venerdì 13 novembre 2015

Medea la Tragica: della Callas, di Pierpaolo Pasolini e della loro Medea.

Ogni anno dedico una piccola rubrica autoconclusiva in tre articoli su un personaggio legato al mondo della letteratura: l'anno scorso è toccato a Mary Shelley, l'anno prossimo a qualcuno il cui nome inizia per "F" (vediamo chi ci arriva) e quest'anno a Medea, la più famosa eroina tragica (se volete recuperarli basta cliccare sul pulsante "medea" in fondo all'articolo)! Maga potentissima, traditrice del suo popolo, assassina del fratello, è stata
abbandonata dal promesso sposo Giasone in una terra lontana e ostile per cui, in un impeto di follia, ha deciso di vendicarsi di tutto e di tutti trucidando i suoi stessi figli e fuggendo, poi, a cavallo di due draghi volanti. Oggi del mito di Medea rimangono numerosi adattamenti teatrali e cinematografici, oltre a una grandissima serie di riferimenti più o meno velati. Ad esempio, se osservate bene, nella prima parte di "Nymphomaniac" di Lars von Trier vi è una scena che la riprende quasi passo passo interpretata da una meravigliosa Uma Thurman. Oppure, altro esempio, qualche anno fa ho assistito a un'ottima interpretazione in salsa Torri Gemelle in cui l'accento è stato posto sulla diversità di culture e la difficoltà a comunicare nella società moderna. Ma quella di cui vi parlo oggi è la magistrale versione di Pasolini, semi-sconosciuta ai più, che vi dedicò un film con la Callas nel ruolo di Medea.

So benissimo che non tutti, anzi pochissimi, hanno visto questo film o sono arrivati fino alla fine. In effetti, come per molti film di Pasolini, si tratta di un'opera particolare e non di facile impatto. Per questo mi occuperò di parlarne in modo che possiate capir tutti quel che dico anche senza averlo visto per forza! La cosa che più può colpire del film è la stravaganza dei costumi, molto ricercati ed eccentrici, la location un po' astratta e l'alternarsi di lunghe scene senza dialogo ad altre dense di significato che calcano la tragedia. Ma andiamo con ordine.



I vestiti ricalcano quelli di popoli antichi e selvaggi e presentano moltissimi riferimenti a riti mistici e arcaici che Pasolini ama citare prendendo lo spettatore alla sprovvista: seriamente, avreste mai pensato a un sovrano Greco con un copricapo d'oro massiccio del Sud America? Orpelli d'oro, maschere di cartapesta, vesti variopinte svolazzanti e ninnoli vari abbelliscono la scena creando un'atmosfera bizzarra. Questa, come detto, è influenzata anche dal paesaggio. I Greci sembrano vivere inizialmente in una sorta di deserto, arrivano in Colchide, patria di Medea, e si ritrovano in un paesaggio simil-lunare con grosse montagne e abitazioni scavate nella roccia (tipiche, in realtà, dei monasteri Georgiani che, effettivamente, videro il popolo dei Colchi abitare sulle loro pendici) per poi finire il film... a Campo dei Miracoli a Pisa! Lo spettatore viene sballottato da destra a sinistra in un continuo vortice di culture, paesaggi e abbigliamenti che lo confondono e affascinano allo stesso tempo, definendo così il genio (o la
follia) di un Pasolini molto preso da questi rimandi culturali molto precisi e solo apparentemente casuali. In realtà un ordine vi è, bisogna stare molto attenti alle culture prese in considerazione, al loro contesto e, soprattutto, bisogna operare dei confronti e parallelismi nella storia (ad esempio l'arrivo degli Europei in America). Praticamente metà del film, fino al rapimento di Medea, è muto e solo dopo si infittisce di dialoghi sempre più accesi. Si arriva, addirittura, alla scena precedente all'uccisione dei figli in cui la Callas recita una parte di tragedia accompagnata da un vero e proprio coro arcaico composto di donne, muovendosi come doveva essere al tempo delle prime rappresentazioni, almeno stando a quanto ci è stato tramandato: si tratta di un preziosismo assolutamente non trascurabile e che porta l'intera opera su un piano superiore di spessore! Molto importanti e particolari i riferimenti alla magia del sole di Medea che, si vede, sono tratti direttamente da fonti antiche.


Pasolini opera, però, come suo solito, un abbassamento del mito al piano della quotidianità, una sua materializzazione e concretizzazione. Il racconto perde ogni aspetto magico e fantastico per essere adattato, invece, al duro realismo. Così la nave Argo, mitica imbarcazione parlante, altro non è che una zattera raffazzonata o la cetra del celebre Orfeo un rozzissimo strumento musicale. Ogni situazione è cruda e non richiede ulteriori astrazioni. Questo processo, che ha origini fin dagli stessi Greci, risulta originale usato su pellicola: non si cerca lo stupore dello spettatore ma il suo rispecchiarsi nella quotidianità.

Nel concludere questa serie su Medea, cosa potremmo dire? Non so voi ma io sono dell'idea che sia l'eroina tragica per eccellenza, forse il personaggio che meglio incarna la follia e l'amore. Un personaggio molto femminile e femminista, isolata dalla società che la circonda. Sostanzialmente, per quanto non sia "pulita", rimane sicuramente una vittima e non un carnefice. E voi, cosa ne pensate? 


martedì 10 novembre 2015

"Salò o le 120 Giornate di Sodoma" visto con gli occhi di un ventenne.

La scorsa settimana si è ricordato, e per alcuni celebrato, l'anniversario dei quarant'anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, uno dei più grandi intellettuali italiani del XXI secolo. Molte le commemorazioni: documentari, mostre e riproduzioni di suoi film. Tra questi, nella mia città, hanno proiettato la pellicola italiana più scandalosa che sia mai stata realizzata: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" (1975), il primo e unico capitolo della "Trilogia della Morte", seguito della celebre "Trilogia della Vita". Ne avevo visto solo qualche spezzone, ho letto il libro di De Sade, da cui è tratto, qualche anno fa e mi sono recato al cinema conscio di quello a cui sarei andato incontro ma curioso di ciò che ne avrei poi pensato: come può un ragazzo di poco più di vent'anni reagire a questa pellicola nel 2015?

Ebbene: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" è un film bellissimo che tutti dovrebbero vedere! Sono serissimo quando affermo che, date le aspettative per la fama che si porta dietro e letto il libro, pensavo fosse pure peggio. Pasolini opera un ottimo adattamento del libro Sadiano che non poteva che essere così. Ma procediamo con ordine.

Per comprendere il film bisogna sapere che cos'è la "Trilogia della Vita" e cosa sarebbe dovuta essere la "Trilogia della Morte". La prima è composta dal "Decameron", "Le Mille e una Notte" e "Canterbury Tales", tre raccolte di racconti dei secoli passati che avevano come centro tematico la visione della sessualità come giocosa partecipazione popolare in contrasto con la severità del potere ufficiale. Una presa di possesso del proprio corpo proletaria e sub-proletaria, come piaceva a Pasolini, ambientata in un'epoca d'oro, quasi mitica, e prettamente favolistica. In contrasto la "Trilogia della
Morte" avrebbe dovuto mostrare le brutture della modernità, le sue violenze tremendamente silenziose e i soprusi ingiustificati. Il potere ufficiale diventa, così, completamente anarchico nel senso che perde qualunque forma di controllo e si permette di decidere della vita e della morte dei suoi sottoposti. La manipolazione tramite bisogni borghesi imposti, il controllo dei media e la banalità del male sono tutti mezzi con cui siamo abituati alla negatività e al sopruso di potere. Pasolini, come De Sade, riassume il tutto in un'opera enciclopedia del male, un vero sguardo verso l'abisso nero dell'umanità. E il fascismo, come i nobili di fine 1700, incarnano in pieno questa negatività del presente.

Appare limpida e cristallina la totale e assoluta condanna di Pasolini, come anche di De Sade, a questo mondo di violenze indiscriminate: troppo spesso lo si ricorda associato a queste rappresentazioni, più che in contrasto. Egli, come anche il divin marchese, era ed è tutt'oggi una figura incredibilmente scomoda, di cui è meglio parlar bene per non sembrare troppo in contrasto con il libero pensiero ma che, sotto sotto, si disprezza, allontana e censura in modo a dir poco imbarazzante. Ricordiamoci solo della fine che fece Pasolini in seguito a quelle scomode indagini sui giri di soldi legati al petrolio... La verità non è che lo si fraintende, ma che lo si vuole fraintendere e affossare, sebbene il film sia inattaccabile per il valore che voleva avere e che, tutt'oggi, ha. Una polemica forte, certo, ma doverosa ("severa ma giusta" direbbe qualcuno) e, anzi, più vicina alle vittime rispetto a De Sade: qua i malcapitati, almeno alcuni, hanno una seppur minima tridimensionalità che nell'autore francese di fine 1700 non è concessa: c'è spazio solo per i carnefici e per le loro barbarie.


Tiriamo dunque le conclusioni: "Salò o le 120 Giornate di Sodoma" è un magnifico film di Pasolini che, però, si è destinati ad odiare se non si conoscono le giuste premesse. Giusto essere impressionati, non è un film per tutti, ma secondo me ci sono cose che Vanno affrontate, prima o poi, nella vita. E questo film ne è un esempio. Inaccettabile la cattiva fama della pellicola che, in parole povere, non poteva essere diversa da quel che è. Notevoli i riferimenti all'opera originale di De Sade, molto spesso ripresa paro paro. Il senso di disgusto del regista e dell'autore sono evidenti come la loro totale condanna degli eventi. E poi, seriamente, in quanti altri film avete visto, nei titoli iniziali, una bibliografia di documentazione del regista? Su, dai, siamo seri...

Ma questo è solo il parere di un ventenne che va al cinema nel 2015.

martedì 3 novembre 2015

Chi ha inventato la carta? Breve storia di una rivoluzione.


L'uomo, qualche millennio fa, dopo aver soddisfatto i suoi istinti primari ha sentito la necessità, l'istinto, di raccontare il mondo che lo circondava. All'inizio lo cantò, poi ne discusse e, infine, ne parlò per iscritto. La scrittura, appunto, come noi la conosciamo oggi arriva coi Greci (frase molto generica e decontestualizzata ma prendetela per quello che è) e nemmeno tanto presto, se era vista ancora da Platone come un "mezzo inferiore" rispetto all'oralità. Ma i tempi cambiarono e si decise che le parole, se scritte, erano meglio dei discorsi che si perdevano nella memoria ("Verba volant..."). E qui nacque il primo problema: dove scrivere? Certo, si usavano principalmente tavolette di cera o di argilla, più tardi rotoli di
papiro che però scarseggiavano e tanta, tanta pergamena. Questa, in particolare, richiedeva un sacco di lavoro ed era particolarmente dispendiosa: bisognava lavorare la pelle di un intero animale per molto tempo prima di riuscire a ricavarne una quantità misera di materiale. Per fortuna, però, l'inchiostro si poteva raschiare via e, sulla superficie opportunamente levigata, ci si poteva scrivere di nuovo: pensate a quanti testi sono andati perduti così! Oggi però, grazie alle più moderne tecnologie, riusciamo a ricostruire quello che è stato tolto ma si tratta, comunque, di scoperte recenti. Il punto su cui voglio focalizzarmi oggi, però, non è questo. Infatti nel Medioevo si iniziò a sentire l'esigenza di un nuovo materiale su cui scrivere, qualcosa di più comodo e meno dispendioso: era la nascita della carta.

Ma chi ideò la carta? Anche per quest'invenzione dobbiamo affidarci ai Cinesi che già l'adoperavano nel II sec. a.C. ! Presto questo nuovo materiale si propagò a macchia in tutto l'oriente fino ad approdare, di popolo in popolo, al Medio Oriente Arabo. Da qui riuscì presto a raggiungere le spiagge europee: abbiamo notizia di una cartiera in Spagna nel 1150 ma, in
realtà, questo materiale era già conosciuto dai Normanni in Sicilia. Vi siete mai chiesti quale sia il più antico documento in carta e dove sia conservato? Si trova attualmente all'archivio di stato di Palermo ed è un mandato che risale al 1109 della contessa Adelasia scritto in Greco e Arabo! Tuttavia in questo periodo l'uso della carta era molto limitato perché considerato, a tutti gli effetti, un materiale molto più fragile della pergamena e, dunque, poco affidabile: per un suo utilizzo massiccio dovremo aspettare l'invenzione della stampa.

D'altra parte la carta era fatta, all'epoca, in modo molto differente rispetto a oggi. La base, infatti, non era costituita da materiali vegetali uniti da del collante ma stracci di stoffa battuti e ridotti minuziosamente in polvere. Questo processo, particolarmente lungo e faticoso, fu semplificato dagli ingegneri Arabi che inventarono il sistema dei magli a due teste che, fatti funzionare grazie a un meccanismo ad acqua, battevano instancabilmente gli strofinacci senza che ci fosse bisogno dell'intervento dell'uomo. Nell'impasto di polvere e acqua, accuratamente miscelati, veniva immerso un telaio dalla rete fittissima che, una volta estratto, lasciava su di sé solo un
Antiche filigrane
leggerissimo strato di poltiglia. Questo, asciugato e trattato, diventava poi il foglio di carta. Solo successivamente si pensò dispalmarci sopra della colla in modo da rendere il materiale più resistente e meno "assorbente". Dal XIII secolo, poi, venne introdotta la "filigrana", un motivo particolare nel setaccio che lascia un vero e proprio segno di fabbricazione, concetto che viene ora usato sulle banconote per distinguere i falsi. Il primato di questa produzione, spetta, anche qui, all'Italia e, in particolare, alla città di Fabriano!


La storia delle cose che ci circondano non è mai scontata e banale e mi piacerebbe portarla avanti. Questa cosa, però, non posso farla da solo e non mi prendo decisamente tutto il merito di quello che vedete riportato qui sopra! Infatti è tutto tratto e riproposto a partire da un capitolo di "Medioevo sul Naso" di Chiara Frugoni (Laterza) che vi consiglio Vivamente di acquistare se volete saperne di più e che ho utilizzato anche per il mio precedente articolo sulla nascita degli occhiali. Vi ringrazio per aver letto fin qui, vi ricordo di venirmi a trovare sulla pagina Facebook e vi do appuntamento a venerdì!

martedì 27 ottobre 2015

Speciale Halloween (2): yokai e manga: tra cultura pop e tradizione.

Ciao e bentornati a un nuovo articolo! Oggi torniamo a parlare di yokai e della loro enorme influenza nella cultura fumettistica giapponese. Se non sapete di cosa sto parlando vi consiglio vivamente di andarvi a leggere il mio ultimo articolo (QUI), giusto per vedere cos'è uno "yokai". Altra piccola premessa prima di iniziare. Ho scelto, oggi, di parlare di yokai e manga solo per un discorso di comodità, non pensate, però, che l'influenza di queste creature si sia limitata solo a questa forma di intrattenimento. Statue, dipinti e incisioni hanno come soggetto gli yokai e si possono osservare quotidianamente in Giappone: qua vi offro solo una finestra su un panorama complesso e intricato, non una visione completa della loro influenza. Per lo stesso motivo non posso parlare di tutti manga e di tutti i riferimenti ma solo di alcuni a me più noti, segnalatemi voi nei commenti quelli che mi son perso!

Il mangaka che più di tutti si è occupato del "fenomeno" yokai è, senza ombra di dubbio, Shigeru Mizuki, una vera pietra miliare della storia del genere. Molto poco conosciuto in Europa, in Giappone ha cresciuto intere generazioni e dalla sua opera più famosa, "Kitaro dei Cimiteri" (Ge Ge Ge no Kitaro, sì, proprio quello della canzone di Caparezza), continuano ad essere tratti film ancora oggi. Il protagonista è un piccolo mostro che vive straordinarie avventure insieme al padre reincarnatosi nel suo occhio
sinistro (non a caso si chiama Daddy Eyeball): incontreranno ogni volta nuovi e sorprendenti yokai, frutto delle decennali ricerche per i vari paesini della campagna da parte dell'autore. Il risultato di queste complicate ricerche è poi esposto dallo stesso Shigeru Mizuki in una bellissima "Enciclopedia dei Mostri Giapponesi" edita in Italia dalla Kappa Edizioni. A Sakaiminato, città natale dell'autore, è stato dedicato un museo al mangaka e ai suoi yokai mentre la via principale è costellata di statuette di bronzo raffiguranti i mostri diventati celebri ormai in tutto il Giappone. Ci sono stato 4 anni fa ed è certamente una tappa che merita se siete interessati all'argomento!

Gli yokai di Shigeru Mizuki hanno formato generazioni di mangaka ma, sinceramente, negli anni passati non ho mai visto una rappresentazione sbalorditiva e stupefacente come quella che si trova in Gantz tra i capitoli 228 e 282, la celebre saga di Osaka. Sfortunatamente i volumetti corrispondenti (22-26) in Italia sono praticamente introvabili ma ora sono in corso di ristampa, quindi tra non troppo potrete gustarvi questa parte! In ogni caso, tanto per riassumere la vicenda, la città Osaka viene invasa da alieni-yokai spietati e incazzatissimi. Da notare come l'autore, Hiroya Oku, abbia rispettato tutti i caratteri tipici delle creature raccolte da Mizuki (il "re degli Yokai" esiste realmente e ha quell'aspetto) ma ne ha proposta una rivisitazione. Se i primi appaiono innocui e cartooneschi, quasi simpatici e giocosi, i secondi, invece, rivelano la loro natura di mostri terribili e sanguinari, brutti nei loro dettagli resi in maniera così vivida e realistica.

"Kamaitachi"
Gli yokai che, invece, più spesso vengono ripresi sono i Tanuki e i Kappa anche se, a dire il vero, il primato spetta a un'altra creatura. Si tratta del Kamaitachi, una donnola in grado di generare un potente vento tagliente. Come potete immaginare, quindi, in ogni shonen c'è almeno uno spadaccino in grado di utilizzare una tecnica simile: da Naruto a One Piece, passando per Bleach e Shaman King, la lista si allunga ai meno conosciuti e commerciali!

Le creature che, però, forse hanno tratto più ispirazione dagli yokai sono di certo i Pokémon. Ora, questi sono più di 500 e di certo non posso mettermi a fare l'analisi di ciascuno punto per punto ma, giusto facendo qualche esempio, ricordo che Sneasel, Golduck, Jynx, Klefki, Shiftri, Snorunt, Froslass e molti altri sono, più o meno esplicitamente, ispirati a degli yokai!

Un'ultima menzione che ho volutamente lasciato alla fine per SPOILER riguarda il manga Toriko, quindi occhio a non rovinarvi la sorpresa e, se preferite, passate oltre. Infatti l'ingordo protagonista insieme alla sua compagnia giunge in un paese, nella zona selvaggia del mondo, popolato interamente da yokai: kappa, tengu e altre strane creature (anche se il Daruma non è un mostro) custodiscono, nel loro territorio, una vera prelibatezza! Interessante come qua si sia tornati su un piano più alla Shigeru Mizuki, giocoso e "user friendly", al contrario del crudo realismo di Gantz, pur dando delle nuove linee agli yokai, diverse da quelle "tipiche" dei vecchi manga tradizionali (alla Doraemon, per intenderci).

In giro trovate decine di fan art di pokémon rappresentati come yokai: sono bellissime!



Pensate forse che abbia finito qui? Ovviamente no! Infatti il 31 uscirà un articolo scritto a quattro mani con il buon Panda de "Il Laboratorio di Vegapunk" sul suo blog dal titolo "Speciale Halloween: Yokai, dal folklore a One Piece" come completamento di questo! Ovviamente vi farò avere il link e vi terrò aggiornati anche sulla pagina Facebook. Per il momento vi saluto, e vi auguro una buona settimana!

martedì 20 ottobre 2015

Speciale Halloween (1): Yokai, i Mostri Giapponesi!



Ogni cultura, anche la più lontana dalla nostra, ha sviluppato, nel corso dei secoli, e continua tutt'ora, a sviluppare un immaginario fantastico. Con "immaginario fantastico" intendo una serie di figure inventate che popolano le menti della gente immersa nella banalità e povertà quotidiana per farle evadere dalla realtà. Queste forme, che possono avere le origini più disparate, hanno due caratteristiche fondamentali: l'eternità e l'assorbimento
Tofu Kozo
inconscio. L' "immaginario fantastico" è in continuo movimento e formazione, creandosi e annullandosi col passare del tempo: si generano costantemente nuove immagini mentre altre si perdono. Un esempio? Il mostro di Frankenstein, da noi sempre associato ad Halloween o, in generale, all'immaginario macabro Europeo viene accostato al lupo mannaro che, invece, nasce già al tempo dei romani. Altre figure, invece, si sono perse più o meno completamente: Barbablù si è trasformato da mostro a fatto di cronaca. L'assorbimento inconscio, invece, si spiega abbastanza da sé e, in parte, ne ho già accennato prima. Il mostro di Frankenstein, sempre. Quanti di voi hanno letto il romanzo di Mary Shelley? Non tutti, ma TUTTI sanno chi sia questa creatura e che aspetto abbia, non c'è bisogno di raccontarlo. Così, per dire, se in giro vediamo il disegno di un personaggio con due viti nelle tempie cogliamo immediatamente la citazione, senza doverla interpretare.

Miage-Nyudo
Questi presupposti, magari un po' noiosetti e apparentemente inutili, sono fondamentali per poter comprendere che cosa sono gli "Yokai". Potremmo tradurli in vari modi e ciascuno sarebbe, a suo modo, solo parzialmente corretto: mostri, demoni, spiriti tutti, però, di origine Giapponese. Il fenomeno, infatti, è importante notare come sia proprio di questa terra profondamente tradizionalista e che fino al 1843 è rimasta chiusa in sé stessa. Questo ha portato a un rafforzamento notevole delle tradizioni locali e a un fortissimo assorbimento nell'immaginario fantastico collettivo. Per questo molti riferimenti nell'arte o nei fumetti possono sembrarci confusi o insignificanti mente per loro sottendono un insieme di significati molto forti.

Come detto, non esiste una traduzione univoca perché possono essere di tantissimi e numerosissimi tipi. I più famosi sono i Tanuki e i Kappa, il primo un procione trasformista, il secondo una sorta di folletto anfibio che vive negli stagni. Ma, in realtà, possono anche essere oggetti dimenticati che si animano (Bakezori), figure demoniache (Kageonna), mostri terribili (Satori) ma anche spiritelli dispettosi (Betobeto San) e creature mistiche (Baku). Al di là di tutti i mostri che si possono incontrare (sono più di 200 e con lunghe descrizioni!) è interessante chiedersi come nascono e perché sono così importanti nella società Giapponese.
Satori
La maggior parte nasce, molto "banalmente", per spiegare fenomeni sconosciuti che, infatti, spesso avvenivano la notte quando non si vede nulla. Così uno yokai nuvoletta che si nasconde nei campi e imprigiona i piedi dei malcapitati che lo calpestano non è che un cumulo di melma particolarmente denso, una distesa di mani che ti accarezza delle canne
Namahage
smosse dal vento e una trave volante che schiaccia le persone un tragico incidente. Come potete intuire da questi esempi la stragrande maggioranza degli yokai popola la campagna, buia e oscura, e ogni avvenimento che non si riesce a spiegare è attribuito a un essere speciale. Questo vale anche per sensazioni spiacevoli come quella di essere seguiti (Betobeto San) o per luoghi poco piacevoli in cui stare al buio come le latrine (soprattutto se non ci sono fogne). Altri spiriti ancora sono la concretizzazione di moniti o atteggiamenti da seguire o meno: il demone dell'accidia che perseguita chi non fa il proprio dovere (stiamo sempre parlando del Giappone, non a caso) e l'orchessa che si nutre dei bambini che, in città, si rivolgono agli sconosciuti sono ottimi esempi. Altri tipi di yokai sono quegli esseri che provengono dal mare: come nel Medioevo in Europa, anche in Giappone vi era molto timore delle creature che abitavano le profondità marine. Curioso il fatto che vi sono, inoltre, creature molto simili tra le due culture: anche loro hanno le sirene e i "monaci di mari", una sorta di tritoni dalla parte superiore simile a un religioso. Infine, categoria quasi a sé stante, quella dei vecchi oggetti dimenticati. Anche questi hanno, per gli orientali, una loro anima che reclama attenzione: potenzialmente TUTTO può essere uno Yokai!

Hashi Hime



Per oggi mi sembra di aver messo molta carne al fuoco ma non temete che martedì prossimo tornerò sull'argomento parlando dei riferimenti a questi Yokai nei manga. Ne parlo nel prossimo articolo, ma già vi anticipo, se volete, dove trovare tutto quello che vi serve su questi mostriciattoli. La Kappa Edizioni ha pubblicato "L'Enciclopedia dei Mostri" di Shigeru Mizuki, un grandissimo mangaka (autore di manga) che è anche la più grande fonte per quest'articolo. In questo bel volumetto troverete raccolti gli yokai in ordine alfabetico con bellissime illustrazioni (quelle di quest'articolo) e lunghe descrizioni! Altrimenti, per conoscerli tutti assieme, da qui fino al 31 ogni giorno a mezzanotte pubblicherò sulla pagina Facebook uno yokai con tanto di descrizione: venite a trovarmi oppure ci si vede martedì prossimo!


martedì 13 ottobre 2015

L'Anima della Riscoperta (3): l' "Anti-Justine" di Restif de la Bretonne


Di solito libri che compro non sono scelti a caso: ho, quantomeno, una vaga idea dell'argomento o dell'autore. Raramente, quindi, mi capita di rimanere talmente scioccato in negativo da un titolo da non riuscire a finirlo. Ho cercato per molto tempo "L'Anti Justine" (1798) di Restif de la Bretonne e, quando lo trovai alla Feltrinelli di Genova, ero fuori di me dalla gioia. Ma la sensazione durò poco, molto poco. Non sono riuscito né a finirlo né a riprenderlo in mano a due anni di distanza e non ne ho la benché minima intenzione al momento. Per rendervi partecipi del mio disagio andiamo a vedere insieme la trama!

La trama non esiste. L'anonimo protagonista dall'incredibile sfilza di nomi imbarazzanti si limiterà a riempire ogni concavità gli si pari davanti fin dalla tenerissima età. Fine. Parenti, animali, nobili, prostitute, paggi o oggetti: nulla può dirsi al sicuro! Non esiste una sottotrama di alcun tipo, neppure abbozzata, il che collabora a rendere il tutto estremamente patetico e ridicolo. I titoli dei vari capitoli, poi, sono un programma! Passiamo da Il
Bambino che Già Rizza” a La Madre Fottuta” passando per Il Più Delizioso Degli Incesti” e uno dei più divertenti: Consigli di un Padre Mentre Sta Chiavando la Figlia”. Non aiutano la comprensione dell'opera anche i nomi dei personaggi che diventano, man mano che si sposano, sempre più lunghi e complessi, cambiando quasi di capitolo in capitolo. Per stessa ammissione del traduttore, tra l'altro, ci vien detto che non solo i nomi sono ininfluenti in un’opera del genere, ma che lo stesso Restif sbaglia in più punti i vari rapporti di parentela!

Quello che mi ha fatto decisamente sorridere sono tutte le esagerazioni sessuali tipiche dei più ingenui e inesperti pornografi che pensano che "più è, meglio è". Oltre ai classici giganteschi peni mortali, al liquido seminale usato come colazione prima di andare dal promesso sposo e le prestazioni fisiche degne di un treno a vapore, quello che più mi ha sconvolto è la TOTALE incoerenza delle azioni. Non sono esseri umani, ma nemmeno animali, è un continuo susseguirsi di atteggiamenti assolutamente irreali, di molto al di là della barriera della plausibilità!

La differenza principale tra Restif e De Sade è che mentre il primo scrive quest' obbrobrio per stupire,per far vedere che anche lui non è da meno del suo rivale e che non servono tanti giochi per divertirsi o cose complicate, il secondo ha dato piena concretizzazione al pensiero filosofico del libertinismo portandolo agli estremi, creando una para-filosofia del peccato e aprendo di fronte all'uomo il baratro del Male. La differenza tra un pornografo e un filosofo.
Tirando le somme: un’opera nata dall’ invidia per il capolavoro del rivale e destinata a morire ignorata dai più che, invece, ammirano il capolavoro Sadiano. Bisogna aggiungere altro? L’edizione italiana è, in ogni caso, ottima e molto ben curata della ES da €21,00. Manco a dirlo, vi sconsiglio vivamente l’acquisto ma, se siete curiosi, perché no?
L'originale articolo di 6 pagine è stato tagliato a 2 eliminando volgarità inutili e imbarazzanti ma non pensiate che abbia tagliato dei contenuti, anzi! Sfortunatamente il libro è solo questo, un imbarazzante ammasso di volgarità! Le prossime volte ci sposteremo in estremo oriente e faremo un piccolo viaggio attraverso la cultura giapponese per approdare tutti insieme al 31! Per scoprire di che si tratta venitemi a trovare sulla pagina Facebook! Grazie a tutti per l'attenzione, ci vediao martedì prossimo!

martedì 6 ottobre 2015

La Storia dell'Elefante che Sconvolse l'Europa.

Gli animali passano sempre in secondo piano quando si analizza la storia e la società. Invece, a dispetto di quanto si possa credere, sono stati Fondamentali in moltissimi ambiti: medicina, diritto, scienze, letteratura e arte. E di tutti gli animali quelli più affascinanti, soprattutto per i Medievali che avevano, spesso, una limitata capacità di movimento a causa di situazioni politiche poco propense agli spostamenti, sono di certo le creature che provengono dall'estremo oriente, terra mitica in cui i vari viaggiatori testimoniavano di aver incontrato dei veri e propri prodigi. Basti pensare a quello che ci racconta Marco Polo: formiche giganti, uomini con la testa di
cane o acefali col viso sul petto e galline lanose grandi come cammelli! Di fronte queste descrizioni la fantasia dell'artista Medievale esplodeva e esigeva assolutamente di rappresentare l'animale in una bellissima e raffinatissima miniatura per decorare il manoscritto che stava copiando. Ma come fare? Le descrizioni non sono ricche di dettagli, lasciano troppo spazio alla fantasia e spesso si rischia di incappare in grossolani errori come nel caso del camaleonte, spesso scambiato per un grosso mammifero! Ma ecco che, ogni tanto, animali misteriosi riuscivano ad approdare sul continente Europeo e a essere studiati e osservati. Quella che vi racconterò oggi è la travagliata storia dell'elefante Abul-Abbas e della sua vita avventurosa!


Tutto inizia nella notte di Natale dell'800, quando Carlo Magno viene incoronato imperatore del Sacro Romano Impero da Papa Leone III nella basilica di S. Pietro. Dopo questa sfarzosa investitura il califfo di Baghdad Harun al-Rashid volle farsi amico il neo imperatore per marciare con lui contro Bisanzio. A tal proposito gli inviò numerosissimi e preziosissimi doni provenienti dall'estremo oriente tra cui animali esotici e bizzarri quasi mai visti in occidente. Però tra tutte le schiere di scimmie, cammelli e leopardi a noi interessano, in particolare, due bellissimi elefanti africani, il
fiore all'occhiello di tutto il serraglio! Sfortunatamente uno di questi annegò poco dopo essere partito da Alessandria d'Egitto ma, per fortuna, il più bello e grosso dei due si salvò e sbarcò felicemente a Pisa nell'801: si trattava proprio del nostro Abul-Abbas! Da lì venne portato su fino a Pavia dove Carlo Magno l'aspettava con gioia. Però il felice incontro durò molto poco: l'imperatore se ne tornò subito ad Aquisgrana mentre l'elefante venne portato in Liguria, imbarcato per la Marsilia e da lì risalì per tutta la Francia attraverso la valle del Rodano, la Saona e la Lorena fino a ricongiungersi col suo proprietario, dopo un'ultima sosta a Metz, solo nell'803. Lì divenne, da quel giorno, una vera e propria star: la gente veniva da ogni dove per poter vedere questo prodigio orientale che, tuttavia, durò pochi anni. Ci sono due versioni discordanti circa la sua morte: lo si vuole o morto durante una spedizione militare contro i Sassoni nell'810 o annegato nel Reno e il cadavere trascinato via dalla corrente. Forse, però, ci rimane un "piccolo" ricordo di Abul-Abbas: la tradizione vuole, infatti, che da una sua zanna venne realizzato un olifante per Carlo Magno, come quello che nella "Canzone di Orlando" l'eroe suona durante la battaglia di Roncisvalle! Quale sia, se ci sia effettivamente arrivato o se sia stato realizzato rimane, ancora oggi, un mistero...


Elefante slogato nella Città Proibita di Pechino
In ogni caso questa vicenda dell'elefante ebbe un'importanza grandissima proprio per gli artisti che lo poterono studiare e rappresentare in maniera un po' più veritiera, anche se di certo non era questo l'intento del miniaturista Medievale. Inoltre quest'animale è Fondamentale nel sistema simbolico delineato dei bestiari e rappresenta, fin dagli antichi Greci, uno dei migliori animali che si possano trovare in Natura! Il problema della rappresentazione dell'elefante, senza entrare troppo nel dettaglio, ha riguardato curiosamente paesi anche molto distanti come Cina e Giappone: sarebbe curioso uno studio comparatistico in questo senso, non trovate? 
Elefante Giapponese  a Nikko, Giappone

In futuro avremo modo di analizzare l'importanza anche di altri animali ma, per oggi, mi limito solo a questo. L'articolo è stato breve ma mi ha fatto un piacere incredibile realizzarlo, forse proprio per la sua leggerezza. In ogni caso l'appuntamento che vi do è per mercoledì e giovedì rispettivamente a Pavia alla libreria il Delfino e a Vigevano alla Feltrinelli per la presentazione/dialogo, in collaborazione con Arcigay Coming-Aut Pavia, del libro "Tutta un'Altra Storia: storia dell'omosessualità dall'antichità al secondo dopoguerra" con l'autore Giovanni Dall'Orto (di cui vi parlai QUI). Si tratta per me di un evento molto importante e vi aspetto numerosi se no... appuntamento a martedì prossimo con un nuovo articolo!