sabato 18 giugno 2016

Recensioni lampo (10): "La collina dei conigli"

I libri, come tutte le cose, vanno giudicati secondo criteri diversi ma che convivono contemporaneamente: un romanzo può essere sì scritto bene ma avere, allo stesso tempo, una trama banale e raffazzonata. Per questo recensire e parlare di un'opera non è semplice perché bisogna fare un bilanciamento tra tantissimi fattori diversi e, a volte, in forte contrasto. E questo è il caso anche de "La collina dei conigli" di Richard Adams (1972). Ed è anche il motivo per cui questa recensione è particolarmente "fredda" e poco sentita: non mi sento di promuovere l'opera in toto ma nemmeno di affondarla, quindi immagino che l'ultima parola spetti a voi!



Premesso che per motivi personali ho impiegato un mesetto a leggermi tutto il romanzo (comunque di quasi 500 pagine), provo sensazioni contrastanti nel parlarne. Profondamente noioso a tratti, è riuscito, nell'ultimo capitolo, a farmi sinceramente emozionare. Lo stile, mi infastidisce ammetterlo, è fin troppo spesso semplice e banale ai limiti della noia. Si può adattare molto bene a una fiaba quale questa non è: non tanto per la trama, semplice e banalotta, quanto per ambientazione e coerenza che hanno dello straordinario!

"La collina dei conigli" parla delle peripezie di un gruppo, appunto, di conigli nella campagna Inglese in fuga dalla loro conigliera verso un luogo migliore, desiderosi di fondare una nuova colonia. Si tratta di animali che vivono in un mondo animale perfettamente coerente e ben strutturato, per nulla umanizzato. Nomi, modo di esprimersi e, perfino, la mitologia (!!!)
senza contare etimologia delle parole, religione e costumi sono perfettamente coerenti e pertinenti per un mondo di conigli e non di conigli-uomo. La cosa che, anzi, mi ha più sorpreso è stata la ripresa di caratteri antropologici nella narrazione dei miti che vengono narrati tra le pagine del romanzo. Simboli, forme e nomi creano un vero universo conigliesco che respira di vita propria.

La profondità della narrazione e dei messaggi è molto poca, soprattutto se prendete come modello di riferimento "La fattoria degli animali" di Orwell, un libro solo apparentemente simile. In entrambe le opere vi sono animali parlanti, è vero, ma che differenza tra una metafora politica sulla Russia rivoluzionaria e una storiella come tante altre! Vi consiglio "La collina dei conigli" solo se ancora non avete letto il capolavoro di Orwell: solo così riuscirete ad apprezzarla pienamente! Molto godibile anche la rappresentazione di una campagna inglese verde, lussureggiante e viva nella sua quotidianità. Una natura abitata dall'uomo che passa come figura non solo esclusivamente negativa. Vero, sopratutto all'inizio non ci fa una gran bella figura ma sul finale le cose cambiano (vi è anche un cameo dell'autore stesso!).

Un libro un po' "meh", sicuramente curioso ma non così tanto da dover essere letto a tutti i costi. Va bene per ragazzi dalle medie fino ai primi anni di liceo o per qualche lettura estiva molto poco impegnata sotto l'ombrellone. Se l'avete letto mi piacerebbe, ovviamente sapere la vostra opinione qui nei commenti o su Facebook. Altrimenti l'appuntamento è, ora più che mai, per settimana prossima!



mercoledì 25 maggio 2016

Elogio dei Falsi


Due paroline veloci veloci per dirvi che, sul mio portale Medium, ho pubblicato un nuovo articolo! "Elogio dei Falsi" ero molto indeciso se metterlo di qui o d là e quindi vi rinvio all'altro portale, basta che clicchiate QUA! Buona lettura e... fatemi sapere!

domenica 22 maggio 2016

Piccolo Viaggio nella Storia della Letteratura (5): il 1600

Andando avanti in questa nostra sommaria storia della letteratura (qua trovate l'ultima puntata) è giunto il momento di lasciarci alle spalle lo splendore del rinascimento italiano del 1500 e di approdare al 1600. Di tutti i secoli questo è, secondo il mio gusto, uno dei meno affascinanti: la controriforma cattolica (1563), risposta al protestantesimo nato con Lutero (1483-1546), annulla diverse forme di licenza artistica e il gusto si adatta, sempre più, a quello esclusivo dei potenti. Questa classe sociale, oramai
abituata ai fasti del secolo precedente, diventa così tanto forte ed estranea al vivere comune, come una fortezza in mezzo all'oceano, che inizia letteralmente ad annoiarsi e, Dio mi sia testimone, non vi è nulla di così terribile come la noia. Per questo motivo si cercava sempre il "diverso", il "particolare", il "nuovo" cercando di stravolgere i canoni e i gusti precedenti. Ed è da questi antecedenti che attecchisce e cresce il manierismo barocco.

"Manieriso" è, appunto, tutto ciò che non è canonico: inizialmente si trattava di piccoli aggiustamenti, dettagli quasi, ma piano piano si arrivò a una vera rivoluzione nel gusto. Gli esiti più felici si ebbero nell'ambito delle arti figurative: architettura, pittura e scultura ricevettero una spinta enorme. Si può decisamente pensare a questo secolo come diviso inesorabilmente tra lo spirituale della controriforma e il plastico, il corporeo, delle passioni e della moda. Questo è visibile da una parte con la "Gerusalemme Liberata" dell'irreprensibile Torquato Tasso (1544-1595), ossessionato dall'ombra del cattolicesimo inquisitorio, e dall'altro con le opere dello spensierato Giambattista Marino (1569-1625), autore protagonista del secolo.
Avventuriero, poeta di corte e abile politicante, Giambattista Marino visse in modo roccambolesco attraversando diverse corti in Europa. Egli incarna appieno il gusto e la genialità dell'epoca. A proposito dell'amore per le arti figurative va ricordata la sua "Galleria" (1620) dove, come se ci si trovasse al museo, racconta e descrive diverse opere d'arte celebri alla sua epoca e che ebbe modo di osservare presso i vari ambienti nobiliari che frequentò. Tuttavia viene ricordato principalmente per la straordinaria poesia
cortigiana in grado di parlare dei temi più oziosi in modo aulico e provocatorio allo stesso tempo, da vero manierista: celebre, in tal senso, il componimento sui pidocchi ("Onde Dorate")! Il suo capolavoro, vero fulcro del genio Marinesco, fu "l'Adone" (1623), forse il poema più lungo della storia della letteratura italiana (sì, più della Commedia Dantesca comprensiva dei 100 canti!), in cui si narrano le vicende d'amore tra, appunto, Adone e la dea Afrodite. Se avete studiato quest'autore a scuola è quantomeno possibile che avrete letto il momento della morte dell'eroe, trafitto dalle zanne di un cinghiale che, innamorato di lui, se lo voleva far suo (non sto scherzando). Tuttavia celebre è anche il passo in cui vengono descritti i vari giardini in cui si ritrovano i due amanti tra cui quello del tatto in cui, ovviamente, accadono cose. Questo per evidenziarvi le contraddizioni, sostanzialmente volute, tra il contenuto di certe opere e il comportamento della classe nobiliare e, di rimando, la chiusura del cattolicesimo imperante.

Il mondo del pensiero europeo si tinge, in quegli anni, del nero del pensiero ispirato dalla fede: Campanella, Bruno, Pascal, Spinoza e Cartesio sono i filosofi più importanti di quegli anni, tutti concentrati sul capire quale fosse la natura delle cose e di Dio. L'unico che cercò, almeno in Italia, di mantenere uno sguardo più scientifico sul mondo fu Galileo Galilei (1564-1642) che, istituzionalizzando il così detto "metodo scientifico", formalizzò e consolidò un procedimento già insito nella natura dell'uomo (quello della prova e dell'errore per raggiungere una forma più completa di realizzazione). Sfortunatamente non amo affatto la sua prosa, in un italiano complesso e poco fluido: per comprendere a pieno la figura del geniale scienziato consiglio sempre, invece, "Vita di Galileo" di Bertold Brecht, celebre drammaturgo tedesco del 1900.



Tuttavia la storia, come già ho avuto modo di dirvi, è composta di spinte e controspinte. Quindi, come potrete facilmente intuire, a un periodo così suntuoso e pesante se ne contrappose presto uno più leggero, definito e netto. Parlo della scuola dell' "Arcadia", un'accademia romana in cui la creme de la creme romana si ritrovava per comporre semplici poesiole a carattere pastorale e bucolico (che avessero come tema portante la vita di campagna). Una poesia completamente disimpegnata, volutamente lontana dalla complessità della vita di corte, eppure, nonostante ciò, molto attenta alla buona etichetta e alla formalità. A capo di questo movimento vi fu un giovane prodigio, lo scrittore di melodrammi Pietro Trapassi (1698-1782), in arte Metastasio. Abituato a essere trattato come il classico bambino prodigio "nato imparato", in grado di rallegrare i salotti della meglio nobiltà, divenne molto presto una celebrità di fama europea, invitato alle migliori corti in circolazione.

Questo movimento, apparentemente tanto inutile e di secondo piano, con la sua semplificazione dello stile e dei temi spalancò le porte al periodo che vedremo assieme la prossima volta: l'illuminismo del 1700!

Dopo aver brutalmente saltato il rapporto col popolo arabo (Battaglia di Lepanto 1571) e con le Americhe, il romanzo picaresco spagnolo culminato col "Quishotte" (1605) di Cervantes (15347-1616) e il movimento libertino di Montaigne, spero che abbiate trovato anche solo minimamente curiosa e interessante questa guida, volta a rinfrescare la memoria di chi certi periodi già li conosce o incuriosire chi non ne sapeva nulla! Per qualunque approfondimento sono sempre disponibile qui sotto e in pagina o, altrimenti, ci si vede al prossimo articolo!



venerdì 13 maggio 2016

L'Uomo e la Violenza: storia di un amore agitato

Ci sono alcuni aspetti dell'uomo che, per quanto ci si sforzi, non saranno mai estirpabili fin dalla nascita: fanno parte di noi, sono insiti nel nostro animo, nella specie umana, inalienabili al livello biologico. Sono elementi che ci rendono non solo uomini ma anche creature viventi: impulsi, istinti, reazioni che hanno fatto sì che la specie si potesse preservare. Siamo uomini e, in quanto tali, se siamo arrivati fin qua è grazie anche a determinati meccanismi che oggi, senza analizzarli, possono sembrarci scomodi. Tra questi vi è, senza dubbio, la violenza, assimilabile a una più generica pulsione antagonista volta alla sopravvivenza nel senso più grezzo del termine.



Nel corso dei secoli si è concretizzata nei modi più vari e disparati: guerre, esecuzioni pubbliche, combattimenti più o meno legali, dagli scontri nei colossei alle lotte clandestine tra animali, fino ad approdare a forme agonistiche meno "dirette" come ad esempio il calcio che, però, rivelano sempre una controparte violenta. E non mi riferisco solo agli "innocui" scontri tra ultrà ma a casi come quello del celebre Serbia-Albania del 2014 in cui, per motivi ideologici, gli schieramenti di due nazioni diverse hanno dato luogo a una gigantesca rissa: uno sport diventa il riflesso di uno scontro internazionale tra due stati-etnie. L'uomo ha bisogno di sangue, scontri e rivalità e l'ha dimostrato anche in tempi di relativa pace in cui non c'era necessariamente bisogno di antagonismo. Un esempio tra tutti gli scontri carnevaleschi dell' Italia dei comuni con le terribili "battagliole" (combattimenti a suon di legnate e sassate tra due fazioni in pace al fine di ricostruire un campo di battaglia umile e popolare, i cui echi sono riscontrabili nel carnevale delle arance di Ivrea, ad esempio). I casi non si contano e si dislocano nel tempo e nello spazio con caratteristiche sempre uguali.

Il senso di fascino e di disgusto, mischiati nella stessa immagine, vengono parzialmente superati con l'eccitazione per il sangue e la sottomissione, caratteristiche fondamentali del fenomeno violenza che prevede, in ogni sua forma, il perdurare di questi caratteri anche in maniera metaforica. Il calcio, già citato, ha la parte di sottomissione, ravvisabile nel gesto del gol, della supremazia numerica, e una parte più violenta che si riversa sulle tribune.
Ma non solo. Anche un banale show televisivo o quiz fa in modo che si possa propendere per una fazione o l'altra. L'uomo ha bisogno di antagonismo, di non perdere questo suo istinto che lo condurrebbe alla rovina. Posto, dunque, che un carattere antropologico come quello della violenza-sopravvivenza non si può eludere, resta il fatto che si possa incanalare in esternazioni pacifiche come quelle sportivo agonistiche. Il fair play, modernizzazione dello spirito cavalleresco Occidentale e dell'onore del guerriero Giapponese, è un ottimo esempio di come si vogliano regolarizzare e ordinare certe pulsioni dotandole dello strumento più efficace dato all'uomo per cooperare: un sistema legislativo.

Imposto dall'alto, instauratosi in seguito ad antichissime consuetudini o autoprodotto nell'estremo stato di necessità, un sistema normativo, dotato necessariamente di una sua formalità (o ritualità, chiamatela come preferite) è di vitale importanza. Nato per regolare tensioni e situazioni poco piacevoli, viene, in realtà, utilizzato per sistematizzare meccanismi pacifici che, però, a loro volta, possono nascondere una rivalità intrinseca. Avete presente quando andate a casa di un amico per cena e portate un dolce? Ecco, egli di sicuro, la volta dopo, quando verrà da voi, porterà qualcosa di valore leggermente superiore. Quel dono, investito di un valore ben determinato e carico di messaggi (pensate, a proposito, alla differenza tra un alcolico e un ingrediente particolare), creerà una "sfida all'ultima cortesia" secondo un intricato sistema di regole che vivono tra il detto e il non detto. Non posso dilungarmi troppo oltre su questo bellissimo argomento che mi interessa incredibilmente ma, per chi fosse interessato, si senta libero di cercare cosa sia il "Pothlac".



La violenza, carattere indispensabile, può essere meglio mediata dall'uomo attraverso sistemi che blocchino un eccessivo spreco di risorse, pur rimanendo un carattere ineliminabile se non in tempi a dir poco biblici (o meglio evoluzionistici). Per oggi l'articolo giunge, quindi al termine!


Domani, sabato 14 maggio, sarò presente al salone internazionale del libro di Torino: qualora aveste piacere a far due chiacchiere col sottoscritto, sappiate che mi troverete alle ore 14 di fronte allo stand della Feltrinelli! Se non ci sarete controllate la pagina Facebook per futuri annunci perché stanno per arrivare le cose belle, davvero! 

lunedì 25 aprile 2016

Capire De Sade: una breve guida

Pornografo o filosofo? Genio o folle? Sadico o incompreso? Quel che è certo è che il marchese De Sade (1740-1814) è una delle figure più discusse
e celebri della storia del pensiero europeo. Manco a dirlo, viene spesso frainteso e, per questo, vi ho dedicato diversi articoli (questo il più recente). Figura molto carismatica, fece una vita sì avventurosa ma non come ce la si aspetterebbe, inseguito dal fantasma delle sue opere e dalla cattiva fama che ne seguiva. Al divin marchese dobbiamo il termine "sadismo" dalle mille sfaccettature, pratiche e morali. Oggi non voglio spezzare ulteriori lance in suo favore, non più di quanto abbia fatto in precedenza. Mio intento, invece, spiegarvi in breve il clima culturale che l'ha portato a comporre quel che compose.

Libertino. Un termine che nasce nel 1600, quasi a cavallo col secolo precedente, e che, nella sua sfumatura originaria, non voleva coprire per forza la sfera della sessualità. Con il termine si identificava, molto più semplicemente, chi aveva una visione, un punto di vista, differente rispetto a quello ufficiale cattolico. Una libertà di pensiero che, concretamente, si affacciava sull'uomo dopo un millennio di accettazione dogmatica dei canoni imposti dall'alto. Ovviamente chi stava dall'altra parte, chi teneva le redini del gioco, non era molto contento della cosa e iniziò, poco alla volta, una vera campagna di demonizzazione del libertino a più livelli tra cui, appunto, quello sessuale. Visti come demoni lussuriosi, quasi per osmosi di pensiero, alcuni di loro iniziarono a sperimentare una relativa libertà di espressione in ambito erotico che riversarono contro re e chierici sotto
forma di brevi scritti satirici (tanto tempo fa vi parlai di questo). Il filone della letteratura antimonarchica, Maria Antonietta meretrice di corte sopra tutte, divenne molto florido. Quindi, ricapitolando: i libertini sviluppano autonomia di pensiero, i nemici li accusano di eccessi sessuali e perversioni immonde, loro prendono la palla al balzo e scrivono di certi temi contro chi voleva screditarli in tal senso. Ciò, beninteso, non vuol dire che, allora, il libertino fosse un santo sempre e comunque! Diciamo che l'attendibilità storica, sia da una parte sia dall'altra, è quasi nulla ed è quindi futile parlarne sperando di arrivare a conclusioni, almeno in questa sede, troppo approfondite. Fatto sta che questi autori vanno a rivendicare una sessualità comune, popolare, che la monarchia aveva tenuto per sé stessa molto a lungo. Parlano di pratiche molto estreme, coronate da un linguaggio tecnico che raramente prima era riuscito a emergere: era la liberazione del vocabolario, la liberazione dei corpi.

"Ma Constitution"


In questo clima di scontri sessuali, se così si può dire, va poco alla volta innestandosi quel clima rivoluzionario che, da lì a poco, avrebbe sconvolto la Francia e, con lei, l'Europa intera. Ed è qui che si colloca il barone De Sade, nobile in una situazione economica non esattamente floridissima e che compone scritti filosofici in cui inneggia a una morale non classica. Giustifica quelle che, agli occhi dei più, possono sembrare delle barbarie con uno stile ora pesante ora tagliente. Una cosa appare fin da subito chiara: esalta, fino al parossismo, tutti quegli stereotipi che la monarchia attribuiva ai libertini fino agli estremi più terribili. De Sade adora gli eccessi, si eccita all'idea, dal gusto squisitamente antropologico, di varcare ogni confine della decenza, infrangendo al suolò i più rigidi tabù. Egli vive in un clima di caos e confusione, in cui gli amici di oggi sono i nemici di domani e gli alleati di dopodomani, in un'atmosfera elettrica e datura di terrore e incertezza. Adora essere villipeso dai suoi contemporanei, considerato come un demone, e più viene nutrito di sterco infamante più cresce nella sua stessa lussuria, reale, immaginifica o leggendaria che fosse.

Ed ecco come De Sade ci appare, tutt'un tratto, assolutamente contestualizzato e a suo agio in un mondo che, oggi, facciamo fatica a guardare con gli occhi di chi, a quel tempo, ci visse. Ora esaltato come un genio, ora bistrattato, dopo anni che leggo le sue opere e cerco di approfondirlo nei limiti del possibile, posso dire che sta a metà. Uno scrittore certamente mediocre, che riesce a rendere noioso il sesso (e ragazzi, ce ne vuole!) e che espone le sue teorie in modo confuso, spesso ridondante e contraddittorio. Tuttavia innegabile il suo fascino dell'eccesso, incredibilmente pungenti le osservazioni sulla società e la filosofia di fondo.


Che forse, se le cose vanno male, forse un po' colpa dell'uomo è!


domenica 17 aprile 2016

Milarepa: vita di un Santo

In ogni cultura sono presenti figure di santi e eremiti capaci di ogni tipo di miracoli. L'ascetismo, l'unione con la Natura e l'estraniazione dalla civiltà sono segni distintivi di una schiera di personaggi semidivini che popola la fantasia della gente, eremiti anacoreti, santoni indiani o saggi orientali che siano. E questo è il caso del Tibetano Milarepa (1051-1135), asceta Buddhista di cui l'allievo Rechung-Dorje-Tagpa ha redatto una consigliatissima biografia che, in Italia, è edita dalla Luni.

Milarepa (notate il colore verde)
L'intera narrazione è rinchiusa in una cornice più ampia: l'anziano Milarepa, vecchio santo molto famoso, è circondato dai suoi discepoli che gli chiedono di raccontargli la sua vita e di come sia diventato così saggio. Dopo essersi lasciato un pochino desiderare, il Guru, nel narrare le sue vicende, le divide in due parti: la prima, quella della magia nera e del peccato, più modesta, e l'altra più sviluppata di quando, grazie alla magia bianca e alle pratiche ascetiche, ha percorso la via della rettitudine. Una volta arrivato a raccontare i fatti di poco antecedenti al presente, si aprirà un ultimo capitolo riguardo la morte e gli eventi miracolosi che ne susseguirono.

Prima di vedere un pochino più da vicino le vicende che caratterizzarono la sua vita è il caso di immedesimarsi con l'epoca e il territorio. La zona geografica, che ingloba Tibet e Nepal, aveva ai tempi un grado di strutture sociali e avanzamento tecnologico non dissimile dal nostro Medioevo Europeo. Si tratta di zone, come potete ben immaginare, sperdute tra i monti e con ampie valli in cui si trovano piantagioni intensive di cereali tra cui l'orzo, dal quale è ricavato pure il "Chang", una bevanda alcolica assimilabile alla nostra birra. La gente sopravviveva grazie a questi raccolti che proteggeva grazie a dei monaci, esperti in magia bianca, che tenevano lontane le tempeste di grandine inviate, spesso, da stregoni seguaci della magia nera assoldati da qualche nemico o vicino invidioso. E Milarepa nasce, appunto, in una famiglia di ricchi possidenti terrieri. Sfortunatamente finiscono, in seguito alla morte del capo famiglia, in rovina e oppressi dagli
Marpa "il Traduttore"
zii. Il giovane Milarepa, letteralmente "Colui che si ascolta con delizia", sfrutterà gli ultimi risparmi della madre per percorrere la strada della magia nera e distruggere i possedimenti dei parenti malvagi. Tuttavia, dopo essere riuscito nel suo intento, si pente e, per apprendere la via della magia bianca, diventa, dopo aver superato numerose difficili prove, allievo del leggendario Marpa, "il Traduttore". Da questi viene convinto a vivere nell'ascetismo più totale, rinunciando a qualunque lusso o eccesso seppur minimo. Finisce, così, per perdere completamente gli abiti, smunto e denutrito simile a uno scheletro, e con la carnagione di color... verdognolo per via delle numerose zuppe di ortiche che si era preparato per sopportare la fame. La vita, sempre incentrata su morigeratezza, bontà e comprensione, continua nell'estrema indigenza fino al sopraggiungere della morte.

Siddharta nel periodo della rinuncia totale
È sempre bene precisare che sia Marpa sia Milarepa sono storicamente attestai e hanno dato via a scuole di pensiero molto importanti per il Buddhismo Tibetano. Il primo, in particolare, deve il suo epiteto di "Traduttore" alla sua opera di recupero in India e traduzione di antiche scritture sacre, poi entrate a far parte del canone Buddhista. Si tratta, comunque, di una biografia ovviamente idealizzata sia dell'uno sia dell'altro ma, non per questo, meno importante. Anzi, è proprio questo lo scopo del testo: non raccontare una vita ma fornire un modello, un codice di disciplina, diverso e alternativo rispetto alla classica vita di Siddharta. Il Buddha Storico, così viene chiamato, ha infatti sì conosciuto un periodo di totale rinuncia ai beni materiali evolvendo, tuttavia, da questa concezione così rigida e approdando a una via di mezzo tra rinuncia e opulenza. Altro elemento di rilievo all'interno degli esempi di condotta sono le disumane prove cui viene sottoposto Milarepa per diventare discepolo di Marpa e che servono a purificarlo dal peccato commesso seguendo la via della magia nera.

Vorrei aprire, qui, una piccola riflessione legata a quale insegnamento possiamo trarre nel 2016 dalla vita di un asceta Tibetano vissuto mille anni fa. Consideratela il cuore dell'articolo ma, allo stesso tempo, non connessa con l'opera in sé: non è obbligatorio leggerla se siete venuti qua solo per il libro che, per stile narrativo e traduzione, mi sento di consigliarvi parecchio.

Viviamo in un'epoca in cui, spendendo relativamente poco, abbiamo accesso a ogni sorta di eccesso: cibo, alcolici, sesso, gioco d'azzardo, vestiti, droghe, chincaglierie ecc. Tutto può essere accumulato e ammassato fino al limite in un batter d'occhio. E qua sta sia la gioia sia la croce della società moderna. Avere tutto subito e in gran quantità e con ampia possibilità di scelta è una conquista che non dobbiamo dimenticare quanto sia importante, fondamentale e preziosa. Tuttavia perderci nel baratro della tentazione continua e sfrenata è un attimo. E qua interviene l'insegnamento di Milarepa, a mio parere: astrazione, almeno ogni tanto, dai beni terreni per ritrovare sé stessi, saper dir di no in un'epoca fatta di sì e saperci assentare dalla modernità che pare aver sempre bisogno di noi. Certo, non si parla di completa rinuncia ma, quantomeno, parziale: a mio parere, l'estremo non è apprezzabile e decisamente dannoso.

Saper vivere la propria vita nel giusto
Milarepa da una parte
la quotidianità dall'altra


lunedì 28 marzo 2016

Portale Amsterdam

Benvenuti a "Portale Amsterdam". Qui potrete trovare sia le mie impressioni sulla città sia utili consigli cliccando comodamente uno dei link qua sotto riportati. Per qualunque dubbio o richiesta di informazione aggiuntiva, rivolgersi al blogger di bordo tramite i commenti o la pagina relativa. Ricordiamo ai signori passeggeri che la discussione e i diversi punti di vista sono sempre ben accetti! A breve avrete accesso ai link, vi preghiamo di allacciarvi le cinture di sicurezza. Riccardo del Letterarteblog vi ringrazia per aver scelto di leggere su questo sito! Grazie e arrivederci!