martedì 6 ottobre 2015

La Storia dell'Elefante che Sconvolse l'Europa.

Gli animali passano sempre in secondo piano quando si analizza la storia e la società. Invece, a dispetto di quanto si possa credere, sono stati Fondamentali in moltissimi ambiti: medicina, diritto, scienze, letteratura e arte. E di tutti gli animali quelli più affascinanti, soprattutto per i Medievali che avevano, spesso, una limitata capacità di movimento a causa di situazioni politiche poco propense agli spostamenti, sono di certo le creature che provengono dall'estremo oriente, terra mitica in cui i vari viaggiatori testimoniavano di aver incontrato dei veri e propri prodigi. Basti pensare a quello che ci racconta Marco Polo: formiche giganti, uomini con la testa di
cane o acefali col viso sul petto e galline lanose grandi come cammelli! Di fronte queste descrizioni la fantasia dell'artista Medievale esplodeva e esigeva assolutamente di rappresentare l'animale in una bellissima e raffinatissima miniatura per decorare il manoscritto che stava copiando. Ma come fare? Le descrizioni non sono ricche di dettagli, lasciano troppo spazio alla fantasia e spesso si rischia di incappare in grossolani errori come nel caso del camaleonte, spesso scambiato per un grosso mammifero! Ma ecco che, ogni tanto, animali misteriosi riuscivano ad approdare sul continente Europeo e a essere studiati e osservati. Quella che vi racconterò oggi è la travagliata storia dell'elefante Abul-Abbas e della sua vita avventurosa!


Tutto inizia nella notte di Natale dell'800, quando Carlo Magno viene incoronato imperatore del Sacro Romano Impero da Papa Leone III nella basilica di S. Pietro. Dopo questa sfarzosa investitura il califfo di Baghdad Harun al-Rashid volle farsi amico il neo imperatore per marciare con lui contro Bisanzio. A tal proposito gli inviò numerosissimi e preziosissimi doni provenienti dall'estremo oriente tra cui animali esotici e bizzarri quasi mai visti in occidente. Però tra tutte le schiere di scimmie, cammelli e leopardi a noi interessano, in particolare, due bellissimi elefanti africani, il
fiore all'occhiello di tutto il serraglio! Sfortunatamente uno di questi annegò poco dopo essere partito da Alessandria d'Egitto ma, per fortuna, il più bello e grosso dei due si salvò e sbarcò felicemente a Pisa nell'801: si trattava proprio del nostro Abul-Abbas! Da lì venne portato su fino a Pavia dove Carlo Magno l'aspettava con gioia. Però il felice incontro durò molto poco: l'imperatore se ne tornò subito ad Aquisgrana mentre l'elefante venne portato in Liguria, imbarcato per la Marsilia e da lì risalì per tutta la Francia attraverso la valle del Rodano, la Saona e la Lorena fino a ricongiungersi col suo proprietario, dopo un'ultima sosta a Metz, solo nell'803. Lì divenne, da quel giorno, una vera e propria star: la gente veniva da ogni dove per poter vedere questo prodigio orientale che, tuttavia, durò pochi anni. Ci sono due versioni discordanti circa la sua morte: lo si vuole o morto durante una spedizione militare contro i Sassoni nell'810 o annegato nel Reno e il cadavere trascinato via dalla corrente. Forse, però, ci rimane un "piccolo" ricordo di Abul-Abbas: la tradizione vuole, infatti, che da una sua zanna venne realizzato un olifante per Carlo Magno, come quello che nella "Canzone di Orlando" l'eroe suona durante la battaglia di Roncisvalle! Quale sia, se ci sia effettivamente arrivato o se sia stato realizzato rimane, ancora oggi, un mistero...


Elefante slogato nella Città Proibita di Pechino
In ogni caso questa vicenda dell'elefante ebbe un'importanza grandissima proprio per gli artisti che lo poterono studiare e rappresentare in maniera un po' più veritiera, anche se di certo non era questo l'intento del miniaturista Medievale. Inoltre quest'animale è Fondamentale nel sistema simbolico delineato dei bestiari e rappresenta, fin dagli antichi Greci, uno dei migliori animali che si possano trovare in Natura! Il problema della rappresentazione dell'elefante, senza entrare troppo nel dettaglio, ha riguardato curiosamente paesi anche molto distanti come Cina e Giappone: sarebbe curioso uno studio comparatistico in questo senso, non trovate? 
Elefante Giapponese  a Nikko, Giappone

In futuro avremo modo di analizzare l'importanza anche di altri animali ma, per oggi, mi limito solo a questo. L'articolo è stato breve ma mi ha fatto un piacere incredibile realizzarlo, forse proprio per la sua leggerezza. In ogni caso l'appuntamento che vi do è per mercoledì e giovedì rispettivamente a Pavia alla libreria il Delfino e a Vigevano alla Feltrinelli per la presentazione/dialogo, in collaborazione con Arcigay Coming-Aut Pavia, del libro "Tutta un'Altra Storia: storia dell'omosessualità dall'antichità al secondo dopoguerra" con l'autore Giovanni Dall'Orto (di cui vi parlai QUI). Si tratta per me di un evento molto importante e vi aspetto numerosi se no... appuntamento a martedì prossimo con un nuovo articolo!   

mercoledì 30 settembre 2015

"Spettri" di Ibsen: tragedia di fantasmi, incendi e morte.

Ciao a tutti e benvenuti, finalmente, a un nuovo articolo! Oggi parliamo di "Spettri", una bellissima tragedia del 1881 del norvegese Henrik Ibsen
Ho deciso di riempire l'articolo di opere del
 Norvegese Munch che esprimono perfettamente
 il clima delle tragedie di Ibsen.
(1828-1906). Per parlarne, però, devo per forza fare spoiler e dare per presupposta la trama, in quanto il fulcro della vicenda si svolge dopo un plot twist (seguito a raffica da molti altri) considerevole per quanto posto all'inizio dell'opera. Per questo l'articolo è inteso in particolare per chi ha sostenuto questa lettura condivisa con la pagina GDL per il mese di settembre oltre a chi, normalmente, ha già letto il libro per i fatti suoi: se siete coraggiosi entrate comunque a vostro rischio e pericolo, lo spoiler qui è di casa! Inutile dire, inoltre, che il dialogo e il confronto qui sotto nei commenti (aperti a chiunque) o su Facebook sia più che ben accetto. Detto ciò sto zitto e vi auguro buona lettura!

E, appunto, il plot twist, il grande colpo di scena, posto all'inizio dell'opera è un tratto caratteristico e inconfondibile delle tragedie "sociali" di Ibsen come, pure, "Un Nemico del Popolo", "Anitra Selvatica" e "Rosmersholm". La situazione iniziale, pacifica e regolare, viene sconvolta da un terremoto
così potente da non sconvolgere solo i protagonisti ma tutta la società borghese, bersaglio principale dell'autore. Le storie di abusi e violenze del capitano Alving non sono terribili solo per la vedova e per il pastore Manders, ma lo sarebbero per tutta la comunità se circolassero. Un colpo del genere metterebbe in crisi l'esistenza non solo dell'asilo, ma di tutta quell'impalcatura di buoni valori borghesi dietro ai quali si annida la perversione, l'ipocrisia e la maldicenza di una società divenuta marcia nella sua calma e placidità. E, in quanto possibile potenza distruttrice, il pastore Manders ha la massima premura che la notizia non si diffonda: "Che cosa penserebbe la gente?" "I vicini cosa potrebbero dire?" "Oh se solo sapessero"... tutte frasi con un significato forte e viscerale che saranno approfondite in "Un Nemico del Popolo".

Ma veniamo al pastore Manders, un bellissimo personaggio per la sua coerenza, un po' meno per i suoi ideali. Maschilista, bigotto e oscurantista, crede che le donne debbano sopportare le violenze che si svolgono tra le mura domestiche per mantenere saldo il sacro vincolo del matrimonio, che
il successo nella vita debba corrispondere per forza a una volontà divina (notato come difende sempre e comunque il capitano Alving?) e che da essa dipendano tutte le cose che ci circondano. Egli si fa voce di Dio, portatore di una volontà superiore, garante del giusto, convintissimo della sua superiorità sopra tutti. Il pastore Manders è un ottimo personaggio, scritto e descritto in maniera celestiale, coerente con sé stesso fino al midollo. Così coerente che, quando vede che qualcosa non torna, come Dio che concede la costruzione di un asilo in nome di un mostro come il capitano Alving, agisce lui per conto della divinità dando fuoco alla struttura quasi con noncuranza, facendosi scoprire da Engstrand ma negando l'accaduto senza troppa enfasi, riconoscendo con calma e sincerità la sua "colpa", anche se tale non è ai suoi occhi: egli non ha fatto altro che mettere in pratica il volere divino.

Altro personaggio che non può non colpire è quello della vedova Alving, martire delle tragedie che si svolgevano tra le mura di casa. Un donna di una risolutezza indescrivibile, che ha deciso di sopportare silenziosamente le sue disgrazie, di non darla vinta a un marito tirannico e che vuole riscattare/vendicarsi di quello che ha passato con la costruzione dell'asilo.
La vedova Alving è un personaggio dalla psicologia complessa, un personaggio fortissimo e risoluto che viene posta di fronte a una serie continua di tragedie, dall'inizio alla fine. Ha una morale ferrea e tutta personale, che coglie il bene da dove è possibile (ad esempio dal figlio Osvlad) e cerca di trasformare e annullare il male per punirlo: ovviamente non viene detto e non probabilmente nelle idee di Ibsen, ma la vedova Alving è, anche se inconsapevolmente, Buddista.

Prima di arrivare a parlare dell'atto terzo e del finale dell'opera mi piacerebbe parlare di Osvald, il figlio degli Alving, e di questi "spettri". Vi riporto uno dei brani più significativi al riguardo per analizzarlo con voi:

"Ah Manders, io credo che anche noi, tutti noi non siamo nient'altro che spettri... in noi continua a circolare e a scorrere e a vivere non soltanto ciò che abbiamo ereditato dai nostri genitori, dico il sangue paterno e materno, ma anche tutti i pensieri immaginabili che sono già stati pensati, le vecchie credenze morte e sepolte, ogni specie di cose antiche e defunte a cui un tempo si è prestato fede e così via, in una catena senza fine. Fantasmi senza vita che però si annidano nel sangue, e che noi non possiamo scacciare."

Gli spettri sono ovunque, sono l'inevitabile eredità che ci portiamo dietro dai nostri antenati da quando la vita è comparsa sulla Terra, condizionano il nostro essere, il nostro agire e le nostre azioni. Ogni cosa ne è impregnata,
ogni cosa ha un'eredità inalienabile di cui dobbiamo render grazia. Così Osvald, nell'approcciarsi alla giovane Regine, sua inconsapevole sorellastra, ricalcherà le orme del padre e lei quelle della madre, dando origine al fulcro della tragedia edipica tipica delle opere di Ibsen. Tragedia, questa, inevitabile in un mondo di spettri.

Questo il motivo, anche, della malattia che Osvald ha ereditato dal padre. Un morbo terribile, mortale e infamante: una malattia venerea. Segno della corruzione del capitano Alving, rovina la vita, tra il detto e il non detto, a tutte quelle persone che hanno avuto un contatto di un certo tipo con lui: gli spettri non possono non colpire, è nella loro natura. Osvald, sul finale, avrà una crisi mortale e dolorosissima: la vedova Alving avrà il coraggio di ridurlo ad uno stato vegetale somministrandogli una forte dose di morfina? Oppure farà soffrire fino alla fine il figlio che ama più di sé stessa? Non ci è dato saperlo con certezza, ma possiamo ragionare assieme: la soluzione sta in quello che Ibsen ci dice e non dice attraverso una caratterizzazione perfetta dei personaggi. Abbiamo detto, infatti, che la vedova Alving vuole cercare di eliminare le infamie dell'ex marito tramite un atto di bene, l'istituzione dell'asilo, così da annullarne, per contrasto, la negatività. Ma, come sappiamo, Manders dà letteralmente fuoco a questo progetto e gli sforzi fatti vengono vanificati. Le sofferenze del figlio, che sta seguendo pericolosamente le orme del genitore, sono la piena manifestazione del suo (loro) peccato (non in senso religioso alla Manders ma, bensì, in senso morale). Secondo me, mi farete sapere voi nei commenti se siete d'accordo, la vedova Alving non allieverà il dolore del figlio ma, anzi, lo farà soffrire fino alla fine, così simile al padre. In questo modo la bilancia dell'equilibrio del mondo tornerà in pari e la signora Alving, donna forte e coraggiosa ma testarda, avrà finalmente la sua vendetta su chi l'ha tormentata per così tanto tempo, con o senza l'aiuto di Dio. 


giovedì 17 settembre 2015

Alle Origini del Mito (2) Mago Merlino.

Ciao a tutti ragazzi, e benvenuti a un nuovo articolo! Oggi rispolveriamo una vecchia rubrica, "Alle Origini del Mito", che avevamo inaugurato con la storia di Topolino Stregone. Anche oggi non ho voglia di allontanarmi dal mondo Disney e andiamo a parlare, quindi, di uno dei personaggi più misteriosi e foschi del mondo dei cartoni animati: mago Merlino! Dietro alla candida barba bianca, al cappello azzurro a punta e all'aspetto ingenuo e scherzoso si nasconde, in realtà, un essere demoniaco infernale, peloso come un orso e tutt'altro che innocente! Quello che vi vado a raccontare oggi è tratto da "I Romanzi della Tavola Rotonda", serie di testi Medievali di autore/i anonimo e incerto, che potete trovare, anche se con una certa difficoltà, per la Mondadori (altrimenti ne parlo un pochino meglio qui). Il secondo libro, che recita come titolo "Merlino l'Incantatore", narra della sua nascita e infanzia.

Tutto inizia con Gesù che scende in terra e i diavoli che si lamentano del suo immenso potere che allontana gli uomini dalle loro grinfie. Allora decidono di inviare un loro rappresentante, un vero Anticristo, a contrastarlo. Nello stesso periodo viveva una ragazza (non specificato dove!) molto bella e Satana le mise gli occhi addosso. Allora le inviò una vecchia mezzana che provò a convincerla a prostituirsi sfruttando il suo bel corpo ma lei, per nulla convinta ed anzi inquietata, si rivolse al suo
promesso che la mise in guardia sui trucchi del diavolo e invitandola a non dormire mai al buio. Una sera, però, la sorella della nostra eroina, che invece non si faceva troppi problemi a darla in giro, tornò a casa con diversi uomini. La protagonista, infastidita, provò a buttarla fuori ma venne picchiata dai pretendenti e fu costretta a rintanarsi in camera dove si addormentò, pensando a tutte le cose brutte che le erano successe in vita, dimenticandosi la luce accesa. Il Diavolo ne approfittò subito e, trasformatosi in uomo, la stuprò nel sonno. Lei realizzò l'accaduto solo il mattino dopo e, da quel giorno, si diede a una vita castissima da reclusa: così il Demonio perse l'anima della ragazza! 9 mesi dopo, però, non le fu più possibile nascondere il pancione e venne scoperta dalle altre donne che la portarono in tribunale: infatti chi, ai tempi, conduceva una vita dissoluta senza accettare il ruolo di prostituta veniva condannato a morte. I giudici, comunque, decisero di lasciarla prima partorire: a tale scopo la rinchiusero con due damigelle in una torre blindata dove diede alla luce un bimbo pelosissimo che chiamò, come il suo padre morto, Merlno.


Il bimbo era molto strano, tant'è che a 9 mesi già dimostrava 2 anni abbondanti! Una sera la madre piangeva in preda alla disperazione per paura della morte ma il pargolo, tra le sue braccia, le disse di non preoccuparsi. Colpita dal miracolo improvviso, lasciò cadere il bimbo ma quello iniziò a piangere senza emettere più parola. Le damigelle, scettiche nei confronti del miracolo, si segnavano continuamente imprecando contro la giovane madre e il bambino. Questi, allora, riprese la parola e le rimproverò dando loro delle peccatrici e delle oche! Le balie non potevano credere alle loro orecchie e iniziarono a urlare spaventate fuori dalla finestra del miracolo: la notizia si diffuse in un attimo e arrivò alle orecchie del giudice che convocò subito madre e figlio. Stavano per finire entrambi sul
rogo quando il bambino intervenne di nuovo e si rivolse al magistrato dicendo di conoscere suo padre meglio di lui: gli dimostrò che, in realtà, era il figlio del curato di paese e non di quello che credeva essere il suo genitore! Strabiliato, il giudice gli chiese chi fosse, allora, lo sconosciuto padre del bambino e la risposta arrivò chiara e veloce: il Nemico. Per questo conosceva tutte le cose passate e presenti ma, grazie alla fede di sua madre, aveva accesso anche alla conoscenza dei fatti futuri. Lui e la madre vennero assolti e lei andò a vivere per sempre in un monastero.

Egli, essere immortale e dotato di incredibili poteri magici, divenne amico d'infanzia di Uter Pendragon che, quando divenne re, lo scelse come braccio destro. Da quel momento Merlino passò la vita a corte, vide nascere Artù e Morgana (di cui diventò un incostante amante) e accompagnò il giovane regnante al trono, proprio come nel film della Disney. Intanto non si contano le strabilianti azioni di guerra, le magie, i portenti, i travestimenti, gli scherzi e gli amori del potentissimo mago che tutto conosceva. Un giorno, però, fece la conoscenza di Viviana, una giovane fata, che voleva imparare da lui tutti i trucchi del mestiere. Egli sapeva a cosa andava incontro, ma nonostante ciò non poteva modificare gli eventi futuri ma solo
conoscerli. Le insegnò, così, tutto quello che sapeva, le costruì un castello magico nascosto da uno specchio d'acqua e la fece diventare sua amante (anche se era tutta un'illusione provocata da lei che gli faceva solo sognare di unirsi sessualmente con lui). Un giorno gli chiese come intrappolare una persona per l'eternità e lui, anche se a malincuore, le insegnò il trucco: subito lo imprigionò in una prigione d'aria inespugnabile per l'eternità! In realtà si tratta di una prigione d'aria molto piacevole: infatti è una bellissima camera da letto, la migliore che si possa immaginare, dove Viviana lo va trovare tutti i giorni e trascorre, ancora oggi, molte ore a letto con lui. Questa volta sul serio!


Quello che più mi dispiace è che non ci sia né il tempo né il modo di riassumervi in breve TUTTA la vita di Merlino, forse tra i racconti più avvincenti dei "Romanzi della Tavola Rotonda"! Quindi se avete domande, volete qualche approfondimento o cose simili scrivetemelo o nei commenti o sulla pagina Facebook così che possa ampliare un po' il racconto! Detto questo vi do appuntamento a domani per la videorecensione delle letture d agosto e a martedì prossimo per un nuovo articolo! 

martedì 8 settembre 2015

"Antoher Brick in the Wall": scuola o non scuola?

Salve a tutti quanti e benvenuti a un nuovo articolo. Oggi si parlerà di scuola, della sua importanza (e non-importanza) e del suo ruolo e responsabilità partendo, come spunto, dalla celebre canzone dei Pink Floyd "Another Brick in the Wall".


Per farlo partiamo da un piccolo presupposto. La canzone è stata composta nell'Inghilterra del 1978, un paese che dal punto di vista dell'educazione è molto controverso. Moltissime le opere che, da secoli, si occupano di questo problema sociale: già Dickens non è che tratteggiasse la situazione con tinte color rosa pastello, ma le cose non sono di certo andate migliorando. "Matilda" (sì, quello del film) di Roald Dhal è un bellissimo e tristissimo romanzo sul tema che consiglio a tutti, grandi e piccoli, insieme alla sua autobiografia "Boy". L'educazione è sempre stata molto rigida e severa e comportava anche pesanti pene corporali che i ragazzi di oggi, fortunatamente, non sono costretti a sopportare pur persistendo un certo rigore almeno a livello accademico. La scuola italiana, nonostante i suoi difetti, fortunatamente non è più così e, quindi, dovremo far attenzione a partire da un altro contesto per arrivare al nostro. Detto ciò iniziamo a parlare sul serio.



A cosa serve la scuola? Ad educare o a insegnare? Fortissimo il rischio che sia solo ed esclusivamente la seconda opzione se si vede, a mio parere, la scuola come un luogo fatto e finito, in cui basta andare e passare, non importa se con voti massimi o appena sufficienti. Se non vengono espresse le potenzialità del ragazzo, se non lo si incuriosisce, se non lo si abitua a pensare con la propria testa, sarà destinato a dimenticarsi tutto quello che ha fatto e senza ragionarci su. Per questo, in Italia, abbiamo un tasso del 47% di analfabetismo funzionale, ovvero il non saper riconoscere ed interpretare la realtà che ci circonda elaborando i dati che riceviamo, non saper comprendere un documento giuridico o compiere attività extra rispetto all'ordinario. La cosa più preoccupante è che questo dato non è variato dal 1994 al 2008, denotando un'arretratezza nei metodi educativi.

Chiarito il ruolo che dovrebbe avere la scuola, ovvero quello di trampolino su cui saltare, in base alle proprie conoscenze e potenzialità, nella grande piscina del sapere (e quindi della cultura), poniamoci la prossima domanda. La scuola italiana è in grado di garantire questo servizio oggi come oggi? La mia umile e modesta risposta è: no. Programmi troppo stretti, tempi corti e classi eccessivamente numerose e/o problematiche. Non sempre è possibile sviluppare ogni singolo alunno, sia chiaro, anche volendo (e molti professori, non credete, lo vogliono sul serio): manca, molto semplicemente, il tempo. A questo c'è da aggiungersi tutti i possibili problemi di famiglie e amicizie a cui i ragazzi, nel frattempo, possono andare incontro facendogli perdere la voglia di continuare (la depressione tra i giovani esiste, non facciamo finta di non vederla). Ma la colpa, che piace così tanto agli italiani, la colpa, la colpa dov'è? Di chi è? Quale il capro espiatorio, il signor Maloussen, il colpevole? Potremmo dire che la responsabilità pesa su alcuni professori che non hanno voglia/non sanno fare il proprio lavoro (e ragazzi esistono, fidatevi, ne ho incontrati), sul programma scolastico italiano troppo desueto ma alo stesso tempo così essenziale, sui materiali non adeguati e costosi o sui genitori che a volte non si curano dell'educazione dei figli ma la soluzione? Mi dispiace, cari italioti, ma la soluzione a questo vostro amletico dubbio non esiste! Non c'è una colpa, ci sono però tante responsabilità concatenate. Servirebbe una vera riforma ma non della scuola o del governo ma della mentalità comune, dell'uso del buonsenso e della voglia di provare a cooperare. Ci vuole reciproca apertura mentale nel cercare di superare i problemi comuni: è sempre colpa dei professori? è sempre colpa degli alunni? è colpa del sistema? è colpa della religione? è colpa del governo? Non importa trovare un colpevole, è indispensabile però cercare di migliorare TUTTI la situazione.



Ma veniamo alla domanda più interessante, la più scottante. È indispensabile andare a scuola? E imparare? La domanda, a prima vista di ovvia soluzione, viene da quel "You, Start to Learn!" iniziale della canzone. La cultura è un obbligo imposto dalla società o dovrebbe, ed è, parte di un normale processo di formazione della persona? Teoricamente, a mio parere, la seconda ma, di fatti, la prima soluzione è la più pertinente alla realtà. La filosofia, prima forma di sapere teorico (anche se alle origini non lo era affatto), è arrivata in modo autonomo e spontaneo, quando l'uomo ha soddisfatto i suoi bisogni primari. I primi pensatori non hanno avuto una scuola ma è pur vero che erano tempi Veramente diversi, si era anche Molti di meno in società assolutamente imparagonabili con quelle moderne. Eppure possiamo provare a rapportarci ad adesso: l'uomo medio del paese ormai sviluppato ha pienamente appagato i suoi bisogni primari (viveri, abitazione, stabilità) ma altri, tutti nuovi, gli vengono costantemente imposti dalla società che lo controlla e manipola. Potrà egli, quindi, sviluppare da solo un pensiero critico adeguato? No, ha bisogno di un luogo in cui, stando con gli altri, possa imparare ad usare il cervello. Nel 2015 non possiamo più permetterci di essere dei semplici pastori, non possiamo osservare il rapido scorrere della vita, non possiamo concederci rilassatezze ma dobbiamo stare al passo coi tempi, capire le complesse meccaniche che ci circondano e cercare di stare a galla. La scuola risulta, quindi, indispensabile ma insufficiente da sola (ricollegandoci a quel che dicevamo all'inizio, ricordate?). Quindi, cercando di dare una risposta alla nostra domanda: sì, ormai andare a scuola e avere un minimo di conoscenze base è più che indispensabile, anche a costo di rinunciare in parte alla nostra autonomia ed indipendenza. Ma quindi questo tipo di istruzione ci rende tutti uguali, "just another brick in the wall" ("semplicemente un altro mattone nel muro")? La risposta è semplice, rileggete bene l'articolo e la troverete da voi...




La verità è che quest'articolo era ed è pensato per tutti coloro che in questi giorni iniziano la scuola, elementare, media o liceo. Il posto che frequentate, comunque lo affrontiate, che vi piaccia o meno, sarà uno dei più importanti della vostra vita: è inutile e molto banale dirlo, ma godetevelo anche se non è facile! Noi ci vediamo martedì prossimo, intanto fate i bravi e, se volete, ditemi che ne pensate dell'articolo commentando qua o sotto e venendomi a trovare sulla pagina Facebook!

martedì 1 settembre 2015

Collana "A Bordo di Libro" ep.4: il Folle Viaggio degli Argonauti.

Ciao e benvenuti a un nuovo articolo della rubrica "A Bordo di Libro", la serie che ci accompagna nei viaggi della letteratura. L'articolo di oggi riguarda il folle viaggio degli Argonauti, un gruppo di 50 eroi dell'antica Grecia che, capitanati da Giasone, hanno il compito di riportare in patria il misterioso vello d'oro situato a est, ai confini del mondo, in Colchide (l'attuale Georgia). Lì incontrano Medea, l'eroina che stiamo seguendo assieme quest'anno con due articoli che potete trovare QUI e QUA e con un altro che necessita di questo per essere introdotto. Infatti oggi non la vedremo quasi per nulla ma ci concentreremo sul viaggio degli eroi che, di per sé, merita un articolo a parte: infatti sarà, per i nostri, ancora più complesso tornare a casa di quanto non fu per Ulisse, come ci racconta Omero nell' "Odissea". Insomma, un vero viaggio epico pieno di sfide impossibili, sesso e morte raccontato dalla penna di un grande poeta quale fu Apollonio Rodio (295 a.C.-215 a.C.), scrittore del periodo alessandrino! Ma non perdiamo altro tempo e tuffiamoci in questa frizzante avventura! Se vi perdete ho messo una cartina spoilerosa a fine articolo!


Gli antefatti ve li ho già spiegati all'inizio del primo articolo su Medea ma, per non costringervi ad andarveli a leggere di là, vediamo di recuperarli assieme. Pelia, re di Iolco, ha preso il potere sottraendolo illegittimamente a suo fratello. Un giorno riceve una profezia: la prima persona che si sarebbe presentato da lui senza una scarpa lo avrebbe scalzato dalla sua posizione prendendo il potere. Ed ecco che, da lì a poco, gli fa visita il figlio di suo fratello, Giasone, un giovane della campagna che nel tragitto per arrivare alla reggia aveva perso un sandalo in un fiume! Pelia è sconvolto, teme di perdere il potere e allora escogita un modo per mandare fuori dalle palle il giovane: gli intima di dirigersi fino alla selvaggia Colchide a prendere il vello dorato di quel montone magico che, anni prima, aveva portato in volo Elle e Frisso, due personaggi mitici figli di Atamante, lontani dal padre che li voleva sacrificare. L'eroe non viaggerà da solo ma sarà accompagnato dai 50 eroi più famosi di tutta la Grecia tra cui Argo, che costruirà l'omonima nave, Ercole e i Dioscuri, giusto per dirne alcuni. E da qui inizia il viaggio vero e proprio.

Non è facile riassumervi in breve le tappe ma giuro ci provo. L'isola di Lemno è la prima tappa. Qui le donne avevano, precedentemente, ucciso tutti gli uomini dell'isola perché si rifiutavano di accoppiarsi con loro in quanto "puzzavano" per via di una qualche maledizione divina. Loro, che non ci vedevano più dalla voglia di... bhe ci siamo capiti, accolsero con GRANDISSIMA gioia il gruppone dei cinquata bellissimi e muscolosissimi eroi e li intrattennero... per ben un anno! Ercole, dopo un po', stufo della situazione, riporterà tutti alla ragione facendoli imbracare di nuovo. Gli argonauti, dopo essere stati ospiti del re Cizico in Tracia e aver sconfitto con lui dei giganti a sei braccia figli della Terra, partiranno nella notte ma, perdendosi, torneranno sulle stesse spiagge dove, non riconoscendo nessuno nel buio, stermineranno l'esercito dei loro benefattori, regnante compreso. Resisi conto dello sbaglio leggermente troppo tardi, riprenderanno la navigazione verso un'altra isola. Qui il giovane Ila, bellissimo e delicatissimo scudiero-amante di Eracle, viene rapito da delle ninfe e portato sott'acqua. Il gigante, pazzo di dolore, non seguirà più il viaggio con gli Argonauti che si vedranno costretti a risalpare senza il fortissimo compagno che proseguirà con le sue fatiche. Dopo un incontro di pugilato tra uno dei Dioscuri e il figlio di Nettuno Amico, sconfitto e ucciso, la
navigazione si avvicina alla volta dell stretto dei Dardanelli dove, in un fittissimo mare di nebbia, le porte del passaggio si schiantavano l'una contro l'altra continuamente, affondando ogni nave di passaggio. L'impresa sembrava impossibile ma, grazie al segno premonitore di una colomba che, illesa, ce l'aveva fatta, gli eroi si fanno coraggio e riescono per un pelo a superare l'ostacolo mortale: in questo frangente, tra le varie cose, la nave parlerà agli Argonauti ma, dato il tenore degli avvenimenti, mi pare, tutto sommato, un avvenimento nella norma. Lungo la costa nord della Turchia bagnata dal mar Nero perdono svariati compagni fino a raggiungere la temutissima isola di Marte. Qui uno stormo di uccelli di ferro li attaccherà scagliandoli contro le piume a mo di lance: i nostri eroi ci metteranno un po' a capire che, per sconfiggere il nemico, sarò necessario creare un frastuono tale da farli fuggire. Riescono finalmente ad approdare e a riposarsi. Da lì a poco, lungo la rotta incontrano quattro naufraghi: sono nobili della Colchide i quali, grati per il salvataggio, verranno condotti finalmente a destinazione. Da qui in poi la storia, se avete letto gli articoli su Medea, la dovreste conoscere ma il ritorno sarà un po'... avventuroso!

Infatti prendono su Medea e vello d'oro inseguiti (nel caso di Apollonio, o con il suo appoggio secondo altri) dal fratello di lei. Alla prima sosta la cara sorellina lo fa a pezzi con l'aiuto di Giasone per distrarre il padre ma si rendono conto, anche in questo caso un po' troppo tardi, di aver commesso un peccato sgraditissimo alle divinità. A questo punto non possono più nemmeno passare, come all'andata, dalle pietre che si schiantano perché nessuna divinità li vuole proteggere e hanno bisogno di trovare un'altra via di fuga. Questo sarà possibile solo grazie alla concezione greca della geografia del mondo che vedeva tutti i fiumi connessi tra loro (e no, non sto scherzando). Quindi tenetevi forte perché saliranno su dal Reno, da lì si ricongiungeranno con il Po', si faranno la Lombardia e l'Emilia, sbucheranno nell'Adriatico ma da lì verranno rispediti indietro e dovranno, rifacendo un pezzo di strada, uscire sul Tirreno dalla Liguria. Dopo poco saranno costretti a fare una sosta dalla maga Circe, zia di Medea, che con riti antichissimi li purificherà dal loro peccato. Ripartiti, vicino alle coste del Nord Africa si areneranno sulle aride spiagge e dovranno, attenzione, portarsi la nave SULLA SCHIENA per chilometri e chilometri in mezzo al deserto. Fortuna vuole che dopo 12 giorni di cammino riescano a trovare un lago in cui bere e lasciare la nave. Loro non lo sanno ma questa "fortuna" è
dovuta solo al fatto che Eracle non li aveva più seguiti ed era andato avanti con le sue fatiche, tra cui quella che avrebbe fatto sorgere la sorgente, futura salvezza per gli ormai non più 50. Nel mentre altri eroi continuano a morire riescono, in cambio di un dono, a farsi portare la nave in mare da Tritone, figlio di Nettuno. Solo a questo punto, finalmente, dopo tanti anni Giasone riuscirà a tornare a casa col vello d'oro e Medea.

Che? Vi siete persi?

Quel che accade da qui in poi lo potete scoprire con gli altri articoli. Mi dispiace che non ci sia tempo per approfondire la figura di Giasone e di Ercole, meriterebbero uno spazio a sé: magari in futuro, perché no? Quest'articolo mi serviva soprattutto come base per il conclusivo sulla "Medea" di Pasolini che racconta, in parte, anche le vicende degli Argonauti. Per il resto non posso far altro che abbracciarvi, darvi il benvenuto in questo umido settembre e, ricordandovi di passare dalla pagina Facebook, vi do appuntamento alla settimana prossima!

martedì 25 agosto 2015

"Letterarte's meaning of Life" (01): la nostra vita è inutile?



"Good evening ladies and gentlemen" e benvenuti non solo a un nuovo articolo, ma anche a una nuova, nuovissima rubrica. "Letterarte's Meaning of Life", titolo ispirato al celebre film dei Monty Python (il mio preferito), si propone il compito di porMi e porVi delle domande. Domande, queste, non di facile e unica soluzione ma, anzi, molto Grandi e Importanti. Il "destino" (chiamiamolo così per ora) ci pone davanti situazioni molto dure da affrontare, realtà con cui è quasi impossibile convivere senza diventar folli e agghiaccianti dubbi che non fanno dormire la notte. Possiamo trovare una risposta univoca a certi quesiti? No, è impossibile. Possiamo, però, cercare di affrontare il problema sotto molteplici punti di vista e con un'ottica particolare per cercare di sedare le nostre paure senza, però, poterle curare. 

Mi sembra chiaro che ci siano due noccioli duri da tener presente per questo tipo di articoli: discussione e relativismo. Entrambi, strettamente correlati, vogliono porre l'attenzione sul fatto che le opinioni qui espresse sono le Mie, seppur ragionate, e non si tratta di risposte universalmente corrette: fatemi sentire le vostre! Ma bando alle premesse, e iniziamo con la domanda di oggi:



In Italia siamo 60 milioni e passa di esseri umani. Sulla Terra più di 7 miliardi. La Terra è uno dei pianeti più piccoli del sistema solare. Il sistema solare è uno dei miliardi di sistemi che compongono la nostra galassia. Ci sono centinaia di migliaia di galassie, anche più grandi della nostra. Ora, la nostra singola vita, quando si ha a che fare con questa realtà schiacciante e opprimente, ha senso di esistere? Serve a qualcosa? La nostra vita è inutile? Secondo me NO, e ora vi spiego perché.

Giusto per intenderci, esistono stelle così grande che, a confronto, il Sole nemmeno si vedrebbe!


O meglio, non lo è sotto un punto di vista ma sotto un altro lo è. Sì, è inutile se confrontata con l'universo infinito e misterioso: non conosciamo il 99.99999% del suo "funzionamento", non sappiamo bene da dove viene o da dove veniamo noi stessi, del perché del miracolo della vita e della nostra coscienza. Siamo come granelli di polvere che fluttuano nel nulla cosmico, pronti a essere schiacciati da un momento all'altro. Potremmo essere soli o in tantissimi, al centro o in estrema periferia, persi in qualcosa che va oltre la nostra comprensione. Sì, in relazione a tutto questo la nostra vita è a conti fatti inutile, che moriamo o viviamo i pianeti continueranno a muoversi per conto loro, seguendo l'inesorabile moto impostogli dalla Natura.

MA allo stesso tempo NO, la nostra vita non è mai inutile. L'uomo, si sa, è un animale sociale e ha continue relazioni coi suoi simili, pur non volendo: anche l'eremita che si ciba di muschi e licheni in Siberia penserà, volente o nolente, con un linguaggio umano comunicabile, anche se non ha mai avuto modo di sperimentarlo. La nostra relazione, virtuale o reale, con un "altro" crea, automaticamente, un micro-universo formato da persone-pianeti, ambienti-galassie e circostanze-moti universali. Poco importa se asteroidi di passaggio o centri di gravità permanente, entreremo tra i giri di "conoscenze" di un altro individuo anche solo incrociando il suo sguardo per strada. Nel momento, quindi, che si va a creare questo micro-universo siamo diventati importantissimi: pensate se il Sole, stella più che modesta nell'universo, si spostasse anche solo di poche migliaia di chilometri in una direzione! L'intero sistema solare, e quindi a sua volta la galassia intera, ne risentirebbe parecchio. Così pure noi diventiamo importanti anche per il senzatetto che incroceremo all'angolo della strada. Certo, per lui non saremo che un asteroide che vola lontano ma, come per magia, se ogni mattina gli doneremo un euro diverremo dei piccoli pianeti a suoi occhi. E lo stesso vale, ovviamente, anche al contrario ma non per forza in modo proporzionale: potrebbe, infatti, non essere un personaggio così essenziale nella nostra esistenza come lo siamo noi per lui.

Ogni azione genera delle conseguenze che saranno, in un modo o nell'altro, recepite dagli altri e produrranno reazioni. Così la nascita di un bambino o la morte di un uomo sono sempre destinati ad avere la loro dovuta importanza agli occhi degli altri, in qualunque caso, ma non a quelli impassibili ed eterni dell'universo. Il nostro tempo di permanenza su questo piano d'esistenza è breve, brevissimo, ma possiamo fare veramente tanto per migliorare (o peggiorare, occhio!) la vita al nostro vicino, basta un piccolo gesto.


A questo punto lascio la parola a voi. Essendo il primo articolo non ho voluto essere troppo prolisso ma presentarvi il mio punto di vista in maniera molto sintetica. Ora mi piacerebbe sentire cos'avete, invece, da dire voi: siete d'accordo? Sì? No? Perché? Vi ricordo che potete farlo sia qui sotto (commenti aperti a tutti gente!) sia sulla pagina Facebook. Mentre riflettete su cosa dirmi, vi do appuntamento a martedì prossimo con un nuovo articolo!

giovedì 20 agosto 2015

Guzman de Alfarche: Vita di un Imbroglione.



Bentornati, ancora una volta, a un nuovo articolo settimanale. Oggi parliamo di un libro che ho letto da poco e che, devo dire, ho trovato inaspettatamente bello, divertente e leggero. Si tratta della versione ridotta (ecco perché "leggera") de "La Vita del Furfante", romanzo in due volumi, di Mateo Alemàn (1647-1614). Contemporaneo di Cervantes, grande autore del "Don Quixote", subì, un destino letterario simile: anche nel suo caso fu pubblicato un seguito non ufficiale dopo lo strabiliante successo del primo libro e dovette, al pari del suo connazionale, scriverne un seguito che smentisse il rivale ridando dignità alla sua creazione. Quest'opera l'ho trovata a un mercatino dell'usato ed è della Bompiani. Da quel che so non è più in commercio, ma se vi interessasse cercarlo sappiate che faceva parte della collana "Grandi Ritorni" che proponeva roba figa, quindi dateci un occhio!

La vicenda ruota attorno al giovanissimo Guzmàn de Alfarache, giovane sivigliano che, in cerca di avventure, lascia la casa natale per andare libero in giro per il mondo avendo in mente, come vaga e generica meta, di raggiungere certi parenti del padre a Genova. Agli inizi, da giovane ingenuotto di buona famiglia, si fa gabbare continuamente e se la vede brutta, anzi bruttissima. Col passare del tempo ecco, però, che questo sbarbatello diventa sempre più sgamato in una società che, insieme a lui,
vive di soprusi e inganni. Finisce, così, per visitare l'Italia e la Spagna tra una truffa e l'altra, cercando di campare di furti e menzogne, tra avventure e sventure senza essere minimamente sfiorato dal dubbio di star commettendo qualcosa di sbagliato: vive alle spalle di una società che, a sua volta, vive alle sue spalle. Il protagonista è allineato col nemico e il nemico siamo tutti noi, uniti da tacito accordo di avvantaggiarci a scapito degli altri: una visione che non lascia spazio all'ottimismo!

Questa è la particolarità dell'opera: ci si aspetterebbe un protagonista positivo, che passi per questa fase di mal'affare per poi redimersi e sistemarsi. Invece ogni azione meschina ne gonfia un'altra ancora più grossa, e così via! Non vale nemmeno il concetto morale del "se gli altri ti dicono di buttarti nel pozzo allora lo fai anche tu?" perché tutti si "buttano nel pozzo" e "buttarsi nel pozzo" è tanto ovvio che non ci si pensa due volte. E perché farlo, poi? Solo alla fine fine si intravederà un miglioramento ma... hey, chi sono io rovinarvi il finale? Se proprio volete fatelo con le vostre mani! Non devo nemmeno dirvi della rivoluzione di questa scelta morale in una spagna scura, cattolica e oscurantista dove lì sì che l'inquisizione falciava numerose vittime (e non nel Medioevo!), una Spagna che avrebbe combattuto a Lepanto contro i Turchi, ergendosi a vessillo dell'intera cristianità occidentale, pronta ad affrontare la potenza rivale dell'Inghilterra. A noi trame del genere possono sembrare banali e "già viste" ma bisogna ragionare con la mente e attraverso gli occhi di chi, in quegli anni, ci visse sul serio...



L'articolo non può finire senza un piccolo ma Importantissimo inciso sulla rivoluzione letteraria introdotta dal romanzo picaresco, inventato e introdotto proprio dall'Alemàn. Con "picaro" si intende, appunto, una figura a metà tra il briccone, il ladro matricolato e il brigante che ha, sempre e comunque, un elemento caratterizzante: il vagabondare in un ambiente realistico in cui si muove a proprio agio da persona e non da protagonista di un romanzo. Ovviamente questa è più la teoria che la pratica, in quanto il paesaggio, di opera in opera, diventa sempre più stigmatizzato nel suo voler essere esageratamente verista. In ogni caso questo tipo di genere letterario, che vede la sua origine nei romanzi greci di età alessandrina (circa 300 a.C. circa), avrà una forza e ripercussione incredibile in tutta la letteratura europea dei secoli passati e contemporanea. Insieme al "Don Quixote", il più alto esempio di questo genere (anche se se ne discosta per la natura del protagonista), ha influenzato "I Viaggi di Gulliver" di Swift, alcune opere di Defoe, Sterne, Mary Shelley e i romantici, la Anne Radcliffe, Manzoni, Virginia Woolf, Joyce e molti altri, tutti a loro volta influenzatori di altri scrittori, come una sorta di cascata di rinvii letterari tematici e stilistici che continua e si propaga ancora oggi. Il romanzo del picaro non è mai morto ma, come un furfante vagabondo che evoca la sua figura, passa di opera in opera, di autore in autore, sopravvivendo alle varie epoche e al mutevole passaggio degli stili per giungere fino a noi, pronto a truffarci come ha fatto con tutti gli altri...

L'articolo, per oggi, finisce qui! Il prossimo arriverà martedì, per non perdervelo controllate, come sempre, la mia pagina Facebook! Commenti e suggerimenti sono sempre ben accetti e... alla prossima!