti,
ma non solo! Ci sono dei brani, anche
abbastanza frequenti, come quello già citato della colazione proteica, in cui
la realtà viene appallottolata come un foglio di carta e buttata nel caminetto.
· La realtà delle cose. La società che
viene descritta è completamente sballata. Cioè, non soltanto dal punto di vista
prettamente delle pratiche sessuali, di cui ho appena parlato nel punto sopra,
ma anche del modo in cui ci si comporta. I mariti, per farvi un esempio molto
semplice, non sono scelti dal padre della sposa per la condizione sociale o il
reddito ma, ovviamente, e come dargli torto d’altra parte, in base alla
grossezza del pene. Ma quando? Dove? E soprattutto: perché? Ma non solo, può capitare
pure che un uomo non riesca a soddisfare la moglie per via delle sue dimensioni
o perché non gli si rizza. E allora cosa fa? Chiede a un amico o, ancora
meglio, a un perfetto sconosciuto, di riempirla al posto suo! E magari si
fermasse qui la cosa, no, si deve pure sdraiare accanto alla coppia che scopa!
Ma vi pare? E poi come non parlare di chi fa prostituire la moglie solo per vedersela
scopata da dei cazzi talmente grossi che finiscono per uccidere la poveretta?
<<Ma come, scusa, queste cose
ci sono pure in De Sade eppure lui ti piace,
di che ti lamenti che sei pure tu un pervertito?>> potrebbe chiedere
qualcuno tra i più simpatici tra voi. Ma il problema qui sta nel fatto che il
nostro Restif de la Bretonne non perde tempo a dare una giustificazione della
sua filosofia, no, lui è troppo figo, non ne ha bisogno! Mica come quello
sfigato di De Sade che si è scritto pagine e pagine di teorie filosofiche
scervellandosi per trovare una giustificazione allo stupro e all’omicidio e a
tutte le perversioni che abbondano nelle sue opere. Restif scrive quest’obbrobrio
per stupire, per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale, che ci
si può divertire anche con delle semplici scarpette (infatti il termine
“retifismo” viene da lui, ovvero il feticismo per le calzature), per far capire
che chiunque può scrivere porcate, mica ci vuole De Sade! Peccato che oltre
all’invidia, dietro a quest’opera, non ci sia praticamente nient’altro.
Ah già, ma perché il nome di “Anti-Justine”? Questo titolo, frutto dello
sfacciato desiderio di opporsi al marchese rivale, sottintende l’unico abbozzo
(aborto) di teoria sessuale: nel sesso bisogna godere entrambi, mica farsi male
con mille torture come avviene nella “Jusine”. Tutto qua. Fine. Questo il complicatissimo
concetto alla base dell’opera oltretutto non corretto perché non tiene conto
della componente perversa degli atti sessuali.
Dunque tiriamo le somme: un’opera nata dall’invidia per il capolavoro del
rivale che risulta essere una gran bella merda senza trama, senza motivazioni
ma anzi, avulsa da qualunque realtà e normalità di pensiero e azione.
L’edizione in cui ho trovato questo merdalavoro è quella in ogni caso
ottima e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio
vivamente l’acquisto perché non fa nemmeno sorridere che dici: <<La compro per farmici due risate.>>
NO! Fa, solo schifo, nemmeno lontanamente farà comparire una smorfia sul vostro
volto se non di disgusto.
Spero che il pezzo vi sia piaciuto! Scusate la volgarità sia per questo
brano che per quello scorso ma, visto l’argomento, potevo forse trattenermi? Non
vorrei che però questo mio modo di esprimermi lasciasse intendere una
leggerezza di contenuti o un modo superficiale di affrontare le cose: solo
voglio far capire tutti in breve quello
che ci ho messo mesi e mesi a rielaborare! Inoltre vorrei ricordarvi pure che
queste sono miei personali punti di vista, non verità assolute scese in terra. Oltretutto non condanno in toto l'autore ma solo il libro dato che ha scritto anche opere più interessanti e degne. Ovviamente
lasciate un commento o scrivetemi per qualunque cosa legata o meno all’argomento
trattato, non fatevi scrupoli, sarò felice di seguirvi ciascuno! Dedico questo
brano al comitato “Peni Che Non si Riconoscono Nelle Opere Di Restif De La
Bretonne” che combatte da diversi anni contro quest’opera e a cui pure il mio
aderisce ormai da tempo.
Con il prossimo appuntamento cambiamo radicalmente genere ma non stile!
Aspettatevi un’opera stravolgente da un autore che non vi saresti aspettati su
un blog come questo! Ciao!>>
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